Come annunciato dal grande autore inglese, “Partenze” sarà l’ultimo libro di Julian Barnes, malato da tempo. Si tratta di un’opera che va oltre i generi: non è un romanzo e nemmeno un memoir, non è un saggio, eppure lo attraversano riflessioni filosofiche, letterarie e scientifiche, e proprio in questa forma ibrida trova il suo senso. Barnes si interroga su ciò che resta della vita quando i ricordi iniziano a sfumare, e lo fa con una lucidità affettuosa e ironica, e senza nostalgia. Non è un bilancio definitivo, non è il senso di una fine, è il senso di tutta una vita…
“È da tutta la vita che litigo con la morte, a livello teorico come fattuale; ne ho anche scritto diverse volte”.
Questo sarà il mio ultimo libro. Se fosse vero, Julian Barnes firmerebbe il suo commiato ai lettori con la leggerezza e l’arguzia che hanno sempre contraddistinto il suo sguardo sul mondo e la sua scrittura. Partenze (Einaudi, traduzione di Susanna Basso) non risuona mai di nostalgia, non è un bilancio definitivo: arrivato a ottant’anni con una diagnosi di cancro, Barnes offre piuttosto uno sguardo lucido, curioso, a tratti persino divertito sul tempo.
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Partenze è un libro che va oltre i generi, perché non è un romanzo e nemmeno un memoir, non è un saggio, eppure lo attraversano riflessioni filosofiche, letterarie e scientifiche e proprio in questa forma ibrida trova il suo senso: una meditazione sulla memoria, sui suoi vuoti e inganni, sui meccanismi della mente, dell’età e dei suoi malfunzionamenti, sulle traiettorie imprevedibili della vita.
Per farlo, Barnes introduce una storia nella storia, quella di Stephen e Jean, sotto i cui nomi si celano due suoi compagni di Oxford. La storia di Stephen e Jean si unisce a quella di Julian, che li ha fatti incontrare, ne ha vissuto l’amore giovanile, gli ardori, le incertezze e poi il distacco. Dopo quarant’anni, con un’intera vita alle spalle, Stephen e Jean si ritrovano e ripartono insieme. Il passato, con i suoi slanci e rimpianti, si riflette nel presente, con le sue rivalse e disillusioni. Stephen e Jean si innamorano due volte, ma non sono più gli stessi: lui ancorato a quello che è stato, assediato dal pensiero di ciò che avrebbe potuto riprendere, lei più analitica e emotivamente indipendente, concentrata sul suo presente. Sono figure destinate a sfiorarsi senza coincidere, come “la graziosa fanciulla” e l’uomo di mare di Théophile Gautier, il cui incontro non conduce da nessuna parte.
Su quale terreno ci si può incontrare allora, quello del passato così com’è stato, o quello del presente come vorremmo che fosse?
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È la memoria il vero campo di battaglia dell’amore, e la storia di Stephen e Jean porta Barnes a riflettere sull’identità come somma instabile di esperienze, in un flusso di pensieri che lo conducono, lui mai davvero proustiano, a interrogarsi sulla memoria, sulle sue lacune, sulle madeleine che fanno affiorare ricordi, o talvolta semplici immaginazioni.
Barnes si interroga su ciò che resta della vita quando i ricordi iniziano a sfumare, e lo fa con una lucidità affettuosa e ironica, con una capacità tutta sua di un punto di vista impensabile, uno sguardo a un Jack Russell anziano, inconsapevole della sua mortalità, e persino del proprio essere cane, un controcampo invidiabile alla presunta consapevolezza umana di sé, del proprio senso.
Se la vita inizia con un arrivo, e termina con una partenza, Barnes l’attraversa osservando l’amore, la perdita, la ricerca di un significato, riflettendo anche sul significato del raccontare storie, trasformando la vita in racconto, superando i limiti tra verità e invenzione. È quello che vado cercando da una vita: tutta la storia.
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In questa corrente di pensieri, Barnes dialoga direttamente con il lettore, seduto alla sua macchina da scrivere, e lo immaginiamo sorridere con eleganza disinvolta mentre chiama a raccolta Flaubert, Baudelaire, Woolf accanto a ricerche di neurologia clinica sull’Involuntary Autobiographical Memory, IAM: I AM, vale a dire Io sono.
“Si dice che la memoria coincida con l’identità, come ben sappiamo. Se è cosí, allora tutte le IAM immagazzinate dentro di noi formano il chi e il che cosa siamo e siamo stati”.

Affascinato dal modo in cui il cervello si muove, tra recuperi improvvisi e vuoti irreparabili, tra rimozioni e distorsioni della memoria, Barnes attinge al suo patrimonio più caro: incontri, dialoghi con colleghi, da Dodie Smith a Camen Callil all’amica radiologa che gli manda ritagli del British Medical Journal, e una penna che tiene sempre il controllo, anche quando parla della propria malattia, dell’avvicinarsi della partenza come parte stessa della vita.
Il cancro che gli viene diagnosticato è infatti incurabile, ma gestibile: non un nemico da sconfiggere, ma un compagno con cui convivere. È l’accettazione di cosa accade quando È solo l’universo che fa il suo mestiere, e la morte appare non come un capolinea, ma come un binario parallelo alla vita, nel quale può capitare di deragliare. La partenza allora è un esercizio mentale che rivela chi siamo, e non resta che viverla con curiosità, fino alla fine.
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“Quindi il mio cancro e io procederemo trotterellando sottobraccio fino alla mia morte. A quel punto, sí, una «vittoria» ci sarà – morendo, avrò in effetti ammazzato anche il cancro! Uno a zero per Barnes!”.
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Non è il senso di una fine, è il senso di tutta una vita, del suo andare e del suo restare: Partenze è una conversazione che guarda indietro e avanti, guarda il mondo e i suoi protagonisti. Senza testamenti, senza ultime parole solenni: non sarebbe nello stile di Barnes che immagina per sé un commiato più laconico e ironico Sono in treno.
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Guardando al suo essere romanziere, più che a un autore che insegna, Barnes preferisce immaginarsi accanto al suo lettore al tavolino di un caffè, a spiare e commentare la vita che scorre davanti. In questi frammenti di conversazione c’è forse tutta l’eredità che Julian Barnes sembra lasciarsi, alle spalle, alzandosi e salutando.
“Ora ti appoggio una mano sul braccio – no, tu continua a guardare – e vado. No, tu continua a guardare”.
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Fotografia header: Julian Barnes (foto di Marzena Pogorzaly)