Dopo aver raccontato della famiglia Shakespeare, con “Land – Una storia irlandese” Maggie O’Farrell (scrittrice che ha la capacità di non lasciare indietro nessuno dei suoi personaggi) si sposta in Irlanda, nel 1865 per la precisione, per narrare di un cartografo e del suo compito di mappare l’isola per conto dell’esercito inglese. Tutto è pronto per mettere in atto l’ambiziosa impresa, quando un evento imprevisto, un evento che si intreccia con racconti e tradizioni antiche, cambia tutto. Tra trasferimenti, viaggi oltreoceano, separazioni e riavvicinamenti, facciamo la conoscenza della famiglia del cartografo, al centro di un racconto la cui scrittrice veste i panni di un “seanchaí”, termine gaelico che indica un “cantore delle antiche tradizioni”
C’era una volta un pozzo incantato. E poi un bosco, e una ragazza con un cane, una coppia che cerca di avere un bambino, infine un uomo, un cartografo per la precisione, e suo figlio.
E una terra verde a forma di cane, l’Irlanda, dove Maggie O’Farrell ambienta il suo decimo romanzo, Land, terra, appunto.
Dopo aver raccontato della famiglia Shakespeare in Nel nome del figlio – Hamnet (da cui è stato tratto un film con la regia di Cloé Zhao, che ha ottenuto grande successo sia tra il pubblico sia nella stagione dei riconoscimenti internazionali), la scrittrice britannica torna a parlare di legami familiari, questa volta strettamente connessi con il territorio che abitano.
Siamo nell’Irlanda del 1865: qui un cartografo e suo figlio sono a lavoro per mappare l’intera isola per conto dell’Ordnance Survey britannico, l’ente pubblico incaricato di redigere la cartografia della Nazione.
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“Land – Una storia irlandese” (Guanda, traduzione di Stefania De Franco) è il decimo romanzo della scrittrice britannica Maggie O’Farrell
Una penisola che si allunga nell’Adriatico…
Il Paese viene dalla Grande Carestia, i cui strascichi si rintracciano negli occhi segnati degli adulti, da cui traspaiono i ricordi dolorosi di famiglie distrutte, di orfani costretti a lavorare negli ospizi, di superstiti emigrati oltreoceano. Strascichi evidenti anche sul territorio dell’isola che nasconde, oltre le basse colline – i drumlin -, villaggi decimati e raccolti abbandonati.
Come far entrare tutto questo in una mappa? Il cartografo Tomás non sembra domandarselo mentre, accompagnato dal suo secondogenito Liam, procede a segnare dati e coordinate di “una stretta lingua di terra lambita su entrambi i lati da piccoli bracci di mare freddo: una penisola che si allunga nell’Adriatico come una mano implorante”.
Tomás è bravo nel suo lavoro, e non vuole deludere l’esercito britannico, disposto a pagare una somma non irrisoria per la mappatura della penisola. Non si chiede, non ancora almeno, se è giusto che per indicare quei territori venga usata la lingua inglese e non quella del posto, se è giusto disegnare le mappe per i “conquistatori”.
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Poi un evento imprevisto cambia tutto. Un evento che si intreccia con le tradizioni celtiche, i miti sulla natura, gli spiriti dei boschi. È proprio un bosco che modificherà il corso della vita del cartografo e della sua famiglia. L’uomo entrerà in un modo e ne uscirà completamente cambiato.

Maggie O’Farrell, nata in Irlanda del Nord nel 1972, è cresciuta tra il Galles e la Scozia, e attualmente vive a Edimburgo. Ha vinto numerosi premi, tra cui il Somerset Maugham Award e il Costa Book Award for Fiction 2010 per “La mano che teneva la mia”, pubblicato da Guanda
“Questo Paese ha attirato ondate di conquistatori, quelli che vengono a occupare e asservire, e solo io so come possiamo resistere. Creare le mappe equivale a prendersi il potere. Possiamo ridisegnare la terra su cui camminiamo, documentare com’è , com’era e come sarà. Non useremo i loro nomi, i loro confini di proprietà, le loro linee per delimitare i terreni agricoli, le loro caserme: cancelleremo tutto”.
È con in mente questo progetto che Tomás sposta tutta la sua famiglia da Dublino alla penisola, costruendo una casa proprio al limitare di quel bosco.
Un racconto concitato, tra passato e presente
Ed è a partire da qui che O’Farrell mette in piedi un racconto concitato, che sposta l’immaginazione del lettore avanti e indietro nel tempo, raccoglie le storie di chi ha vissuto attorno a quel bosco e le mescola con le vicende della famiglia del cartografo, in un continuo alternarsi tra passato e presente, tra punti di vista diversi.
Se c’è una cosa che abbiamo imparato della scrittrice con Hamnet è la sua capacità di non lasciare indietro nessuno dei suoi personaggi. Seguiamo così con attenzione le vicende di Phina, la madre, delle sorelle Enda e Rose e infine di Eugene, l’ultimo fratello, che calza a pennello la descrizione del Gruagach: “una creatura simile a un folletto, che lavora sodo e se ne sta per conto suo”.
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Le loro storie vengono intrecciate con cura e pazienza, nessun sentiero viene abbandonato, neanche quando le vicende proseguono “oltre i confini del mondo mappato”, tra l’Italia, l’India e poi fino in Canada: tutto converge in un destino inevitabile, cucito con cura su ogni personaggio.
Land è un calderone in ebollizione, un racconto denso in cui la separazione tra reale e fantastico si mantiene in equilibrio su una linea sottile, che l’autrice scavalca spesso, regalando continui rimandi alla tradizione e al folklore irlandese.
In gaelico seanchaí significa “custode della tradizione, storico”, ma anche “cantore delle antiche tradizioni”. Con Land O’Farrell fa proprio questo, restituendo l’affresco di una terra e della sua storia.
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