“La scuola è stata sottovalutata e denigrata, anche con la legge di bilancio…”. L’ex ministro della Pubblica Istruzione Lorenzo Fioramonti racconta in un’intervista a ilLibraio.it il suo libro “Un’economia per stare bene”: “Nella scuola, come nella cura dell’ambiente, il capitalismo ha sbagliato capitale. Deve investire su quello umano”. Tra i temi del colloquio (e del saggio), il ruolo femminile nella gestione della cosa pubblica e l’incontro tra la sostenibilità ambientale e quella economica

La vena polemica, quella, non l’ha persa di certo. Lorenzo Fioramonti, parlamentare, docente di economia politica all’Università di Pretoria, è stato ministro della pubblica istruzione nel governo Conte 2 ed esponente del Movimento 5 stelle.

Ha lasciato carica e partito nel dicembre del 2019, per non aver ricevuto per il suo dicastero le somme che aveva richiesto. Oggi esce per Chiarelettere il suo Un’economia per stare bene, dalla pandemia del Coronavirus alla salute delle persone e dell’ambiente, un saggio in cui affronta temi e proposte che vanno dalla politica alla green economy, dalla crisi pandemica alla scuola, in un’ottica che integra l’attenzione per le categorie del femminile e delle nuove generazioni.

Onorevole Fioramonti, cifra della sua azione politica e accademica, e ora del suo libro, è stata l’incontro tra la sostenibilità ambientale e quella economica. Come fanno queste due istanze a non entrare in contraddizione?
“È vero il contrario: la contraddizione non esiste. Non può esserci sostenibilità economica se non c’è sostenibilità sociale e ambientale, il paradosso del nostro tempo è aver immaginato un modello economico che fosse in contraddizione. Ma l’economia non può esistere senza l’ecologia: il processo economico richiede il capitale umano, le persone, che devono avere fiducia tra di loro e interagire. È questo l’unico capitale che dobbiamo curare. E poi serve un ecosistema naturale che sia sostenibile, in buone condizioni. Abbiamo bisogno dell’ambiente per vivere bene e poter fare economia, invece abbiamo sacrificato tutto in nome di un benessere…”.

che poi si traduce in malessere.
“Sì, e il coronavirus ce lo ha dimostrato”.

Quale lezione possiamo imparare da questi mesi d’emergenza?
“Questa è forse l’ultima opportunità che abbiamo come genere umano: la scienza ci dice che, se non cambiamo tutto entro il 2030, è finita. Come per la crisi sanitaria: il paziente va curato in tempo, prima che sia tardi per salvarlo. Lo stesso rischio corriamo tutti, se non impariamo dalla fragilità estrema del sistema economico e non cerchiamo di capire quanto l’inquinamento ci ha resi più deboli. L’epidemia, per esempio, ha  dimostrato che le polveri sottili indeboliscono il sistema immunitario e favoriscono il virus: dobbiamo evitare che questa fase di rilancio sia un ritorno al passato, e ci faccia passare dalle mascherine chirurgiche a quelle antismog.

Altro tema portante della sua riflessione è il ruolo femminile nella gestione della cosa pubblica: lei scrive che in Italia le donne sono quasi “dimenticate”, mentre nei Paesi dove queste governano anche la politica ne trae vantaggio.
“La questione non è solo relativa alla donne come tali, ma al femminile in politica: va oltre. Penso al valore della cura, all’empatia, alla voglia di collaborazione: al femminile che tende alla socialità di gruppo. Tutte le specie matriarcali sono collettive, proprio quello che noi non siamo. In una ricerca che sta facendo il giro del mondo notiamo che i governi guidati da donne sono stati più capaci di ridurre gli impatti sanitari in questi mesi di pandemia, di abbassare la curva e avere minori danni economici, perfino di evitare di chiudere tutto. Le donne al governo sono state più brave perché hanno preso sul serio la salute umana, l’hanno messa prima dell’economia, hanno preso sul serio la scienza: molti uomini hanno detto prima sì e poi no, mentre le donne hanno dato risorse alle famiglie per garantire maggiore capacità di gestione della crisi, hanno creato rapporto di collaborazione nella società aiutando scuole e ospedali, e poi sono trovate il problema se non risolto almeno contenuto. Bolsonaro, Trump e Johnson, giusto per fare qualche esempio, hanno invece in prima battuta deriso la scienza, i climatologi, e messo la salute in secondo piano rispetto all’economia”.

In Italia abbiamo un governo a guida maschile.
“In Italia siamo stati un po’ nella metà: abbiamo detto che forse non c’era il problema, poi lo abbiamo dovuto affrontare. Ma abbiamo avuto molte litigiosità. Non abbiamo esagerato, ma non siamo nemmeno stati bravi come in Nuova Zelanda, dove la premier si è immediatamente privata del suo stipendio per aiutare gli autonomi, e ha investito nella scuola”.

La scuola, appunto. Lei è stato ministro dell’Istruzione e ha lasciato il ruolo in polemica con il suo stesso gruppo politico. Oggetto del contendere furono le finanze scolastiche: minacciò di dimettersi se non avesse avuto i fondi necessari, e lo ha fatto. L’istruzione è trascurata dalla politica italiana? E quanto questo danneggia il Paese, anche in termini di ritorno economico?
“Noi paghiamo un grandissimo errore commesso negli ultimi trent’anni da tutti gli schieramenti politici. In meno di due anni al governo ho visto chiaramente che, senza finanziamenti, la scuola sarebbe entrata nel caos, e il virus mi ha dato ragione: siamo nel caos, abbiamo una classe su tre scoperta, le strutture scolastiche rendono impossibile il distanziamento. Ciò che già era fragile, ora è ingestibile. Non vorrei dire ‘l’avevo detto’ ma forse, se il governo mi avesse dato quei tre miliardi a dicembre, adesso probabilmente non avremmo tutti i problemi già risolti, ma avremmo almeno le munizioni in canna per farlo. La scuola è stata sottovalutata e denigrata, anche con la legge di bilancio: si è creata un’ostilità che rende difficile collaborare. Diventa un problema per i ragazzi, per le famiglie, per i docenti, e a cascata per tutta l’economia. Il capitalismo ha sbagliato capitale: non ha riconosciuto il capitale umano! Quella è l’energia rinnovabile su cui investire, che più la alimenti e più si rafforza: la conoscenza è la più importante forma di energia di un Paese: le pare normale non investire nella conoscenza, e nella qualità dei nostri ecosistemi? Dovrebbero essere la priorità”.

Se lei fosse ministro come affronterebbe il ritorno a settembre?
“È una situazione ipotetica, che prevede una premessa: io sarei ancora ministro se mi fossero stati concessi quei tre miliardi a dicembre. Quindi, se fossi ministro, con quella somma da investire, chiederei al premier di fare immediatamente gli stati generali della scuola, non dell’economia. Ciò per dimostrare che i ragazzi e il futuro vengono prima di tutto il resto. Direi: ‘abbiamo sbagliato a dicembre, forse, ma ora occorre fare tutto ciò che serve. Whatever it takes’. Se facciamo 55 miliardi di debito, le pare normale che tre vadano ad Alitalia e uno solo alla scuola? Il ministro deve farsi paladino della scuola, pretendere risposte, e rimboccarsi le maniche. Continuo a ricevere lettere e messaggi dal mondo scolastico: è un sistema complesso che coinvolge un milione di dipendenti e nove di studenti, con le loro famiglie, e va gestito con la collaborazione, altrimenti rischiamo le barricate”.

Tra i suoi predecessori a Viale Trastevere chi aveva eletto come suo modello?
“Non ho un solo riferimento, ho cercato di essere fedele alle mie ricerche, anche proponendo quelle tasse di scopo che sono state derise. Ma se devo fare un nome, trovo che Tullio De Mauro si sia distinto, al Ministero: una persona seria che portò innovazione. L’azione politica non può essere interpretata come una gara: non conta che qualcuno arrivi per primo, l’importante è che nessuno resti ultimo”.

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