Se si legge (o si rilegge) “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie si noterà che, al piacere di confrontarsi con dei fatti apparentemente sovrannaturali e, verso la fine, con una loro spiegazione accuratamente scientifica, si aggiunge il piacere – più sottile e profondo – di interrogarsi sulla natura umana e sulla morale, senza venire a capo di cosa sia davvero legittimo, di cosa significhi la parola “giustizia” e, soprattutto, di quale sia il vero scopo di un processo o di una condanna, specialmente se tardiva

Di due tipi è il divertimento che di solito si sperimenta leggendo un romanzo giallo: uno è legato a quei succosi fatti che all’inizio appaiono inspiegabili o sovrannaturali, e l’altro è legato, verso la fine, alla logica ferrea con cui vengono poi snocciolate altrettante delucidazioni scientifiche.

A fondere il primo con il secondo più di qualunque altra scrittrice al mondo è stata senza dubbio Agatha Christie (1890-1976), non per niente considerata tuttora l’indiscussa regina del mistero.

Prendiamo per esempio Dieci piccoli indiani (Mondadori, traduzione di Lorenzo Flabbi), il poliziesco più venduto in assoluto (con oltre 110 milioni di copie) e il libro che l’autrice considerò il più difficile che avesse mai scritto: una classica rappresentazione dell’enigma della camera doppia chiusa, se non fosse per alcuni dettagli cruciali che non lo rendono tanto “classico” (ma che lo fanno entrare a gamba tesa fra i classici del genere).

Copertina del libro Dieci piccoli indiani di Agatha Christie

Nel romanzo, infatti, otto sconosciuti si ritrovano sì su un’isola abitata esclusivamente da loro, e sono sì vittime di una morte inspiegabile dopo l’altra in una lussuosa villa con tanto di domestici, ma… alla fine muoiono tutti (inclusi i due domestici). Né si tratta di uno spoiler, perché in originale il titolo del libro è proprio And then there were none, da cui deduciamo il piacere con il quale l’autrice disseminava qua e là degli indizi (a volte falsi, però).

Non ci sono, oltretutto, dective alla Miss Marple nei paraggi, e non rimangono colpevoli da ammanettare; soltanto dieci cadaveri, anche se è impossibile che a ucciderli sia stata una persona esterna al gruppo (tant’è che, nell’epilogo, questo nodo viene al pettine nell’unico modo sensato, ma su questo eviteremo anticipazioni).

I tòpos letterari a cui attinge la scrittrice del Devon, come si sarà intuito, sono quindi molteplici. Tra i tanti, spiccano l’ambientazione isolana (e isolata dalla civiltà) che ricorda il Robinson Crusoe di Daniel Defoe (1660-1731) e l’idea che gli omicidi vengano compiuti seguendo la descrizione di una filastrocca.

Qualcosa di simile accade anche in un racconto di Dino Buzzati (1906-1972) con protagonista un uomo che apprende della sua morte nel quotidiano dell’indomani, sta alla base della pentalogia horror Final Destination diretta da James Wong ed era già appannaggio secoli fa dei miti legati a oracoli, veggenti e profezie: alla morte, insomma, pare non si sfugga in nessuna epoca e in nessuna opera d’arte.

Ma quel che c’è di davvero insolito e affascinante in Dieci piccoli indiani, al di là di quanto già detto, è il rapporto con la giustizia. Se ci pensiamo bene, infatti, obiettivo dell’opera non è ristabilire l’ordine, arrestare un killer o rasserenare chi legge circa l’assenza di zampini demoniaci. Il vero obiettivo è punire degli assassini rimasti a lungo a piede libero, perché i dieci malcapitati sono tutti accusati di avere ucciso qualcuno tempo addietro.

Un colpo di scena da maestro, direte voi, che a sorpresa viene svelato a chi legge fin da subito e che, come se non bastasse, nel momento in cui la lente dell’introspezione psicologica si concentra poi sui membri della (poco) allegra comitiva, ci permettere di notare che ciascuno di loro ci risulta odioso per varie ragioni.

Scorbutici, sbruffoni, diffidenti, egoisti, razzisti, vendicativi, venali… Non hanno affatto l’aria delle vittime, anche se va detto che forse non hanno neppure quella di chi merita di perdere addirittura la vita nella tenuta di un certo U.N. Owen (nome che, se letto di seguito, assomiglia alla parola inglese “unknown“, cioè “sconosciuto“).

E il motivo di tanta clemenza, nonostante la loro condotta non proprio impeccabile, è presto detto: i loro misfatti, più o meno gravi e più o meno accertati, risalgono per lo più a diversi anni prima del loro approdo a Nigger Island. Nel frattempo, dunque, molti di loro potrebbero aver trovato il modo di riscattarsi, di pareggiare i conti con sé stessi, o comunque di scontare in maniera alternativa la loro colpa nella vita di ogni giorno.

Di questo, però, l’assassino degli assassini sembra non tenere conto. Il suo giudizio è rigido, e non contempla né il cambiamento né il riscatto, figuriamoci il pentimento o il perdono. No, a chi uccide è riservata esclusivamente la pena di morte, secondo una legge del taglione che nega ogni possibilità di redenzione, quantomeno nell’ottica distorta e inflessibile del carnefice creato dalla scrittrice.

Istintivo immaginare che non sarebbe stato d’accordo con lui il Cesare Beccaria (1738-1794) del trattato Dei delitti e delle pene, secondo il quale era assurdo che le leggi che detestano l’omicidio “ne commettano uno esse medesime”, perché a suo dire “il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile”, bensì “d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini” (danni che i coprotagonisti del romanzo non avevano di fatto compiuto, dopo il loro primo e unico crimine).

Se si legge o si rilegge con attenzione Dieci piccoli indiani, si noterà pertanto che il duplice piacere di cui parlavamo all’inizio è qui addirittura triplice, perché comprende pure quello – più sottile e profondo – di interrogarsi sulla natura umana e sulla morale, senza venire a capo di cosa sia davvero legittimo, di cosa sia l’onestà e soprattutto di quale sia il vero scopo di un processo o di una condanna, in particolare se tardiva.

“Avevo considerato che, fra i miei ospiti, esistevano vari gradi di colpevolezza. Quelli rei della colpa più leggera dovevano essere eliminati per primi, senza conoscere la prolungata tensione e la paura che i colpevoli a sangue freddo erano destinati a soffrire”, spiega in una lettera l’insospettabile omicida alla fine del romanzo.

Eppure, il macabro spettacolo che mette in scena ci insegna solo a non prendere esempio dal suo operato, perché la storia di chi commette un delitto non dovrebbe concludersi quando viene emesso un verdetto o estorta una confessione, bensì quando si rinuncia alla paura, alla tensione e perfino alla vendetta in nome di una più costruttiva riabilitazione sociale.

Certo, nel caso di specie parliamo di una finzione narrativa, che vuole risultare provocatoria e suscitare appositamente un dibattito sul tema. D’altronde, avevamo anticipato che Agatha Christie fosse una scrittrice sui generis, oltre che “di genere”, e se in Dieci piccoli indiani non sentiamo nemmeno la mancanza di Poirot, ma solo l’ennesimo verso della filastrocca risuonare ossessivo nella nostra testa, è la riprova del fatto che ci troviamo di fronte a una perla fuori da ogni canone, e proprio per questo diventata patrimonio della letteratura mondiale.

Locandina di And then there were none

Locandina dell’adattamento di Dieci piccoli indiani in tre puntate, trasmesso nel 2015 dalla BBC

Fotografia header: GettyEditorial 08-07-2021

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