La morte di George Floyd, avvenuta lo scorso 25 maggio, ha scosso non solo gli Usa, dove sono in corso proteste e manifestazioni, ma il mondo intero. In rete in molti si chiedono: “Ma noi da qui cosa possiamo fare?”. Oltre alle donazioni, ci si può e ci si deve informare: leggere, studiare e, soprattutto, ascoltare la voce di chi, quelle discriminazioni, le vive sulla propria pelle e le racconta anche in Italia. Nel nostro speciale segnaliamo alcuni account Instagram da seguire di attiviste e attivisti e di chi si impegna a lottare contro il razzismo e le diseguaglianze. Spazio poi anche a libri, film, serie e podcast a tema

La storia di George Floyd, l’uomo soffocato dall’agente di polizia di Minneapolis Derek Chauvin lo scorso 25 maggio, ha scosso il mondo intero. Sul suolo americano si stanno consumando – in piena pandemia –  manifestazioni e proteste contro le disparità che da secoli condizionano la vita degli afroamericani, ma la rivolta è arrivata anche in altri paesi, compresa l’Italia.

Qui la situazione è diversa”, sostengono alcuni chiudendo gli occhi di fronte alle questioni razziali che da anni riguardano anche le nostre discussioni (ricordiamo, solo per citarne uno, il caso di Soumaila Sacko, il migrante maliano 30enne ucciso il 2 giugno 2018 in provincia di Vibo Valentia, mentre difendeva i suoi compagni vittime del caporalato). Ma purtroppo, per quanto il contesto sia differente, il problema ci riguarda eccome, più di quanto immaginiamo.

Per questo il movimento #BlackLivesMatter ha raggiunto anche il nostro Paese, coinvolgendoci e facendoci mettere in discussione molto di quello che finora abbiamo fatto e che, sfortunatamente, non si è rivelato sufficiente ad arginare l’odio razziale.

Ma noi da qui cosa possiamo fare?”.

È questa la domanda che si sente più spesso, domanda che in alcuni casi odora di deresponsabilizzazione; in altri, invece, è manifestazione sincera di un’impotenza apparentemente impossibile da sconfiggere.

Getty Editorial Giugno 2020_Proteste George Floyd New York

Del resto l’argomento è delicato, bisogna sforzarsi di capire, mettersi in discussione, allontanare i pregiudizi e informarsi (e naturalmente, quando possibile, donare alle cause il Post ne ha raccolte alcune a cui dare sostegno).

Si può partire dai libri, da alcuni testi di riferimento come ad esempio Donne, razza e classe di Angela Davis (Edizioni Alegre, traduzione di Alberto Prunetti, e Moïse Marie) e Con ogni mezzo necessario di Malcom X ( ShaKe, traduzione di Raf Valvola Scelsi, E. Guarnieri, WonderWoman), o da romanzi come Amatissima di Toni Morrison (Sperling & Kupfer, traduzione di Giuseppe Natale), Tra me e il mondo di Ta-Nehisi Coates (Codice, traduzione di Chiara Stangalino) e I ragazzi della Nickel  di Colson Whitehead (Mondadori). Lo stesso Whitehead intervistato a fine 2017 da ilLibraio.it per l’uscita de La ferrovia sotterranea (Sur), che gli valse il primo Pulitzer, oltre al  National Book Award per la narrativa, non si faceva problemi ad ammettere che “gli Usa sono ancora un paese molto razzista”.

La pensa allo stesso modo Yaa Gyasi (della quale Garzanti ha pubblicato il romanzo Non dimenticare chi sei). Nata in Ghana 30 anni fa,  e cresciuta negli Usa, in Alabama, quando l’abbiamo intervistata ha dichiarato: “Non c’è un solo nero negli Usa che non abbia provato il razzismo”.

Ci si può dedicare alla visione di alcuni film e serie che raccontano bene la situazione negli Stati Uniti, come When They See UsSeven Second e BlacKkKlansman di Spike Lee, o ancora a documentari come 13th di Ava DuVernay, I Am Not Your Negro di Raoul Peck e il cortometraggio Black Sheep di Ed Perkins.

Getty Editorial Giugno 2020_Black Lives Matter

Si possono inoltre seguire i profili di chi ha deciso di far diventare Instagram un canale per combattere e diffondere informazione. Parliamo di persone che da tempo hanno iniziato a utilizzare la propria presenza online come strumento di sensibilizzazione, e che rappresentano non solo un modo per tenersi informati sulle notizie, ma anche un’opportunità per capire meglio la prospettiva di chi, quelle discriminazioni, le vive sulla propria pelle.

Qualche profilo Instagram da seguire in Italia per tenersi aggiornati

  • Tra le voci da ascoltare c’è quella di Espérance H. Ripanti. Espérance di anni ne ha 28, ha pubblicato E poi basta. Manifesto di una donna nera italiana (People) e sul suo profilo Ig (dove la trovate come @unavitadistendhal) si descrive come un’attivista culturale. In molti dei suoi interventi, si esprime su cosa significhi essere davvero antirazzisti, partendo dalla sua esperienza personale e dalla sua storia, iniziata in Ruanda nel 1991.
  • Molto attenta a questi temi troviamo Oiza Q. Obasuyi (@oizaq), classe ’95, collaboratrice di The Vision e studentessa della facoltà di Global Politics all’Università di Macerata. Sul suo LinkTree si trovano diversi approfondimenti e un pezzo in cui racconta perché è così difficile spiegare il razzismo a chi non accetta di essere razzista.
  • L’attivista Sonny Olumati (@sonny_olumati), autore del libro Il ragazzo Leone (Solferino), parla di razzismo e repressione, ma non solo: la sua attenzione è rivolta a svariati temi d’attualità, anche riguardanti la causa femminista.
  • Firma de La politica del popolo è Abril K. Muvumbi (@abrilmuvumbi), nata in provincia di Bologna nel 1997 e originaria della Repubblica Democratica del Congo e dello Zambia. È laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna, ha lavorato al Parlamento Europeo, a Bruxelles, e si dedica alla questione dell’Afrofobia in Europa.
  • Studentessa di Giurisprudenza, Victoria Oluboyo (@victoria_oluboyo), 25 anni, scrive sul suo blog Oltre per difendere i diritti umani e per schierarsi contro ogni forma di razzismo e discriminazione.
  • Nadeesha D. Uyangoda V. (@the.nuardian), originaria dello Sri Lanka e cresciuta in Brianza, è un’autrice freelance che ha scritto, tra gli altri, per Il Corriere della Sera, Vice e Al Jazeera. Qui racconta storie di identità, di migrazione e di integrazione: oltre a quelle degli altri, anche la sua.
  • Dagli interventi scritti ci spostiamo a quelli orali, palando di Ada (su Instagram @ada_quellavera) autrice del podcast D-Tech, un progetto per avvicinarsi al mondo della tecnologia ma anche per affrontare “tematiche trasversali che ne condizionano l’utilizzo e la percezione: diversità, diaspore e nuove generazioni, digital divide, sviluppo e SDGs, innovazione sociale”.
proteste Usa GettyImages-03-06-2020

(Photo by Scott Heins/Getty Images)

  • Qui il profilo di Andi Nganso (@andi_nganso), medico e attivista. In questo video lancia un appello a tutti, spiegando l’importanza di riconoscere il privilegio bianco (“whiteness”): “La whiteness ci ha schiavizzati per più di 400 anni. La whiteness ci ha colonizzati per diversi secoli. La whiteness ci umilia, ci violenta, ci uccide. La whiteness ci toglie i diritti. Ed è la stessa whiteness che ci vuole dire come dobbiamo parlare, perché se parliamo siamo arrabbiati, troppo aggressivi. È la whiteness che ci dice come dobbiamo manifestare”.
  • Susanna From Kumasi (@susanna_aka_akosua), communication specialist, lavora a progetti relativi alla migrazione alla cooperazione internazionale. Il suo obiettivo è quello di demolire le etichette imposte dalla società, cercando di sviluppare un processo di “consapevolezza nera” in Italia. Raccoglie sul suo spazio online le storie di tutti gli afroamericani del mondo: “Questo blog è dedicato a tutti coloro che si sono sentiti almeno una volta fuori posto per il semplice fatto di essere neri”.
  • Diletta Bellotti (@dilettabellotti), 24 anni, è attiva per dare visibilità alle lotte dei braccianti sfruttati nelle campagne.
  • Consigliera comunale del Comune di Reggio Emilia e Presidente della Commissione consiliare “Diritti umani, pari opportunità e relazioni internazionali”, Marwa Mahmoud (@marwa_alwaysmile) è originaria di Alessandria d’Egitto e ha 35 anni. Da sempre a sostegno delle battaglie che riguardano i diritti umani e civili, lavora a iniziative finalizzate a rendere la città in cui vive, Reggio, sempre più aperta e inclusiva. 
  • Si esprimono e prendono posizioni in merito anche influencer come Tia Tayolor (@misstiataylor), Bellamy (@darkchocolatecreature) e Loretta Grace (@graceonyourdash), il cantante Tommy Kuti (@tommy_kuti), Evelyne Safaawua (@evelynesafaawua) imprenditrice e fondatrice della start up NappyItalia per la cura dei capelli ricciafro.
  • Da tenere a mente, inoltre, la pagina del webmagazine AfroItalianSouls, una finestra sul mondo afroitaliano, dove è possibile leggere e ascoltare tante voci sui più svariati argomenti legati alle questioni razziali. Accanto a questa, anche Razzismobruttastoria.

La lista, come ovvio, potrebbe essere molto più lunga, e considerare anche personalità come Aboubakar Soumahoro (dirigente sindacale italo-ivoriano della USB, da anni impegnato nella lotta per i diritti dei braccianti), ma anche il giornalista e vicedirettore del Post Francesco Costa che, attraverso i suoi interventi e il suo podcast Da Costa a Costa sta portando avanti un lavoro di approfondimento per raccontare le contraddizioni degli Usa agli italiani (è appena uscito per Mondadori il suo saggio Questa è l’America).

Senza contare autori e autrici come Igiaba Scego (che abbiamo intervistato in occasione dell’uscita de La linea del colore, e che ha curato Future, un’antologia che ha raccolto le voci di undici giovani afroitaliane) e Antonio Dikiele Di Stefano (che qui ci ha raccontato la storia di chi è nato o vive in Italia ma non è rappresentato, né tutelato).

Getty Editorial Giugno 2020_ Proteste New York

Inevitabilmente, osservando i loro profili, leggendo i loro post e ascoltando i loro i discorsi, sorge un dubbio – non in merito alla loro attività specifica, quanto al valore generale del fenomeno della lotta sui social: può avere davvero senso una lotta di questo tipo?

Il pericolo più evidente è che si riduca a essere un contenitore di contenuti, non tanto per chi questi contenuti li produce (che sicuramente è dedito alla causa per cui combatte), ma per chi ne fruisce. La partecipazione a una causa rischia di ridursi a un cuoricino sotto un post o alla condivisione di una storia (e anche per questo è importante non imporre i propri sentimenti di dolore e sconcerto su quelli delle comunità nere, cercando di utilizzare questi mezzi come casse di risonanza e non come veicolo per mettersi in primo piano e ostentare la propria personalità). Partecipare alla lotta è semplice, troppo semplice, se la lotta si consuma esclusivamente sui social, se la lotta è fruizione passiva e non, come per natura della lotta stessa, attiva. La questione è controversa, perché se da un lato seguire chi fa attivismo sui social è un ottimo punto di partenza, bisogna comprendere che è appunto soltanto l’inizio di un percorso più complesso, che richiede studio, impegno e, soprattutto, attività.

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