Biografie come romanzi, ritratti come racconti: Giles Lytton Strachey (1880 – 1932), raffinato scrittore, critico letterario e saggista britannico, fu uno dei membri del Bloomsbury Group. Una conversazione dotta e brillante, ricca di humour, contraddistingue i suoi deliziosi “Ritratti in miniatura”. In cui, come nota Mario Fortunato, l’autore “ridisegna la storia della civiltà europea con la libertà e la nonchalance di chi, accennando sbrigativamente al profilo di qualcuno, ne coglie il nucleo più profondo senza quasi darlo a vedere, e intanto di quella civiltà compone una diversa genealogia…”
“È quando il signor Strachey si cimenta nel compito minore – la creazione di vignette di pittoreschi personaggi secondari sul palcoscenico della storia, come nel nuovo libro uscito dalla sua penna – che tutte le sue qualità emergono e i suoi difetti vengono messi da parte”, scriveva nel 1931 il critico del New York Times recensendo i Portraits in miniature, e cioè l’ultimo libro ad essere pubblicato mentre l’autore era in vita: 18 pezzi magistrali raccolti e ritoccati fra quelli scritti principalmente per il Nation di Londra (o l’Athenaeum, altra rivista liberale che si fuse successivamente con la prima sotto l’egida di John Maynar Keynes) nel decennio precedente, fra cui sei ritratti piuttosto disinibiti di grandi storici britannici.
A parte gli eventuali difetti, che a distanza di tempo non si rintracciano o magari sono diventati pregi, risentono talvolta dell’essere nati come recensioni, altre volte no, ma sono tutti esempi godibili di quel saggismo tipico di uno scrittore, membro attivissimo del gruppo di Bloomsbury.
Forse non condivideva del tutto l’idea di Virginia Woolf – che si rifiutò con qualche scusa di recensirgli Eminenti vittoriani – secondo cui la verità della letteratura e la verità della storia sono antagoniste e incompatibili, e l’immaginazione non può servire insieme due padroni.

Lui, soprattutto con l’exploit di Eminenti vittoriani, dove faceva il controcanto ai personaggi più venerati dell’Ottocento britannico sfatando miti e idées reçues, era semmai dell’avviso che la storia andasse esplorata anche con l’immaginazione, per evidenziarne il lato umano: perché proprio la biografia, spiegava in quel libro dal fulmineo successo, che certo innovò una tradizione, doveva essere “la più delicata ed umana di tutte le ramificazioni dell’arte di scrivere”.
Come osserva Mario Fortunato nel prefare e annotare questa nuovo edizioni di Ritratti minimi pubblicata da Palingenia, “Strachey ridisegna la storia della civiltà europea con la libertà e la nonchalance di chi, accennando sbrigativamente al profilo di qualcuno, ne coglie il nucleo più profondo senza quasi darlo a vedere, e intanto di quella civiltà compone una diversa genealogia”.
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La storia come opera d’arte. Personaggi come l’arguto cortigiano di di Elisabetta I, Sir John Harington, che tradusse l’Ariosto e invento il water closed (secondo Strachey grazie al suo naso, che più di altri detestava perché li coglieva infallibilmente, i pessimi odori del Cinquecento) o l’Abbé Morellet, amico e discepolo di Diderot, prete e ateo (ci torniamo tra poco) o ancora l’ultima delle regine dei salotti, Madame de Lieven, sono perfetti per lui, per l’agilità trapunta di humour della sua scrittura.
Le figure poco note, poi, sembrano quelle su cui si concentra con un’attenzione particolare, e con risultati molto stimolanti: uno per tutti il “profeta” Muggleton, un fanatico religioso del ‘600 che spediva con grande successo lettere di “dannazione eterna” agli eventuali reprobi, provandone in qualche caso la morte (anche Walter Scott ne ricevette una, ma sopravvisse allegramente per altri sette anni).
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Diventa un emblema perfetto dei tempi, posto che allora “la coscienza individuale giudicava con straordinaria facilità. Profeti e profetesse vagavano a frotte per le vie di Londra, proclamando, con assoluta certezza, la spiegazione d’ogni cosa. Le spiegazioni erano le più varie: tanto meglio – si poteva scegliere a proprio piacimento”. Ma, ancora, non si può trascurare, scavallando il secolo (i ritratto sono in ordine cronologico) il reverendo Dr. Colbatch del Trinity College, dottissimo, che per tutta la vita si batté a suon di petizioni, saggi sterminati, carte bollate, con l’autoritario rettore della venerabile istituzione accademica: non potevano far altro, lui e il suo avversario, perché “nei primi anni del XVIII secolo, la vita della cultura era concitata, violenta e piena di eccessi. Ogni suo aspetto era su vasta scala. L’erudizione era smisurata, le controversie deliranti, le carriere punteggiate da trionfi brutali, selvagge insolenze e spaventose umiliazioni. Si stava seduti quasi piegati in due, circondati da una quadruplice fila di manoscritti”; e “finendo per morire con lo stomaco mezzo pieno di sabbia”.
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Leggendo Strachey, è inevitabile, si è indotti alla citazione. Il suo stile è una conversazione dotta e brillante, di quelle che amava nel gruppo di Bloosbury e in qualche modo rimpiangeva, almeno per quanto lo riguardava, nei suoi scritti sulla Francia dei lumi, argomento di cui era assai esperto.
Ci racconta così – e divertendosi – la vicenda apparentemente irrilevante di come il Presidente de Brosses ebbe la meglio, unico al suo tempo e forse nella storia, sul terribile Voltaire, in una interminabile rissa per una piccola somma da conferire a un contadino; con un Voltaire insopportabile e simpaticissimo e un De Brosses abbastanza stupido ma proprio per questo in fondo riscattato dall’unica sua grande impresa. Nasconde invece, si direbbe, una sorta di autoritratto beffardo nell’abate Morellet, che si ritrovò a far parte della grande società parigina solo perché era intelligente, “e a quei tempi un pizzico di intelligenza portava lontano” – anche se non procurava denaro.
Il denaro non era però troppo importante, secondo Strachey, nell’epoca della doucer de vivre, quando “la grande battaglia per la libertà, la tolleranza, la ragione e l’umanità era in pieno svolgimento” e “si passava la mattina a leggere e a scrivere – la penna scorreva sulla carta a velocità celestiale; il pomeriggio e la sera, in compagna”: ovviamente di studiosi, scrittori e grandi dame. Morellet ebbe tutto dalla vita, persino l’onore del carcere (ma per pochi mesi, e trattato come un principe). Il suo biografo meno – non l’invidiabile salute dell’abate francese, né una lunga esistenza, né troppa felicità pubblica o privata: anche in campo sentimentale, quando scoprì ad esempio che il suo adorato Duncan Grant aveva una storia con Keynes, proprio la persona cui confidava le sue pene d’amore.
Ebbe certamente la gloria di aver quantomeno intaccato qua e là (è una metafora di W. Seebald) “l’oppio del tempo”: quello per cui almeno dal punto di vista dei comuni mortali “il passato è quasi del tutto uno spazio vuoto. Le indescrivibili complessità, le incalcolabili bizzarrie di miriadi di coscienze sono svanite per sempre, E dunque Solo per puro caso, quando una particolare goccia nell’oceano d’acque incolori scivola sotto il microscopio […] riusciamo a percepire per uno o due istanti di stupefazione quell’universo di serrate e violente sensazioni che giace così perfettamente nascosto nella trasparenza dell’oblio”. Come storico ha avuto esattamente la “gloria del compito minore”. E come scrittore è riuscito alla fine a divenire uno dei suoi personaggi.
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