Lo scrittore e critico Alberto Arbasino (1930 – 2020) ha steso sulla sua esistenza un velo di riserbo. Si può dunque immaginare con quanta riluttanza abbia accolto l’idea di raccontarla in occasione delle sue opere in raccolta, e per di più di costringerla nella gabbia di una cronologia… In “Autocronologia” non mancano ovviamente riferimenti e note interessanti ai suoi libri, e ritrattini in punta di penna, come quello di Italo Calvino “savio editor”. Altro che severa e asettica cronologia: l’autore di “Fratelli d’Italia” scrive davvero un suo libro, per una volta guardando agli anni più lontani, fra stizza e divertimento…

“Bene. Due cose ho sempre bandito dalla scrittura, perché non mi piacciono. E in generale non piacevano quarant’anni fa: la vita in famiglia e tutte quelle citazioni su una cosa che ha detto la mamma o la zia. Oggi vedo un’infinità di libri che non parlano d’altro, e un’infinità di scrittori che non possono attaccare un discorso senza citare una cosa importante detta una volta dalla nonna. A casa avrei materiali per una saga famigliare di quattro generazioni; solo che non mi attira per nulla scriverla”.

Alberto Arbasino era categorico al proposito, e ora sfogliando la Autocronologia (Adelphi) a cura di Raffaele Manica, torna alla mente una di quelle conversazioni in cui indubbiamente eccelleva, come fossero sottotesti ai suoi libri. Si era a Mantova, anni fa, e lui pimpantissimo proclamava di non divertirsi più, anche ha sempre detestato la nostalgia. Non gli interessavano, diceva, le “ciliegie d’antan”, e lo spettacolo che offriva quotidianamente il Paese (ma il discorso vale ancora), quello che viene definito in uno dei tanti (innumerevoli?) libri Un Paese senza.

Proponeva asettici confronti: “Basta guardare le pagine degli spettacoli e delle recensioni negli anni Cinquanta, e paragonarle a quelle di oggi. Le conclusioni si possono trarre da soli”.

Nell’attesa di consultare un’emeroteca (andrebbe fatto anche oggi, al solito), si andò al ristorante. Insalata di cappone, luccio con polenta e via, il baule dei ricordi si spalancava, uscivano le facce, gli episodi di una vita culturale impareggiabile e divertente; come quella volta a casa Feltrinelli, a cena con ospiti illustri tipo Wally Toscanini. Giorgio Strehler lo guardò torvo (perché era stato stroncato sul Giorno) e disse: se c’è quello io non mangio.

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Giangiacomo Feltrinelli, imperturbabile: Giorgio, non fare lo stronzo. Il regista, imperterrito: vado al Biffi. Valentina Cortese, dopo un attimo di esitazione, lo seguì perché “da solo non mangia”, chiedendo però di aspettarla per il dolce. Tornò infatti, sorridente e implacabile, con un’entrata da grande attrice: puntando teatralmente il dito contro Arbasino, che aveva cenato di ottimo appetito, gli declamò un teatrale: cattivoooo

Alberto Arbasino Autocronologia

Queste cose le raccontava sì, e le scriveva pure, ma le vecchie zie, quelle c’è voluta la maieutica e probabilmente l’ostinazione di Manica per tirargliele finalmente fuori: fu quando Mondadori mise in cantiere un Meridiano destinato allo scrittore. Ci voleva naturalmente la cronologia, che è una sorta di biografia dettagliatissima, ricca di riferimenti alle opere e alla vita, didascalica nella forma se non nella sostanza. Ma con Arbasino, racconta Manica nella prefazione a questo libro di Adelphi, niente da fare. Non ne voleva sapere.

Fu una dura lotta. “Prima tentò di sviare, poi pretese che tutto fosse contenuto in una cartellina di non più che duemila battute, poi mi disse di procedere per conto mio, salvo criticarmi aspramente per il fatto di utilizzare interviste e dichiarazioni che lui stesso aveva lasciato che si pubblicassero e che magari gli erano molto piaciute e ora appassivano tristemente, travolte da chissà che cosa”, insomma un poco fingeva di non ricordare, un poco ribatteva “ma questo lo so già”, si difendeva, parlava d’altro, aborriva le “vecchie solfe soporifere per le signore mie e le vecchie zie, già definite lacrimogene e asfissianti dalle moderne signorine di buona famiglia”.

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Non si andava avanti, anche se quest’ultima frase è già di suo pugno, perché, come spiega ancora Manica,  “cominciò, diciamo, a rilassarsi quando ebbe la consapevolezza che questa cronologia alla fine somigliava a tutti i suoi libri, e non era, da un certo punto di vista, una cosa nuova”.

E allora giù, con gli interminabili elenchi di persone e intellettuali incontrati girando in Europa come un trottola quando ancora era un promettente studioso di diritto, la biblioteca su cui si forma tra bulimiche letture che comprendeva – elencati – “Radiguet, Scott Fitzgerald, Mann, James, Proust. E soprattutto molti poeti: Eliot, Valéry, Saba, Cardarelli, Montale, Hopkins, Donne, Lorca, Jiménez, Saint John Perse. Preferibilmente nei testi originali”, gli anni della guerra, l’Alberto adolescente già informatissimo, divoratore di libri e persone e film e opere e artisti; ma anche le serate casalinghe a Voghera dove dagli Arbasino già passavano, se non tutti, molti, per visite in famiglia: compreso ad esempio quel “Franco (Antonicelli), raffinato intellettuale a Torino donde spiegava le ultime mode per servire i cioccolatini in vassoietto o in coppa”.

Ma non basta, ovviamente; la lieve patina gozzaniana si scioglie in un tripudio di sarcasmi, perché “ogni sera, non appena il papà era uscito per stare con gli altri mariti al Circolo, vigeva inesorabile il rosario serale di tutte le donne, con le serve in ginocchio e la radio spenta, e quelle assurde vanterie di gravi colpe dopo una nottata a letto con la boule dell’acqua”. Altro che severa e asettica cronologia, qui Arbasino scrive davvero un suo libro, per una volta guardando agli anni più lontani, fra stizza e divertimento. Almeno per la prima parte, la più ricca e inedita, un ritratto dell’artista da giovane. Torrenziale, va da sé. Tanto che di volta in volta Manica deve introdurre un paragrafo di raccordo – e in questa edizione sono evidenziati fra parentesi quadre.

Ci sono ovviamente riferimenti e note interessanti ai suoi libri, e ritrattini in punta di penna, come quello di Italo Calvino “savio editor” che, volendogli pubblicargli per Einaudi Le piccole vacanze, era il suo esordio, cui seguì da Feltrinelli l’Anonimo Lombardo, dice (lo avrà detto davvero?): “Questo ha già ventisette anni, dunque è troppo vecchio per debuttare nei Gettoni. Va messo nei Coralli”. Si doveva essere a una riunione editoriale del mercoledì. Secondo Arbasino, infatti, “tutti assentirono senza ridere”.

Serietà sabauda in via Biancamano. E serietà per così dire arbasiniana, ci si perdonerà se torniamo alle vecchie zie, che però sono il cuore narrativo di questa autocronologia, quando nell’albero genealogico della famigliona vogherese spunta persino una santa, “Santa Francesca S. Cabrini, cugina dei Cerri a Sant’Angelo Lodigiano. Di qui, secondo la sbrigativa nonna Carolina, “le Beate” per tutte le cugine al piano di sopra; e “cattive come le Cabrini” come massimo rimprovero alle figlie. (Ma mamma, l’hanno fatta santa. Fa niente, l’era cattiva istess)”.

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