“Non basta essere in vita per essere vivi. Non basta alzarsi, in realtà serve a ben poco, bisogna piuttosto rifarsi il letto, mettere via la barella, superare l’idea del dolore successo ieri (che ci intrappola) e abitare l’energia di costruire oggi e domani (che ci libera). In questo sta il miracolo. Nell’avere fede e fiducia nella nostra forza di vivere, di esistere”. Una riflessione ispirata dal saggio “La legge del desiderio – Radici bibliche della psicoanalisi” di Massimo Recalcati

Leggere la Bibbia è un esercizio sorprendente, soprattutto per la cura dei dettagli che bisogna avere. Provo a fare un esempio con un brano degli Atti degli Apostoli, il libro che racconta le prime azioni evangeliche dei seguaci di Cristo dopo la sua morte e resurrezione. Questa è la scena: Pietro si trova nella città di Lidda e incontra Enea, un uomo paralitico, da otto anni immobile su una barella. Pietro compie qualcosa che siamo abituati a chiamare «miracolo», un evento straordinario, lontano dagli stringenti processi della ragione; gli dice, perciò: “alzati e rifatti il letto” (At 9, 34).

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Adesso, nel nostro immaginario miracolistico è molto chiaro l’uso del primo imperativo, “alzati”, la tipica formula magica di guarigione: Enea è paralitico, Pietro lo cura permettendogli nuovamente di reggersi sulle sue gambe. Ma allora perché deve aggiungere “e rifatti il letto”? Che senso ha?

Massimo Recalcati La legge del desiderio

Trovo che una possibile risposta sia custodita dal nuovo saggio di Massimo Recalcati, La legge del desiderio. Radici bibliche della psicoanalisi (Einaudi), che dedica proprio ai miracoli un lungo e illuminante capitolo. Nel quale, tra l’altro, lo psicoanalista analizza una storia perfettamente speculare a quella a cui accennavo.

Ci troviamo stavolta tra le pagine del Vangelo di Giovanni (Gv 5, 1-8), i protagonisti sono Gesù e un paralitico. Si trovano a Gerusalemme, in una piscina che in ebraico è chiamata Betzatà. Si dice che abbia proprietà guaritrici. L’uomo che Gesù ha davanti è malato da trentotto anni, ogni giorno vede il fondo della piscina che potrebbe salvarlo, ma non ha nessuno che lo aiuti a immergersi. Il Cristo gli rivolge una sola domanda: «Vuoi guarire?».

 

Massimo Recalcati nella foto di Mara Zamuner

Massimo Recalcati nella foto di Mara Zamuner

Torno sul piano della razionalità. Che senso ha chiedere a un malato se voglia guarire? Perché non dovrebbe desiderare di stare meglio? Ecco, qui sono molto d’aiuto le riflessioni di Recalcati, perché mi permettono di capire cosa significa davvero guarire:

Guarire non significa sopprimere terapeuticamente il sintomo, ma scuotere il soggetto, rimetterlo in movimento, sottrarlo alla tentazione della morte. Tuttavia, affinché questo sia possibile, è necessaria una presa di posizione del soggetto stesso, una sua propria volontà di guarire. […] Non a caso Freud ha parlato del tornaconto della malattia, del non voler guarire del nevrotico che trova nella passività dipendente che la malattia gli assegna un guadagno inconscio al quale è difficile rinunciare. Gesù in questo senso “rialza i morti”, sottrae il soggetto ai benefici secondari del sintomo. […] Il suo agire risponde sempre allo stesso principio: trasmettere il desiderio, ridare vita alla vita, rimettere in movimento, consentire una ripartenza, rompere la stasi del godimento incestuoso, del miraggio idolatrico dell’essere tutto, del rifiuto della vita, dell’attesa passiva nei confronti di una guarigione miracolosa” (pp.193-194).

Normalmente, pensiamo che il miracolo sia nell’”alzati”, nell’eccezionalità terapeutica, invece è nel “rifatti il letto”, nel principio di vita che ritorna in te, che ti restituisce un’idea di futuro. Al paralitico della piscina, Gesù dice: “Alzati, prendi la tua barella e cammina”. Fai qualcosa, mettiti in movimento, ritorna vivo. Non basta essere in vita per essere vivi. Non basta alzarsi, in realtà serve a ben poco, bisogna piuttosto rifarsi il letto, mettere via la barella, superare l’idea del dolore successo ieri (che ci intrappola) e abitare l’energia di costruire oggi e domani (che ci libera). In questo sta il miracolo. Nell’avere fede e fiducia nella nostra forza di vivere, di esistere.

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