“La parola che rispecchia perfettamente come mi sentivo tempo fa è ‘dolore’. Il dolore di dovermi sempre giustificare, scusare e spiegare il luogo da cui provengo, le mie origini, in tutta la loro complessità”. Dall’infanzia nella Bulgaria comunista al ritorno in un paese che fatica a riconoscersi: in “Una strada senza nome”, Kapka Kassabova intreccia memoria, identità e appartenenza (“Per me scrivere è un percorso verso la conoscenza”. “La mia infanzia è stata quella dell’ultima generazione comunista… a un certo punto bisogna andare oltre il trauma e guardarsi dentro”). Nell’intervista a tutto campo che ci ha concesso, c’è spazio tanto per il racconto di un passato complesso quanto per uno sguardo oggi rivolto alla natura e alla spiritualità. Un percorso personale che diventa anche una riflessione sul presente e i delicati ecosistemi dei Balcani: “Il perdono, la riconciliazione, la gratitudine e la pace sono stati dell’anima. Non possiamo aspettarci che le nostre nazioni si comportino in un certo modo, possiamo aspettarcelo solo da noi stessi. Perciò la riconciliazione, l’atto di dire ‘grazie di tutto, compreso il male’, è un atto molto potente di liberazione interiore. È obbligatorio farlo e ancora una volta, la natura è ciò che ha cambiato radicalmente la mia visione del mondo…”

Nonostante il crollo del Muro di Berlino sia un evento storicamente distante ormai decenni, la lunga scia di ciò che ha rappresentato – e soprattutto ciò che ha lasciato nella vita di chi lo ha vissuto in prima persona, oltre la Cortina di Ferro -, è ancora poco raccontata nella letteratura europea contemporanea. Specie se pensiamo all’area balcanica e a un paese come la Bulgaria.

Che cosa sappiamo oggi della Bulgaria?

Com’era la vita nella Bulgaria comunista, a Est del Muro? E che ne è stato dopo?

Kapka Kassabova, dopo la brillante tetralogia balcanica di Confine (EDT), Il lago, Elisir e Anima (Crocetti), dedicata alla natura, torna in libreria con Una strada senza nome (Crocetti, nella traduzione di Anna Lovisolo). Un romanzo che, attraverso il racconto autobiografico di un’infanzia vissuta dentro i confini del Patto di Varsavia, prova a rispondere proprio a queste domande.

Nella prima parte del libro la voce dell’autrice diventa il memoir dell’infanzia collettiva dell’ultima generazione comunista: un’infanzia tra i palazzi brutalisti di Sofia, nei mastodontici complessi residenziali Gioventù e Amicizia, dove tutto è identico e condiviso: televisori, elettrodomestici, cucine, lingua e rituali.

Tutti studiano russo, ‘lingua franca’ obbligatoria del blocco, e tutti partecipano alle parate socialiste. Un mondo che, agli occhi di chi non lo ha vissuto, assume tratti quasi distopici.

Nella seconda parte, l’autrice, ormai adulta, torna in Bulgaria per fare i conti con quel vissuto, interrogandosi sul senso di patria, lingua e identità.

Abbiamo intervistato Kapka Kassabova che, in una prospettiva più ampia della semplice cornice storico-ideologica, oggi riflette maggiormente su temi come natura, spiritualità e senso di perdono. Strumenti necessari per rileggere tanto quel duro passato, quanto le fratture del presente.

L’autrice, che in Scozia, dove vive da diversi anni, ha appena pubblicato Borrowed Land: A Highland Story, sarà ospite del festival Storie di confine, al teatro Rossetti di Trieste, il 4 maggio alle 18.30 (nel corso della serata verranno annunciati i vincitori e le vincitrici della prima edizione del premio giornalistico internazionale Storie di confine – Il potere trasformativo del dialogo/Border Stories. The transformative power of dialogue, in collaborazione Regione autonoma Friuli Venezia Giulia e con il supporto di Are We Europem, ndr), e il 5 maggio interverrà a Rovereto, alle 19, ospite della Libreria Arcadia.

Una strada senza nome

In Italia è appena uscito Una strada senza nome, un romanzo molto diverso dagli altri libri che ha scritto: estremamente autobiografico, fornisce una prospettiva inedita sulla Bulgaria, che è ancora poco conosciuta e raccontata non solo in Italia, ma anche a livello europeo.
“È il libro di un’autrice molto giovane. L’ho scritto vent’anni fa, quando avevo 33 anni. Era giunto per me il momento di tornare in Bulgaria, ma a una distanza temporale tale da poterlo gestire. Con la mia famiglia eravamo emigrati in Nuova Zelanda già da 15 anni e sentivo il bisogno di tornare indietro per dialogare con la me bambina. È un romanzo che rappresenta il dialogo tra l’io adulto e l’io bambino. E anche come libro è un libro ‘giovane’, non assomiglia ai miei libri più maturi”.

In che senso?
Confine è stato il mio libro di svolta, ma sicuramente non ci sarei mai arrivata senza Una strada senza nome. È un libro più semplice ed emotivamente crudo, perché, in fondo, l’infanzia è una cosa ‘cruda’, grezza, non definitiva. La prima parte è un memoir di me bambina, mentre la seconda parte è un viaggio attraverso la Bulgaria che ho vissuto come un secondo incontro con la mia patria”.

Bulgaria. Capitale: Bucarest. Un batterio dello yogurt che prende il nome di bulgaricus. Una repubblica dell’ex Unione Sovietica. L’omicidio dell’ombrello bulgaro. I lottatori, o forse erano sollevatori di pesi. E, negli ultimi tempi, il posto da cui gente con la carnagione olivastra cerca di buttare giù le porte dell’Unione europea. Un economico e soleggiato paradiso immobiliare – o forse era sciistico – di cui sappiamo che… be’, che da quelle parti tutto costa poco. Si impara velocemente a non prenderla sul personale, ma l’amarezza che comporta non ti abbandona. Nella mente occidentale la Bulgaria è un paese senza volto.
Una strada senza nome
(2026, Crocetti)

Anima. Una pastorale selvaggia di Kapka Kassabova

Sin dalle prime pagine, una mappa ci accompagna in Bulgaria, eppure ci si rende conto da subito degli stereotipi che negli anni vi sono stati associati: informazioni sbagliate, mal raccontate, ma sedimentate nell’immaginario comune occidentale. Cos’ha significato vivere e raccontare questi stereotipi?
“La parola che rispecchia perfettamente come mi sentivo tempo fa è ‘dolore’. Il dolore di dovermi sempre giustificare, scusare e spiegare il luogo da cui provengo, le mie origini, in tutta la loro complessità. C’è però una differenza tra come mi sentivo allora, quando ho scritto il libro, vent’anni fa, e come mi sento oggi”.

Quale?
In passato provavo un misto di rabbia, unita al desiderio di comprendere sia me stessa sia la mia patria, da vicino e senza filtri, senza il bisogno di spiegare tutto, per dare un senso alle cose da sola”.

Com’è riuscita a dargli un senso?
“Tutte le grandi questioni della vita provengono dalla nostra infanzia e in questo libro racconto un’infanzia che è sia personale sia collettiva. La mia infanzia è stata quella dell’ultima generazione comunista. Avevo bisogno di capirlo e in questo l’umorismo, l’ironia e persino il sarcasmo mi hanno aiutata a superare il dolore e la rabbia. È stato un sarcasmo quasi doloroso, in realtà, ma è il modo con cui ho affrontato quei ricordi e le idee che mi erano state imposte su chi sono e su cosa sia la Bulgaria. A un certo punto bisogna andare oltre il trauma e guardarsi dentro”.

il lago Kapka Kassabova

Oggi, a distanza di vent’anni dalla stesura del libro, come si sente riguardo a questo passato così imponente?
“Ora la mia risposta a quei ricordi è molto diversa. Il mondo è cambiato e anch’io sono cambiata da quando ho scritto i miei altri libri sui Balcani. Ognuno di essi è stato un’odissea verso l’ignoto e ognuno di essi mi ha trasformata completamente. Si dice che ogni sette anni tutte le cellule del nostro corpo si rinnovino, così come tutti i nostri capelli. Per me è stato così con ognuno di questi libri. Penso che ormai la questione di ‘da dove vengo’ e ‘cosa sia la Bulgaria’ sia stata completamente sostituita dalle questioni ecosistemiche”.

Cioè?
Confine e Verso il lago sono i miei libri più sociali e politici, mentre Elixir e Anima sono esplicitamente incentrati sull’ecosistema. Un ecosistema in cui l’umanità, tutti noi, siamo piccoli nel quadro generale della natura. Ora il mio dolore e la mia rabbia si sono sposati verso un’altra direzione, ovvero la distruzione della natura che osservo anche qui, in Scozia, dove vivo. Ovunque continuiamo a perdere la natura, lo sfruttamento industriale aumenta, ma per questo deve crescere la nostra resistenza, personale e collettiva. Una resistenza ispirata alle verità ancestrali che ogni antico popolo conosce”.

Da quando avevo lasciato la Bulgaria ero andata avanti e indietro per il mondo diverse volte, spinta da un’energia leggermente maniacale. Ero riuscita a convincermi di essermi lasciata alle spalle il mio paese per sempre. Avevo deciso di considerare l’emigrazione e il mio girovagare come una fuga, non una perdita. Non c’è un posto che possa chiamare casa? Nessun problema, il mondo è la mia casa. Di dove sei?, mi chiedevano. Non ha importanza, rispondevo. E invece ce l’ha.
Una strada senza nome (2026, Crocetti)

Sofia, Bulgaria - Palazzi brutalisti nel quartiere residenziale Gioventù

Sofia, Bulgaria – Palazzi brutalisti nel quartiere residenziale Gioventù, descritti in “Una strada senza nome” (foto di Diana Mihaylova)

Nella seconda parte di Una strada senza nome, quando ritorna in Bulgaria da adulta, anni dopo la caduta del Muro di Berlino, emerge un senso di straniamento e racconta della sua multipla appartenenza a più Paesi, più realtà, più case. “Non c’è un posto che posso chiamare casa?”, scrive. Come ci si sente a vivere questa appartenenza mista, ad avere più di una patria, più di una casa, più di una lingua? C’è un’identità che prevale sulle altre?
“Ciò che mi interessa ora non è più l’identità nazionale, perché penso che nel prossimo futuro potremmo anche assistere a un disgregarsi delle nazioni, o a un ripensamento del concetto stesso di nazione, confine e identità nazionale. Per me la questione è capire se mi identifico con ciò che è vivo o con ciò che non lo è. Dopo le mie esperienze con Elixir e Anima, ho sviluppato un altro modo di percepire il mondo, e ho capito che in realtà ho molto più in comune con alcuni animali che con alcune persone”.

In questa prospettiva, come vive il senso di identità?
“Non è rigida, ma è qualcosa di assolutamente fluido. Sicuramente i media e le istituzioni politiche dedicano molto tempo a discussioni sul tema dell’identità, ma spesso sono sterili. Che cittadinanza hai? Quanti passaporti hai? Sono modelli di vita che ormai non funzionano più. Dovremmo piuttosto chiederci: sto bene? Come posso vivere per non ammalarmi in questo mondo? In quali luoghi mi sento bene? E non ‘Da dove vengo?’. Ovviamente è importante, ma per me è diventata una questione spirituale, e non nazionale”.

Nei suoi libri parla spesso dei Balcani e di Bulgaria, ma si tratta di opere scritte e concepite in lingua inglese. Qual è la sua lingua ‘prediletta’?
“Sono considerata una autrice bulgara, ma vivo fuori dalla Bulgaria da oltre trent’anni. Per questo, l’inglese è la mia lingua letteraria, mentre il bulgaro resta la mia lingua madre, anche se sta diventando sempre di più la mia seconda lingua letteraria. Ho tradotto e riscritto io stessa tutti i miei libri”.

Nei suoi lavori precedenti, legati ai Balcani, ha vissuto e raccontato stili di vita molto diversi dalla velocità e dalla frenesia contemporanea: un maggiore legame con la natura, il potere curativo delle piante, il nomadismo, persino alcune lingue dimenticate. In particolare, in Anima – Una pastorale selvaggia ha deciso di allontanarsi dalla civiltà per seguire la transumanza e i percorsi dei pastori negli alpeggi, uno stile di vita dagli equilibri estremamente fragili. Che cosa ha significato vivere in prima persona questa esperienza?
“Sin dall’infanzia ho sempre amato la geografia, e per scrivere di un luogo sento che devo prima capirlo fino in fondo, con tutti i mezzi possibili, attraverso l’esperienza in prima persona. In questo, però, non sono mai sola: per entrare in un microcosmo ho sempre bisogno di guide, mentori e persone del posto. Così ho scritto tutti e quattro i libri della tetralogia balcanica, spinta dalla volontà di comprendere un mondo in continua evoluzione. L’esperienza diretta è la mia base assoluta, la carne e il sangue che utilizzo per comprendere i luoghi e le persone, il materiale e l’immateriale della vita. Li faccio passare attraverso di me per raccontarli. Scrivendo Anima ho capito quanto è importante ciò che fanno i pastori, non solo in Bulgaria, ma in tutta Europa e nel mondo. Sono le ultime persone che sostengono i nostri ecosistemi, sia a livello locale che a livello globale”.

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Pensando alla vita nelle grandi città, alla nostra società pienamente industrializzata, segnata da dinamiche di consumo, è possibile come umanità tornare a ritmi di vita più lenti e connessi con la natura? Ritmi più simili a quelli che ha osservato e raccontato nei suoi libri…
“Oggi non importa dove siamo, perché tutti abbiamo gli stessi problemi, ovunque viviamo, non solo in città. C’è un crescente attaccamento a tutto ciò che è sintetico, industriale e artificiale, e inevitabilmente ne soffriamo. Credo però che sia ancora possibile vivere una vita più divertente e leggera, ma si tratta di una scelta personale. Collettivamente siamo spinti ad accelerare sempre più, come fossimo schiavi di un sistema dove tutti dobbiamo essere iper-produttivi, iper-digitalizzati. E per questo abbiamo continue ‘ricompense’ istantanee via social, con i likes, che però non hanno alcun valore. Per questo penso che prima o poi ci sarà un contraccolpo”.

Cioè?
Questo sistema di vita è puro consumo, ed è estremamente distruttivo, per cui serve creare una forma di resistenza”.

Come si può creare questa resistenza?
“Deve partire da noi stessi, per poi estendersi ai gruppi di cui facciamo parte, a livello locale, ma anche globale. Ognuno di noi deve farlo come può, nei limiti del possibile, tenendo però ben presente che senza la natura non siamo niente. Senza un contatto con la natura la nostra vita si svuota di significato, facendoci perdere la salute mentale, poi quella fisica, fino a farci ammalare nell’anima. Perdiamo le foreste, i fiumi, specie di animali e uccelli, e così perdiamo la vita. Il nostro compito è dunque quello di creare nuove forme di resistenza contro un sistema sempre più avido e disumano, che mette in atto un genocidio e un ecocidio. Per resistere non c’è posto per la paura, serve dare spazio all’azione e ai pensieri creativi”.

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Cosa significa per lei oggi la scrittura?
“Per me scrivere è un percorso verso la conoscenza. La cosa più importante ed emozionante della mia vita è sempre stata la conoscenza. La conoscenza di me stessa, di pari passo con tutti i tipi di conoscenza a cui abbiamo accesso in questa vita: il territorio, le persone, i luoghi. Per ogni libro degli ultimi che ho scritto ci sono state molte letture sugli argomenti raccontati, e ogni volta è come entrare in un mondo. Questo è per me la scrittura: un viaggio verso l’esterno e verso l’interno. Mi sono sempre interessata ai microcosmi, ai mondi invisibili e ignoti”.

Tornando a Una strada senza nome, nella prima parte racconta l’infanzia schematica e rigida nella Bulgaria comunista: un racconto nostalgico, dove emerge anche un sentimento di rabbia e dolore, come lei stessa ha spiegato. Oggi è ancora possibile fare pace con quel passato e accettarlo?
“È una domanda molto bella e molto profonda. E anche qui vi è una questione spirituale, perché il perdono, la riconciliazione, la gratitudine e la pace sono stati dell’anima. Non possiamo aspettarci che le nostre nazioni si comportino in un certo modo, possiamo aspettarcelo solo da noi stessi. Perciò la riconciliazione, l’atto di dire ‘grazie di tutto, compreso il male’, è un atto molto potente di liberazione interiore. È obbligatorio farlo e ancora una volta, la natura è ciò che ha cambiato radicalmente la mia visione del mondo”.

In che modo la natura l’ha aiutata a interiorizzare?
“È molto difficile compiere un gesto spirituale se ti trovi per esempio nel centro di Sofia, e intanto qualcuno ti insulta. Se invece ti trovi in un villaggio sperduto, triste e semideserto, nel cuore dei monti Rodopi, ti siedi su una panchina sgangherata e osservi l’immensa rovina del post-comunismo, se vedi come lì, in quel villaggio vuoto, da ogni parte ci sono alberi ricolmi di ciliegie, anche se nessuno può goderne o vedere questa immensa abbondanza, nessuno può dire un ‘Grazie’, se non un povero, vecchio e solo abitante di quel villaggio… Ecco, lì  sono felice. In un posto del genere si può perdonare, perché i sentimenti diventano puri, assoluti e immutabili, e questo ci salva. Questo atto di amore è il dono che la Terra stessa ci fa: l’atto di andare in terra balcanica, per sentire questo amore. Un legame profondo che va oltre le parole”.

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Fotografia header: Kapka Kassabova nella foto di Tony Davidson

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