In corso il Festival d’Avignon, il più importante festival della scena europea: sui palchi, spesso en plain air, capita che il corpo collettivo del coro esprima la sua voce/le sue voci, prenda parola (e canto) con declinazioni anche radicalmente diverse. Ecco alcuni esempi di come questo strumento classico del teatro può oggi far risuonare la sua forza ancestrale e comunitaria

Sette tipi di coro (+1)

Sui palchi del Festival d’Avignon, spesso en plain air, capita che il corpo collettivo del coro esprima la sua voce/le sue voci, prenda parola (e canto) con declinazioni anche radicalmente diverse, ora conformiste, scontate, deboli, incerte o supponenti, altre volte con toni imprevisti, rivelatori, potenti e originali (originari?), geniali e – letteralmente – accorati.

Ascoltiamo sette esempi (più uno) di come questo strumento classico del teatro può oggi far risuonare, più o meno efficacemente, la sua forza ancestrale e comunitaria, qui ad Avignone. È un modo anche per dar conto, con una breve carrellata necessariamente incompleta, della varietà e della ricchezza di proposta di quest’anno, e della forma corale che rappresenta inevitabilmente la voce polifonica ma riconoscibile del più importante festival della scena europea.

In Soliloquio di Tiziano Cruz

Fol-korico, o il corifeo in mutande

Il coro di Tiziano Cruz è inizialmente musica e ritmo, costume local (delle popolazioni autoctone delle montagne del nord dell’Argentina da cui Tiziano Cruz proviene). Il coro è folklore, cor(p)o esotico che non vorrebbe esserlo, un po’ parata carnevalesca, un po’ fiera paesana apparentemente giocosa ma seria, seguita dal pubblico, nella prima parte di Soliloquio, per le strade di Avignone, come una processione religiosa, come la banda di una festa di paese sulla scia del suo pifferaio magico. Il coro diventa dunque piazza, manifesto/manifestazione, comizio nel parco e dal palco (con tanto di testo ciclostile). Sul canto e sul ritmo collettivi tradizionali vince allora il megafono, e il microfono dell’artista, sul podio, negli intenti programmatici espressi nel verde civico e poi nella sala, lasciato solo. Ecco però che la rivendicazione di un’estetica antiegemonica, anticolonialista, per un’espressione contro lo “sbiancamento” del pensiero e dello sguardo, e la messa in discussione delle modalità economico-culturali dominanti e dominatrici, diventa retorica poetica e politica, e il coro si sgretola in chiacchiericcio… in una predica a tratti un po’ vittimistica.

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festival di avignone

In Hécube, pas Hécube di Tiago Rodrigues

Colpo al coro

II cuore era, per gli antichi, la sede della memoria (da cui “ri-cor-dare”, par cœur e by heart, che racchiudono il concetto del mandare a memoria attraverso l’emozione). Nello spettacolo su Ecuba di Tiago Rodrigues (autore che tra l’altro dedica alla memoria a teatro proprio By Heart, in cui fa imparare un sonetto shakespeariano sul potere salvifico del ricordare al pubblico, e Sopro – Soffio, in cui evoca la figura del suggeritore, salvatore dei vuoti di memoria in scena, e dedica infine al coro di una coppia Chœur des amants), il coro euripideo in prova è un coro scoordinato, un coro scordato (stonato e dimentico): non ha ancora infatti memoria e precisione, ognuno va per conto suo nelle prime sessioni della lettura a tavolino. Da questo principio caotico e scomposto, cacofonia di un gruppo che si trova a sondare e provare il testo tragico, lentamente, anche attraverso la memoria ed emozione, il gruppo trova ritmo e coordinazione, senso e unità espressivi. Ecco che l’inserto musicale in cui tutti, indossando un casco protettivo, danzano all’unisono sulle note di Otis Redding, e in crescendo si aprono a un sorriso pieno, è la figurazione di un coro che ha trovato il suo centro, la sua voce danzante. Ricordare è accordare, accordarsi dunque, sentire all’unisono. Un’armonia che può regalare, nei momenti felici, un ensemble a teatro. In cui lo spettatore per alcuni momenti vibra insieme, ed è fatto della stessa materia del coro. Colpito al cuore.

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In Liberté Cathédrale di Boris Charmatz

Il coro organico dei singoli

Nello spettacolo di danza contemporanea di Boris Charmatz come avviene che i suoi ballerini (una ventina) suonino insieme? Non c’è la coordinazione perfetta e simmetrica della classicità. Manca l’esattezza militare del corpo di ballo, la disciplina palpabile del movimento equilibrato, eppure questo gruppo pulsante si parla e parla una voce, è lampante. Ognuno, per quanto attratto da forze centripete, chiamato a essere individuo e a esprimersi come singolo, partecipa però a un disegno comune, fa parte di un coro che agisce e reagisce alla musica, all’altrui movimento, allo scampanare scomposto e alle iniezioni di organo, ai richiami, allo stupore e alle prediche, al sacro e al profano di una comunità all’opera. Ecco che il coro è libero ma si rapporta come un organismo vivente allo spazio della cattedrale (un campo di calcio e di forze a cielo aperto che ha a che fare con l’assoluto). In questo spazio magico e sacrale si esprime lo spirito libero del cor(p)o di ballo.

In Une Ombre vorace di Mariano Pensotti

Il coro allo specchio

Nel lavoro (quest’anno pièce itinerante del festival) dell’argentino Mariano Pensotti, il figlio di un alpinista scomparso in montagna quando lui era bambino, ripercorre storia e impresa paterna da cui vogliono trarre un film, e nel percorso allo specchio e a ritroso l’uomo si ri-guarda riflesso nell’esperienza del padre e nella resa finzionale di un’esistenza. Qui il coro, fatto di canoni, ripetizioni, sovrapposizioni, passo in comune, si produce fra due soli attori, soli sulla scena, e una struttura di pareti/specchi che li separa, li moltiplica, li congiunge, e diventa il set simbolico di questo gioco di riflessi su metafore e tragitti, scalate interiori e arrampicate esteriori (letteralmente sugli specchi, e letterariamente con echi espliciti del petrarchiano monte ventoso), messa in abisso dello stare al mondo. In due, il coro minimo, il coro è vicino allo specchio, e può essere, finalmente nel finale, l’inizio di una buona amicizia.

In Avignon, une école di Fanny Chaillé

Scuola di coro

Il coro è qui quello di giovani attori in formazione, convocati dalla svizzera Fanny Chaillé a rievocare, rivivere, rifare momenti, spettacoli e personaggi della storia del Festival d’Avignon.
Partono dando i numeri – letteralmente – ma sono forse gli anni avignonesi, sono certamente il ritmo di riscaldamento attraverso il quale cercano/trovano/imparano l’unisono polifonico del teatro, quello stare insieme (spettacolo e festa) di cui questo coro/carrellata sul passato è l’essenza: la passione dell’immaginazione, il gioco dell’imitazione, il senso dell’occasione, ri-producono nella corte dei Celestini due volte al giorno (il secondo spettacolo inizia a mezzanotte) questa sfilata della memoria, resa cosa viva da un gruppo affiatato, giocoso, che capta le energie del luogo e restituisce quelle della giovinezza. Nello shining di questo coro giovane, di questo apprendistato teatrale (per dirla con Goethe), c’è tutta l’energia e la vastità di un festival, centro del mondo teatrale per quasi ottant’anni (anche se il segmento sull’orgoglio teatrale svizzero rimane un guizzo di genio comico autoironico inarrivabile!).

In Qui som? di Baro d’Evel

Il coro alieno

Cor(p)o alieno, la band à part franco-catalana di aspirazione gitana dei Baro d’Evel, è un collettivo al confine, sull’abisso, in qualche modo extra-territoriale e extra-terrestre, che gioca sul deforme e sul degenere, invasato anche alla lettera (in questo caso con maschere di creta precipitate sui volti), incastrato in movenze slapstic e da morti viventi, pietra d’inciampo, che viene lavorata, masticata, inghiottita e vomitata, distrugge e crea al medesimo tempo. Il gruppo è impazzito, libero e in trappola, disciplinato e anarchico a un tempo, prende forme sorprendenti, produce immagini ed emozioni che non hanno ancora parola, fa rituali di un culto che ancora non c’è, e fa dell’errore e dell’orrore, dello scarto e dello scatto, materia di immagini potenti e belle, che colpiscono i sensi e scolpiscono la memoria spettatoriale. Il coro bara, gioca, parodizza, gira a vuoto, e seduce. Usa le armi del circo e della danza, della lirica e del cinema muto, della performance e dell’action painting, del trapezzismo e della clownerie, in un esercizio emotivo ottovolantico e intenso di disequilibrio e contrasto, dando vita a un universo visivo e vivo coerente e impossibile, plausibile e stupefacente, in cui siamo certi di riconoscere un paesaggio (interiore? distopico e utopico insieme) che non avevamo mai visto. Risuona e ci tra-balla dentro questo circo dell’anima, questo coro alieno, alienato, alato, che alza in volo lo sguardo, come un falso Babbo Natale che ci porta doni tanto strani quanto preziosi di un altrove ignoto ma necessario. Da culto – con prolungamento- party in cui lo spettacolo non ha (mai) fine.

In Mothers. A Song for wartime di Marta Górnicka

Il coro/corte marziale, e senza pace

Il coro, nella corte del palazzo dei Papi, a tratti fa tremare le mura: è possente, eterodiretto dal podio dalla direttrice posizionata fra il pubblico (la polacca Marta Górnika). A tratti marziale, è grido d’allarme, urlo indignato, richiamo alla consapevolezza. Scandisce e ripete. Scuote. Raccoglie consenso (quello delle cause giuste, quello delle cause perse). Venti donne (ucraine, polacche e lituane), e una bambina a ingentilire la compagine (la bomba sola è escamotage, testimonianza/pro-vocazione e stratagemma di captatio benevolentiae anche in Angelica Liddell e in Baro d’Evel), sono schierate sul fronte del palco. Venti di guerra muovono e sminano il loro soffio. Denunciare la brutalità del conflitto, gridare la banalità del male, criticare l’Europa che non sa o non vuole vedere, mettere in primo piano lo stupro usato come arma. E, naturalmente, dare voce all’utopia irenica (mai ironica). Peccato che la formula, pur portando la platea a un naturale moto di solidarietà, se invoca a parole la pace e la fratellanza, ha il tono e le vibrazioni partigiane di una guerra ancora irrisolta, e il dubbio si insinua che gli assenti sul palco non siano (sol)tanto gli uomini in battaglia o sotto terra, ma la voce (dunque il punto di vista) dell’avversario (per dirla alla Wolder citato da Carrère).

BONUS TRACK. Festival d’Avignon

Il coro spettatoriale

Evocato dall’école, implicito, presente e necessario per ogni rappresentazione, sangue circolante del festival, fluido vitale e calore esistenziale, il pubblico è il coro silente, a parte (o compresi) qualche rimbrotto e mugugno, poche intemperanze e qualche abbandono, che pre-siede (talvolta si alza pure), col sole e col vento, bagnato dalla pioggia e alle ore più strane, allo spettacolo plurale che è il festival, figlio di una direzione (quella di Tiago Rodrigues) che è anche proposta/programma, ma soprattutto con-vocazione.

Questo coro comprende e fraintende, accoglie e rifiuta, applaude e rimane a bocca aperta, piange e suda, respira e sospira, applaude e grida “bravo”, soffre e gode. Di questa materia senziente, in attesa e in ascolto, è fatto il coro che accompagna il Festival d’Avignon, che infonde sguardo, prospettiva, sensi e senso a quelle meraviglie di persone ed emozioni che si agitano laggiù sulla scena sconfinando nella nostra esperienza.

Il coro siamo noi.

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