“Come gli uccelli” è il testo-manifesto di Wajdi Mouawad, una pièce tanto coraggiosa quanto complessa. Nelle sue opere il drammaturgo canadese-libanese è capace di mettere in scena “l’esplosione narrativa delle sue vite possibili” e “di raccontare gli incroci di percorsi (im)possibili…”
Pace e verità al di là dei muri
Un muro alto, massiccio e spesso (invalicabile?), attraversa/domina la scena – ruotando, spostato da attori e tecnici – in questa versione, creata dal Mulino di Amleto con la regia di Marco Lorenzi, prima volta in Italia (che esordì con tempismo tanto casuale quanto significativo a Torino pochi giorni dopo il 7 ottobre) del testo Tous des oiseaux (tradotto per Einaudi – Come gli uccelli – da Monica Capuani; qui anche in veste di drammaturga).
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Con questo spettacolo coraggioso per tema, taglio e respiro, il prolifico e intenso autore, regista, interprete franco-libanese Wajdi Mouawad (1968) inaugurò nel 2016 – dichiarazione d’intenti e manifesto programmatico – la sua direzione a La Colline, uno dei teatri parigini più interessanti, curiosi e attenti alle nuove drammaturgie.
Proprio in questi mesi quella stessa sala sta ospitando una ripresa di lunga tenitura di La radice quadrata del verbo essere, fra gli ultimi lavori in cui Mouawad racconta, in sei ore immergenti e fitte di spettacolo, a partire dall’immagine icasticamente potente della deflagrazione nell’area portuale di Beirut del 2020, il castello dei destini incrociati della propria vita di esule apolide, prima fuggito a sette anni con la famiglia dalla guerra civile in Libano in Francia, prendendo un aereo per Parigi (e, per pura combinazione, non per l’Italia), e poi vissuto in Canada (invece che in Texas, altra meta papabile).

Come gli uccelli, foto di Giuseppe Distefano (da sinistra Musella, Mazzi)
Rispetto a questi due grandi bivi geografico-esistenziali, e alla loro alternativa aleatoria, Wajdi ricostruisce le linee di un’autofiction dei sé possibili, con l’idea però – derivata dalla fisica quantistica – che una particella possa fare infiniti tragitti contemporaneamente pur muovendosi sempre dal punto A al punto B, facendo innumerevoli percorsi differenti per giungere però ugualmente a una stessa meta.
Se in questo testo racconta l’esplosione narrativa delle sue vite possibili e il moltiplicarsi e dipartirsi dell’identità, fra radici e immaginazione, scelte mancate e identità ritrovate, altrettanta dialettica labirintica e affabulatoria, sospesa fra decisioni e destino, determinismo e libero arbitrio, entropia dell’esilio e inattese possibilità di un ritorno, illusioni oggettivistiche della genetica e imprevedibilità delle correnti di dolori e memorie, si gioca molto bene in Come gli uccelli, suo testo rappresentativo, molto rappresentato e tradotto, e allo stesso tempo incandescente e discusso. Mouawad ha una capacità unica di raccontare gli incroci di percorsi (im)possibili, qui con una struttura epico famigliare melodrammatica e piena di nodi affettivi e conflittuali molto potenti.
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Questa pièce è lunga ma capace di catturarti e volare (più di tre ore, gettati con grazia e precisione in tre continenti e diversi livelli temporali), bene incarna la poetica suggestiva del drammaturgo, che fonde grandi narrazioni e storie personali, i conflitti atavici della Storia (qui la questione israelo-palestinese affrontata di petto e senza facili partigianerie o soluzioni consolatorie, e osando porre al centro, e mettersi nei panni di, una famiglia ebraica e le sue contraddizioni) e le tensioni umane ed etiche dei classici e del mito (qui si comincia dalle parti di Romeo e Giulietta, con il conflitto tribale identitario che vorrebbe proibire un amore, e si giunge fino a Edipo, territorio d’agnizione in cui i personaggi sono costretti a guardarsi allo specchio e confrontarsi con verità e identità).

Come gli uccelli, foto di Giuseppe Distefano (da sinistra Rossetti, D’Alessandro, Palumeri, Ivaldi)
Eccoci che il muro è simbolo che prende concretezza e pesa sulle vicende dei personaggi, segnando quello spazio post-babelico e bellico dove, come sul codice di un palinsesto in cui gli strati delle scritture lavorano per cancellazioni e sovrapposizioni, si proiettano i confini, politici e interiori, i meccanismi di difesa e gli argini sociali e mentali dell’identità, e al contempo prendono forma le lettere e gli alfabeti, le molte lingue (vive e morenti, franche e ingannatrici, madri e paterne, accudenti e taglienti, di cui, fin dall’inizio nella biblioteca dove avviene il colpo di fulmine, si danno come brusio plurilinguistico che ricorda i pensieri leggenti del wendersiano Cielo sopra Berlino) che rivendicano e fraintendono, con incomprensioni, intraducibilità, o rivelano con agnizioni e cura, o interrogano con sospensioni e abissi, il cuore dell’uomo, la sua violenza distruttiva eppure il suo insospettabile potere edificante.
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Il plurilinguismo che dà parole ai conflitti e ai canti della vicenda è conservato e restituito da un cast meticcio che funziona molto bene a riportarci in uno spazio anti-realistico ma credibilissimo, fatto di scene madri e snodi rivelatori, in questa storia sempiterna e attualissima di amore e guerra. La drammaturgia lavora per confronti serrati e scene di grande intensità simbolica e alto tasso emotivo, a volte usando l’arma retorica con l’effetto di una rivelazione (molte frasi da sottolineare e appuntarsi), talvolta con soluzioni narrative che servono più a porre domande che a risolvere la verosimiglianza.
Ma proprio questa capacità di osare e volare alto, come gli uccelli, che sopra i muri si muovono liberi e sconfinati, fa del teatro di Mouawad una forma che si confronta con una dimensione ancora politica e potenzialmente catartica della rappresentazione, e a tratti, come nella Pèsach celebrata ed evocata dai suoi personaggi, questo testo, reso con forza, compattezza e coesione formale nella versione curatissima del Mulino di Amleto, è capace di scoprire, per così dire, il nascondiglio dell’apikomen (portata del pranzo pasquale occultata: un po’ MacGuffin narrativo e un po’ Rosebud di una vita intera), proiettandoci in una dimensione né consolatoria né disperata, ma emancipatoria, in cui la simbologia della liberazione dall’esilio in Egitto prefigura una terra promessa (personale e politica, intima e universale) al di là di ogni muro, utopia di pacificazione e verità. Teologia, narrazione e autobiografia trovano, forse, la quadra.
Visto al Teatro Storchi il 26 ottobre 2024, l’anno prossimo sarà a:
-PINEROLO Teatro Sociale – dall’11 al 12 febbraio 2025;
-RIMINI Teatro Galli – dal 14 al 16 febbraio 2025;
-PISA Teatro Verdi – 26 febbraio 2025;
-LUCCA Teatro del Giglio – dal 28 febbraio al 2 marzo 2025;
-TORINO Teatro Carignano – dal 18 al 23 marzo 2025;
-MILANO Teatro dell’Elfo – dal 25 al 30 marzo 2025;
-BOLOGNA Teatro Arena del Sole – dal 3 al 6 aprile 2025;
-BARI Teatro Piccinni – dal 12 al 13 aprile 2025;
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