Maria Pacifico (uno pseudonimo) debutta nella narrativa con “L’odore del lupo”, di cui proponiamo le prime pagine: un amico di famiglia, così fidato da essere chiamato “zio”, cambia l’adolescenza della protagonista, allora 12enne…
Maria Pacifico (pseudonimo scelto dalla scrittrice, al debutto) vive a Milano e con L’odore del lupo compie il suo esordio nella narrativa. Il libro, pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie, è in corso di traduzione in Francia.
L’estate, per la giovane Silvia significa festa e magia, tra gare di tuffi e partite ai biliardini del bar, tra grandi tavolate e letti a castello. Un anno, però, qualcosa cambia. E per l’allora 12enne protagonista quei mesi felici si trasformano in una trappola senza gioco. Quando un’ombra entra nella sua vita, infatti, Silvia si ritrova a soffocare le sue grida nel cuscino, isolata e incompresa…
L’ombra, in questo caso, è rappresentata da un amico di famiglia, così fidato da essere chiamato “zio”.
Pacifico porta lettrici e lettori in una storia in cui la vita, come spesso accade, riesce a ribaltare ogni situazione. E così Silvia, ora cresciuta, è decisa a non sentirsi più vittima di un abuso e a risanare quella vecchia ferita. Come farlo? Lasciando andare “la fortezza perfetta in cui si era rinchiusa” e trovando il coraggio di aprirsi al mondo e agli altri. “Perché, se diventare grandi è difficile per tutti, sopravvivere al male e ritrovarsi interi è un’avventura straordinaria, che merita di essere raccontata”.
Per Teresa Ciabatti, “attraverso Silvia, la sua protagonista, nomina il dolore, a differenza dei suoi personaggi adulti, incapaci non solo di proteggere, ma anche di ammettere il male”.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:
- Mi chiamo Silvia
Silvia. Mi chiamo Silvia. Un nome impegnativo, mia madre lo ha portato con sé dai tempi della scuola, quando ha incontrato il poeta che scrive a Silvia e ha deciso che se avesse avuto una figlia l’avrebbe chiamata così. Chiamarsi come una poesia. Si può poi diventare reali?
Ora che entro nella stanza del medico inizio dal nome, almeno so cosa dire. Silvia, mi chiamo Silvia: e fino a qui, ci siamo.
Non ho voglia di raccontare di me, non c’è più niente da spiegare. Dentro ho un silenzio improvviso, si è spezzato un filo, tutte le parole che so – e ne so moltissime, alcune belle – non servono a nulla.
Le frasi suonano come stelle, che arrivano a essere viste millenni dopo che sono morte.
Le parole dette non rimandano più a una terra e rimangono naufraghe.
Da quando taccio, i miei genitori si allarmano. Non li capisco.
Come se il problema fosse il mio silenzio.
Mia madre, quando non capisce, si agita, sgrana gli occhi e muove le mani. Parla sempre troppo veloce e in generale troppo. Anche ora.
Ha raccontato all’infermiera dell’accettazione di quanto è in ansia, che non parlo, non mangio abbastanza. E quel che pensava di non poter dire, lo comunicava a sguardi sbiechi e smorfie, così, perché la donna capisse e io magari no. Che pena.
Mio padre non c’è, evaporato in tutto questo allarme. Lui, quando si preoccupa, si ammala.
È così sensibile, dice mia madre.
Spero di stare da sola con il dottore.
Spero di stare da sola.
Eccolo, il mio nome.
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Entro con mia madre al fianco, accanto ai suoi piccoli passi veloci.
Il medico le stringe la mano e mi saluta guardandomi negli occhi. Non è molto alto e ha un corpo compatto, poco ingombrante, eppure occupa il suo spazio. Ha baffi castani che non nascondono il viso, fanno da fondamento al naso e allo sguardo.
Chiede perché siamo lì e ascolta il racconto di mia madre senza interrompere e senza fare domande. Ma non l’ha chiesto a lei e, pur con grande cortesia, non fa nulla per dare peso alla sua ricostruzione dei fatti.
La figlia che studia e legge troppo, non ha mai dato problemi, anzi. Neanche diciassette anni ma è come se ne avesse almeno venti. Poi qualche settimana fa un pianto a dirotto, senza nessuna causa, senza scopo. Senza parole. E da allora sta lì a fissare l’aria, non dice nulla, risponde a monosillabi. Mangia pochissimo. Vede, è tanto magra.
Mia madre racconta e io arretro, cerco rifugio nella distanza.
Non posso credere che la mia storia venga proposta così. Io le parole le avevo cercate, e con loro le cause, gli scopi. Per come ero capace, per come potevo. Non ho proposto solo il silenzio: voi, come avete risposto?
L’uomo sembra ascoltare i miei pensieri, annuisce piano e la congeda accompagnandola alla porta. Deve parlarmi in privato, le spiega, è necessario. Ci saranno anche due dottoresse con noi, che stia tranquilla.
Restiamo seduti uno di fronte all’altra, in un silenzio buono, con i suoi occhi che mi guardano davvero. Rilassato, appoggiato alla poltrona, non mi sta scrutando; vuole rag-giungermi, piuttosto.
Un sottile profumo di pipa emana dal camice aperto sul maglione, man mano che l’uomo si muove, e questo profumo racconta qualcosa di lui.
Le due donne rimangono in piedi in disparte, senza interferire e senza distrarci.
Dunque, ti chiami Silvia. Cosa c’è di vero in quel che dice tua madre?
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Già mette in dubbio le verità rivelate, le narrazioni fisse. Ho sedici anni, mi piace leggere.
Annuisce, ma non come prima: lui è d’accordo con me. Non so a proposito di cosa, ma è d’accordo.
Indossi spesso questa mantella nera? È particolare, lo sai. Lo so. Per andare a scuola. Per uscire. Copre qualsiasi cosa.
Non parli sempre a monosillabi.
No.
Bene, Silvia, ora se ti spogli e rimani con gli slip, le dottoresse ti visiteranno.
Mi sono stesa sul lettino, questa volta è stato il dottore a rimanere in disparte.
Le donne in piedi sui due lati mi facevano da schermo, ero sicura che il mio corpo non si vedesse. Ma nessuno guardava. Sorridevano, la dottoressa alla mia sinistra teneva le sue dita calde appoggiate al mio braccio, sembrava volesse tenermi lì e non farmi volare via. L’altra, con uno strumento appuntito, mi ha percorso la pelle del petto, disegnando ghirigori. Le linee tracciate quasi per gioco si sono accese, rosse e gonfie.
Sei in ansia, Silvia? Nervi a fior di pelle.
Lo dicono leggere, senza preoccupazione e senza accuse, quasi per gioco.
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Ora, Silvia, siediti sul bordo del lettino, le gambe giù a penzoloni.
E chiudi gli occhi.
Io gli occhi li chiudo. Cerco di respirare piano. Sono brave, queste dottoresse. Aspetto. Aspetto. Al buio. Occhi chiusi. Chiuso. Molto chiuso. Il cuore accelera. Respiro più forte. Sento che qualcuno, molto lentamente, si è seduto vicino a me.
Profumo di pipa.
Aria, manca aria. Muoio.
La mia gola esplode e io urlo, urlo, con le mani sul viso.
Mia madre spalanca la porta e mette dentro la testa, gli occhi sgranati.
Via, vada via, signora. A lei ci penso io.
Le dottoresse si precipitano verso la madre a spiegare, a chiudere di nuovo la porta. Fuori lei, dentro io.
Torna il silenzio, c’è una strana calma, abbasso piano le mani e apro gli occhi. Guardo di sbieco alla mia sinistra e il dottore è ancora seduto lì, in una posizione simmetrica alla mia, con le spalle curve e le mani raccolte sopra le ginocchia. Non mi guarda, ha gli occhi persi verso qualcosa di lontano e sembra triste, come se avesse ricevuto una notizia temuta ma non imprevista, qualcosa che non si vorrebbe sapere ma che in fondo non ci sorprende.
È stanco, il dottore. Non di me.
Io sento che posso lasciare andare la vergogna: per la nudità, per l’urlo, per la mia stranezza sotto la mantella. Per il tacere.
Perché lui, io lo so, è d’accordo. Non so a proposito di cosa, ma è d’accordo.
Dài, Silvia, quando vuoi rivestiti. E poi raggiungimi nella stanza di fianco che parliamo.
(continua in libreria…)
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