A sei anni dal “Morso della reclusa”, Fred Vargas è tornata con “Sulla pietra” e, naturalmente, con l’adorabile commissario Adamsberg, stralunato e visionario. Parliamo di uno dei personaggi internazionalmente più amati dai lettori di noir, che per alcuni, però, fatica a ritrovare la verve del passato. Altri, invece, hanno apprezzato un personaggio più maturo, a cui l’anzianità di servizio ha giovato, pur mantenendo i suoi tratti distintivi…
A sei anni dal Morso della reclusa, Fred Vargas torna in libreria con Sulla pietra (Einaudi Stile Libero, traduzione di Margherita Botto e Simona Mambrini), e naturalmente con l’adorabile commissario Adamsberg, stralunato e visionario, noto a colleghi del Dipartimento e a lettrici e lettori per arrivare alle cose, diciamo così, per vie non convenzionali.
Un mix potente di spirito di osservazione dei dettagli e sagacia (ingredienti fondamentali e già ampiamente arati nella tradizione dei romanzi di genere), su cui si innesta la rara capacità di seguire senza remore il flusso dei suoi pensieri. Associazioni di idee, giochi linguistici, sogni e intuizioni lanciate nel testo con autocoscienza junghiana ne fanno uno dei personaggi internazionalmente più amati dai lettori di noir.
Sulla pietra ci porta in Bretagna. Adamsberg abbandona l’Anticrimine di Parigi per mettersi a caccia di un fantasma chiamato lo Zoppo, foriero di disgrazie, di una sorta di società segreta che crede che le ombre siano custodi dell’anima e di una catena di omicidi seriali, che il commissario sospetta commessi da un’unica mano. Il serial killer, probabilmente, si finge mancino e sta pervicacemente tentando di incastrare un notabile del paese di Louviec, Josselin de Chateaubriand, sosia e forse discendente del più famoso François- René de Chateaubriand.
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Fin qui la trama, in cui ritroviamo tutta la vecchia squadra del commissario, a cui si aggiunge Matthieu, commissario di Louviec, che oscilla tra l’irritazione e l’ammirazione per il collega cittadino. L’accoglienza di pubblico e stampa, per questo lavoro mastodontico (quasi cinquecento pagine), è stata altalenante.
Alcuni lettori avevano già notato una flessione nel precedente, e in Sulla pietra hanno trovato conferma di una certa stanchezza nella scrittura, e così anche nel suo protagonista, che fatica a ritrovare la verve del passato. Altri invece hanno ritrovato in Adamsberg un personaggio più maturo, a cui l’anzianità di servizio ha giovato, pur mantenendo i suoi tratti distintivi di svagatezza che hanno decretato il suo successo.
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E se fosse, semplicemente, una scelta autoriale trasposta nel personaggio? Invecchiamo, lo facciamo tutti, e così anche i nostri eroi di carta. I contorni si sfumano, anche quelli che facevano apparire alcune decisioni inderogabili, l’entusiasmo scema, ma si acquista in saggezza, che forse altro non è che una conoscenza più profonda dell’animo umano, delle sue debolezze, soprattutto.
«Si direbbe che tu non veda più niente, disse Matthieu, che non aveva mai avuto il tempo di osservare bene quei momenti di assenza del collega, quando le sue pupille parevano annegare nel bruno delle iridi. Scosse per un braccio Adamsberg, che si rimise in moto come se qualcuno avesse ricaricato il meccanismo.
-Non è niente – disse. – Giusto un’idea che ho in testa e che non trovo.
-Ma se ce l’hai dovresti trovarla.
-No, Matthieu. È quel tipo di idee che si nascondono come bestioline nelle profondità della melma di un lago. So che è lì, ma non so esprimerla. So solo che è scattata perché ho detto “appioppargli sul groppone”. Come vedi, non ha senso, e di sicuro non ha nessuna importanza, – concluse finendo di tagliare la carne. – Un particolare da niente.
-Io non ho mai avuto idee indefinibili nascoste nella melma.
-A me capita spesso. È irritante. Ma le lascio vivere la loro vita.»
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Lo stesso Adamsberg, come si intuisce, ma non il vecchio Adamsberg. Un uomo che ha dovuto trovare le ragioni del suo lavoro nella vecchia provincia bretone, fuori dalla metropoli (non che sia la prima volta, ma questa volta in una provincia più provincia, ci pare) scandagliando antiche credenze paesane, molta convenzionale superstizione, vite forse meno tortuose ma non meno oscure, quasi a chiosare il caro Brassens dell’Assassinat:
«C’est pas seulement à Paris / Que le crime fleurit / Nous, au village, aussi, l’on a / De beaux assassinats.»
Poi tradotto meravigliosamente da De André in Delitto di paese:
«Non tutti nella capitale / Sbocciano i fiori del male / Qualche assassinio senza pretese / Abbiamo anche noi in paese.»
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Fotografia header: Fred Vargas, via GettyEditorial