David Lynch (1946-2025) non è morto (artisticamente). I suoi scritti, la sua pittura, la sua TV, il suo cinema, il suo sguardo-pensiero, il suo modo proteiforme e perforante di fare cinema, disegnano e segnano ancora. Sì perché i suoi film hanno tanto futuro dentro, tanta intelligenza non artificiale, e dicono molto anche del presente che s’inabissa nel virtuale e perde ogni attenzione, gli dona respiro e altrove…

Non è morto, David Lynch. Persiste e insiste. Permane e invade.

Non sentite le note di Angelo Badalamenti? Segna il nostro sguardo. Nutre prati interiori. Regalando uno sguardo/ascolto mai visto sul mondo. Entrando sotto la pelle del mondo. Accesso segreto all’Inland Empire: al di là della cartolina americana, che ha svelato come pochissimi, nella sabbia immaginaria e verissima di Dune, sotto abiti e i muri riflessi e ombre di velluto, nelle sue pieghe, palcoscenici nascosti che ha inventato/soperto, nei caloriferi che vibrano dentro, oltre le pareti, all’altro capo di un telefono capace di chiamare noi stessi e i nostri demoni, nelle interiora predatorie e cannibali che nascondono i denti sorridenti di una coppia anziana o di una aspirante star, lì sul fondo abissale di una scatoletta blu che col-lega qui e ora al ribaltamento del sogno (sotto la pellicola), nelle lacrime del Club Silencio, nei cowboy all’ombra delle tese dei loro cappelli, sotto il sacco di iuta che nasconde il volto dell’uomo elefante, nello sguardo in posa imperitura ed enigmatica di Laura Palmer.

Vado a memoria, ché David Lynch si insedia a lungo sotto il nostro sguardo, tocca il profondo.

Inland Empire di David Lynch

Il suo Inland Empire, pre-testamento e summa, visyo a New York al IFC (ex cinema Waverly) rimase ore, giorni a impregnare il mio stato d’animo. Questa capacità di segnare, di penetrare, di regalare visioni e suggestioni sotto la pelle/pellicola. Di questa che potremmo dire vocazione alla profondità (meditativa, pittorica, narrativa) si legge nell’eco sui social che ha prodotto la sua morte, mentre Hollywood – fuoco, cammina con lui – brucia letteralmente ed emblematicamente.

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David Lynch non è morto. I suoi scritti, la sua pittura, la sua TV, il suo cinema, il suo sguardo-pensiero, il suo modo proteiforme e perforante di fare cinema, disegnano e segnano ancora. Rivedere, ricordare, meditare il suo cinema, così capace di guardare al futuro del cinema, oltre al cinema stesso, non è (soltanto) esercizio spirituale per vecchi cinefili, che hanno educato con i sui film il proprio cuore selvaggio, si sono persi in Mullholand Drive, sono andati sulle strade perdute, e conoscono la lentezza di altre epoche fino allo sguardo fraterno, ma un’occasione di intensione e di stratificazione per i nativi digitali. Il cinema di David Lynch ha tanto futuro dentro, tanta intelligenza non artificiale. Dice molto anche del presente che s’inabissa nel virtuale e perde ogni attenzione, gli dona respiro e altrove.

Velluto Blu di David Lynch

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David Lynch non è morto. Ora abita quello spazio ulteriore e fondo, quel backyard dove la maschera nera cha abbiamo segnata, incubo e specchio, senzatetto e uomo nero, reclama il nostro coraggio di guardarla in faccia risiede. E ri-conoscersi.

La sua sottrazione a questo mondo terminale è ulteriore invito ad andare là dietro, a inabissare lo sguardo, a seguire la mezzeria nella notte, a mettere la testa sotto la sabbia come paradosso che brucia e illumina, dove qualcosa va in putrefazione eppure, ascoltando bene, qualcosa – sepolto – insiste, cresce, germoglia.

Non è morto, David Lynch.

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