“La letteratura occidentale nasce nel segno del latte e del sangue della terra: la ricotta del Ciclope e il vino di colui che è Nessuno…”: il percorso letteario a cura dello scrittore e critico letterario Hans Tuzzi, che dai classici latini e greci porta al ‘900, tra narrativa, poesia, citazioni e “spericolate sinestesie”
Naviga il mare color del vino, Odisseo, e giunge alla grotta di Polifemo dalla quale riesce a fuggire soltanto grazie al vino – “un vero ruscello di nettare e ambrosia” – offerto al Ciclope schietto, non annacquato. La letteratura occidentale nasce nel segno del latte e del sangue della terra: la ricotta del Ciclope e il vino di colui che è Nessuno.
I Greci dopo Omero raramente bevevano vino puro: nelle feste Dionisiache, nelle libagioni agli dèi. Nelle riunioni conviviali il compito di definire in quali proporzioni il vino doveva essere diluito con acqua, e talvolta miele, era affidato al simposiarca. La misura greca rifuggiva dall’ubriachezza. L’acqua, di solito in ragione di tre parti per una di vino, doveva provenire fredda da fonte o pozzo.

Ma torniamo alla letteratura. Che vede nel mondo romano, meno terso e misurato, il vino trionfare puro, ora nella gioia della vittoria o nel calore dell’amicizia, con Orazio, ora nella greve celebrazione di triviali ricchezze terrene, come nella cena di Trimalcione, epitome di tempi plebei.
L’altro ramo da cui discende la nostra civiltà, fiorito sull’opposta sponda del Mediterraneo, ha sì episodi letterari – l’ebrezza di Noè, le nozze di Cana – ma per il cristiano trascende l’umano: che fede è, si chiedeva Flannery O’Connor, quella che riduce a metafora il mistero per cui pane e vino, corpo e sangue della terra, consacrati diventano corpo e sangue di Cristo?
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Il poeta, colui che sa come nella vita sono necessarie più nascite e può accadere di non venire mai del tutto al mondo, attinge al vino di Orazio, non al vino del Sacro. Così è nei versi di trovatori come Marcabru (“vi manca la carne, il vino e il pane”, cioè l’essenziale) e Guglielmo d’Aquitania (“e il vino fu buono, e il pane bianco e il pepe abbondante”) anche se Raimbaut d’Aurenga ricorda il miracolo di Cana (ma come paragone per il turbamento che prova dinanzi alla donna amata) e solo Cerveri de Girona saetta l’abbagliante miracolo della transustanziazione: “nessuno si deve meravigliare che Dio faccia il pane carne vera e il vino sangue”.
Così è nei secoli successivi, e basti ricordare “l’invisibile spirito del vino” che, dice Jago, può essere dèmone ma anche buon compare se ben misurato. Poi, il catalogo in rima di Francesco Redi scarta dalla letteratura nell’andana del turismo enoico. Per ritrovare la forza letteraria del vino, dobbiamo attendere la sua riscoperta romantica nel corso dell’Ottocento, quando Fitzgerald traduce Omar Khayyām (“Riempi il bicchiere di vino, l’aria di canti”; “Un libro di canzoni, una coppa di vino, del pane, e te, amor mio, vicino a me”) e Baudelaire afferma che si deve sempre essere ebbri: “bisogna che vi ubriachiate senza tregua. / Ma di che? Di vino, di poesia o di virtù, / a piacer vostro. Ma ubriacatevi.”

Non perciò nel senso letterale di Athos (il moschettiere di Dumas, non l’omonimo vino rosso): “Avrete certo notato, mio caro amico, che ognuno ha il suo genere di ubriachezza, triste o allegra: io ho l’ubriachezza triste. È il mio difetto, difetto capitale, ne convengo; ma tolto questo, io sono buon bevitore”. E infatti, rimasto asserragliato nella cantina dell’osteria lungo la via per Calais, rivelerà a D’Artagnan: “sono ubriaco fradicio! Ho bevuto almeno centocinquanta bottiglie”. No, non così. Sebbene… Per il vino, potente miscela di stimoli sensoriali, è nel corso dell’Ottocento che qualcosa cambia, a cominciare dall’osservazione di Balzac, secondo il quale nelle nazioni con industrie chimiche si beve ormai cattivo vino. Eppure Bismarck, creatore dell’Impero prussiano e dei suoi possenti comparti industriali, era un grande estimatore di vini, e più di bianchi, specialmente del Riesling proveniente dal vigneto Ungeheuer (enorme, mostruoso).
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Il suo affermare “Dieses ‘Ungeheuer’ schmeckt mir ungeheuer” (“Questo ‘Enorme’ mi piace enormemente”) rese celebre il vitigno. Nel 1883 festeggiò il compleanno con una bottiglia della leggendaria annata 1811, citata anche da Goethe, per la cui attenzione al vino bastino Le affinità elettive.
Lo stesso Flaubert (il romanziere, non lo champagne omonimo) parte dal vino per enunciare una regola letteraria: “Tu dipingerai il vino, l’amore, le donne, la gloria, a condizione, mio buonuomo, che tu non sia né ubriacone, né amante, né marito, né fante. Mischiati alla vita, la si vede male, se ne soffre o se ne gioisce troppo.” Dipingere il vino… Zola permea le pagine di Nanà (figlia di quella Gervaise protagonista de L’Ammazzatoio, romanzo dominato dall’alcolismo) di profumi descritti in modo quasi fisico, dalle acque di toeletta all’afrore dei purosangue all’ippodromo sino agli effluvi che emanano dalla giovane, e così per il vino. D’Annunzio, grande talentuoso di superficiale facilità, si ispirò a questa frase di Salammbô, edito nel 1862: “Les marchands d’Alexandrie naviguent les jours de fête sur la riviere de Canope, et boivent du vin dans des calices de lotus” traducendola con qualche aggiunta: “I nitidi mercanti alessandrini, / profumati di cìnnamo e d’issopo, / bevean su la riviera di Canopo / ne’ calici de ’l loto i rosei vini.” Sono i versi iniziali della Ballata di Isaotta Guttadauro, del 1886, e il vino è roseo. Ma il vero contrasto è fra bianchi e rossi. Il 26 luglio 1916, in una delle sue passeggiate fuori dal manicomio di Herisau, Robert Walser sosta in una locanda fra i boschi che serve solo vino rosso.
Il bianco è aristocratico, il rosso popolare: e l’Italia, che oggi possiede la più grande ricchezza ampelografica del pianeta, oltre 500 vitigni autoctoni, per tutto l’Ottocento letterario oscilla fra “la purpurea Barbera” di Pascoli e il vino “cafone” del Meridione di Verga. Nella Roma dannunziana si beve “sciampagna” come nella Parigi di Bel Ami. Invece Kavafis: “E mi dissetai con i vini più gagliardi, / quelli che bevono gli arditi del piacere.”

E poi, il Novecento: il Falerno che Bulgakov fa bere al Maestro o quello che sorseggia l’Adriano della Yourcenar, “e ogni sorso sembrava riempirmi di una saggezza antica, come se il nettare di Bacco potesse trasmettermi la sapienza dei tempi andati”; quello dei Buddenbrook, “un vino rosso che riempie il cuore di calore e nostalgia”, o quello che, non occorre precisare che è tinto, beve solenne a Macondo José Arcadio, capostipite della famiglia Buendía; il “vino speziato” che Marco Polo assicura bersi a Maurilia, città invisibile, o quello, quale che sia, che per Agilulfo è “segno tangibile di un’esistenza reale”.
E che vino berrà mai la Morte di Saramago? Pavese era per i bianchi, Soldati lodò il Ghemme, rosso, Fenoglio trattava il vino delle Langhe per lavoro. E poi, la memoria dei bianchi nei Sillabari di Parise, il “vino rosso denso e saporito di un’annata che aveva fatto lentamente appassire i grappoli” lodato da Comisso. Gli inglesi, non producendolo, parlano del vino in tono ora superficiale – bevono tutti claret – ora esotico, da Keats (“Poter bere una coppa del caldo Sud, con perle bulicanti scintillanti all’orlo / e la bocca una purpurea macchia”) al Connolly di Mistero al club, ora davvero sovrannaturale, come nel racconto Non dopo mezzanotte della du Maurier.
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Ma torniamo ai profumi di Nanà. Fra le proprietà organolettiche del vino il profumo è importante e si presta a spericolate sinestesie: le sue note possono essere vibranti, calde, avvolgenti. Dal vino al profumo – quello delle ascelle di Odette e più ancora delle fanciulle in fiore, meno attente all’igiene di quanto non fossero le grandi cocottes, non rinvia forse al vino brettato, ai profumi muschiati? – il passo nell’immaginario letterario è breve, come testimonia il decimo capitolo di À rebours di Huysman, votato ai profumi. E poi, al ballo dei Ponteleone nel Gattopardo “dalla scollatura di Angelica saliva un profumo di bouquet à la Maréchale, soprattutto un aroma di pelle giovane e liscia” che ispirò il profumo Gattopardo. Nel nostro immaginario Angelica è Claudia Cardinale, e, dalla pagina allo schermo, ecco Marilyn, che dorme vestita soltanto di poche gocce di Chanel n. 5, le cui note di testa sono aldeidi, ylang ylang, neroli, bergamotto e limone; le note di cuore iris, gelsomino, rosa, mughetto; quelle di fondo zibetto, muschio, sandalo, ambra, vaniglia, vetiver e patchouli. Note di testa cuore e fondo: se ne ha l’esatto corrispettivo nei vini. E nella grande letteratura.
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L’AUTORE – Hans Tuzzi è l’apprezzato autore, oltre che di saggi sulla storia del libro e sul suo mercato antiquario, di numerosi romanzi. Qui un’ampia intervista, dal titolo “Sono così dandy da essere ordinario”.
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