“Assassinio sull’Orient Express” di Agatha Christie è uno di quei gialli che riescono ad avvincerci anche a distanza di quasi novant’anni dalla prima pubblicazione. L’ambientazione e l’eccezionalità del crimine aiutano, ma molto si deve alla genialità di Hercule Poirot nello scovare le incrinature delle deposizioni e nel lavorare sui dettagli fino a incastrare il colpevole – L’approfondimento

Sono passati quasi novant’anni da quando, nel 1934, il romanzo di Agatha Christie Murder on the Orient Express (da noi noto come Assassinio sull’Orient Express) ha reso famosi la scrittrice e il suo protagonista, Hercule Poirot, che comparirà in trentatré romanzi e in cinquanta racconti più brevi. Ma che cosa rende, ancora oggi, intramontabile il fascino di questo giallo?

Tanto per cominciare, l’ambientazione: Poirot si trova a bordo dell’Orient Express in un viaggio che da Istanbul deve riportarlo a nord, perché l’uomo è stato richiamato a Londra per questioni di lavoro. Tuttavia la neve avvolge il treno in un’atmosfera che è al tempo stesso ovattata e sinistra. Quando le condizioni meteorologiche obbligano il mezzo a fermarsi sui binari, i tanti viaggiatori che – cosa insolita per la stagione – riempiono il treno si trovano a dover condividere gli spazi, tra chiacchiere in lingue diverse, sguardi ora curiosi ora sfacciatamente pettegoli. Sono tante le provenienze dei viaggiatori, così come diverse le età e le estrazioni sociali, e quasi altrettanti sono i pregiudizi che l’uno affibbia all’altro, decidendo aprioristicamente se parlare o meno con quei compagni di attesa forzata.

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Poi, l’omicidio. Durante la seconda notte, l’imprenditore americano Ratchett viene ucciso nella sua cuccetta: ben dodici sono le pugnalate che hanno inferto al suo corpo. E pensare che la sera prima Ratchett aveva offerto proprio a Poirot un’indagine!

Poirot, che aveva rifiutato senza badare troppo alla generosa offerta di denaro dell’imprenditore, si trova ora a indagare sull’omicidio, su richiesta dell’amico Monsieur Bouc, direttore della compagnia dei vagoni letto.

Che cosa ci si aspetta da Poirot? Che adotti il suo metodo di indagine, noto ovunque, e che possiamo trovare riassunto in questo passaggio di pagina 39 (si adotta d’ora in avanti la traduzione di Lidia Zazo e si fa riferimento al numero di pagina dell’Oscar Mondadori ristampato nel 2020):

“Conosco la sua fama. So qualcosa dei suoi metodi. Questo è il caso ideale per lei. Esaminare i precedenti di queste persone, valutare la loro buona fede, tutto ciò richiede tempo e infinite seccature. Ma non l’ho forse sentita dire spesso che per risolvere un caso basta sedersi in poltrona e pensare? Lo faccia. Interroghi i passeggeri del treno, esamini il corpo, gli indizi che abbiamo a disposizione… Ho fiducia in lei! Sono certo che la sua non è vana millanteria. Si sieda e pensi; usi, come l’ho sentita dire tanto spesso, le piccole cellule grigie del suo cervello, e saprà!” (p. 39)

Insomma, si richiede a Poirot di adottare la tecnica ragionativa tipica del giallo classico: dopo il crimine, il detective raccoglie indizi e prove, quindi passa alle deposizioni. Da quanto ha in mano, sfruttando il proprio acume ricostruisce i possibili moventi, cerca le incrinature e le contraddizioni raccolte negli interrogatori e arriva a incastrare l’assassino. Dopotutto, come viene ricordato in più punti del romanzo, risolvere il caso è il mestiere di Poirot (ad esempio, a p. 168: “Trovare la soluzione di un delitto è il suo métier, non il mio”), il quale confessa fin dall’inizio del caso il segreto del suo successo: “Io sospetto di tutti fino all’ultimo momento” (p. 47).

E che cosa significa sospettare? Dopo la prima sezione del libro, che si concentra sui fatti, la seconda si dedica interamente alle deposizioni, che spesso avvengono in un dialogo serrato tra Poirot e gli indiziati, e assistiamo – insieme a Monsieur Bouc e al dottor Constantine, il medico del treno, testimoni ora silenziosi, ora stupiti – alla strategia del commissario. Poirot punta proprio sul fatto che i sospettati cadano in fallo con le loro stesse mani, o meglio con le loro parole, perché sul luogo dell’omicidio sono state rinvenute fin troppe prove: un orologio fermo all’una e quindici, come se segnalasse l’orario dell’omicidio; un fazzoletto riccamente ricamato con la lettera H; un nettapipe; un bigliettino bruciacchiato, ma su cui è ancora leggibile parte del testo. Se per Monsieur Bouc questi sono preziosi indizi, per Poirot tali prove sono fin troppo comode: e se fossero state messe lì ad arte, per depistare la polizia?

Infatti, non ci vuole molto perché Poirot scopra un’altra realtà inquietante: sotto la falsa identità del morto, Ratchett, si celava Cassetti, noto ricercato italoamericano, che aveva rapito e poi ucciso la piccola Daisy Armstrong, nonostante avesse già ricevuto un enorme riscatto. La notizia aveva fatto ormai il giro del mondo, soprattutto perché l’omicida era rimasto impunito. Peraltro, nota a margine, Agatha Christie ha ripreso un fatto di cronaca realmente accaduto, come leggiamo sul sito a lei dedicato.

Ecco che, davanti a tale rivelazione, molti degli interrogati sono decisamente meno dispiaciuti dell’assassinio, e ammettono senza riserve che l’omicidio, tutto sommato, non è stato un male. Peccato per Poirot che tutti abbiano alibi! “Ma dicono tutti bugie su questo treno?” (p. 191), arriva a chiedersi il commissario. Eppure una verità c’è, una verità che è in grado ancora oggi di lasciare il lettore a riflettere: sì, perché, al di là di alcuni giochi “di prestigio” e della genialità di Poirot (e di Agatha Christie) nel risolvere il caso, il romanzo offre anche uno spunto per chiedersi che cosa avremmo fatto noi al posto di Poirot, dato che la soluzione del caso non è per niente priva di risvolti morali.

Assassinio sull'Orient Express - GettyEditorial 27-12-2020

Di sicuro, alla fine della rocambolesca terza parte, in cui sono contenute quasi sessanta pagine di ragionamenti di Poirot, arriveremo ad ammirare la sua straordinaria acutezza mentale, e penseremo anche noi, insieme al dottor Constantine: “È più incredibile e pazzesco di qualsiasi roman policier che io abbia mai letto”.

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