La famiglia non è solo una fotografia appesa: è una struttura invisibile che abita le nostre scelte, la paura del rifiuto, la difficoltà di lasciarci amare o di fidarci. La domanda è adulta e urgente: si può riparare un’eredità dolorosa? O siamo condannati a ripeterla? Come riflette su ilLibraio.it la scrittrice Simonetta Tassinari, “forse guarire è poter raccontare la propria infanzia senza tremare, guardare il passato senza sentirsi piccoli, dire: ‘Ci sono dentro, e adesso ci sto in piedi’…” – Una riflessione su cosa significa “aggiustare” la propria storia per poterla abitare…
Ci sono famiglie che somigliano a case antiche: belle da lontano, piene di crepe da vicino. Madri incapaci di proteggere, padri inafferrabili, nonne mute come stanze chiuse a chiave, un nonno mai nominato perché custodiva un segreto sgradevole che nessuno voleva ricordare.
E poi quelle che non urlano e non picchiano, ma graffiano in profondità: con parole che sminuiscono, affetti che stringono, colpevolezze sottili che zittiscono i figli.
“Aggiustare” la propria vita per poterla abitare
Le genealogie non sono fili d’oro: sono stoffe consumate, punti caduti, trame che cedono. Eppure le indossiamo ogni giorno, spesso senza accorgercene. Perché la famiglia non è solo una fotografia appesa: è una struttura invisibile che abita le nostre scelte, la paura del rifiuto, la difficoltà di lasciarci amare o di fidarci.
La domanda, allora, è adulta e urgente: si può riparare un’eredità dolorosa? O siamo condannati a ripeterla?
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Guardare negli occhi ciò che è stato
Riparare una genealogia non è riscrivere il passato, né assolverlo. Non è un colpo di spugna, ma un gesto di lucidità: riconoscere ciò che è accaduto, anche quando fa male.
Capire non restituisce ciò che non è stato dato. Una madre emotivamente distante non diventa amorevole solo perché comprendiamo le sue ferite.
Un padre assente non diventa presente perché lo perdoniamo. Una nonna muta non ritrova la voce dopo.
Capire non trasforma, ma chiarisce. Non modifica retroattivamente una relazione, ma permette di darle un posto: non più un mostro che ci insegue, né un fantasma che governa la nostra vita.
È dire: “È successo, mi ha ferito, ma non sarà il copione che guiderà tutto il resto”.
La psicoanalisi lo ripete da un secolo: ciò che non si nomina ritorna. Jung lo chiamava “ombra”, Winnicott parlava dei bambini non visti che diventano adulti in cerca di uno sguardo. Adler aggiunge un punto decisivo: non conta solo da dove veniamo, ma verso dove scegliamo di andare. Il passato spiega, ma non condanna.
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Quando la famiglia non ha parole
Ci sono case in cui si è parlato troppo, e case in cui non si è parlato mai.
In molte genealogie il silenzio è stato la forma più antica di sopravvivenza: non si ricordava, non si chiedeva, non si spiegava.
Le nonne, spesso, sono state le custodi di quel mutismo: donne cresciute in epoche in cui il dolore non si raccontava, si stringeva in tasca.
Così il silenzio è passato di mano in mano: madri che non spiegano, figli che non chiedono, nipoti che imparano a tacere.
Riparare, allora, significa restituire parole a ciò che ne è stato privato.
Non per accusare, ma per interrompere la trasmissione del “non si dice”, “non importa”, “si va avanti”.
A volte basta una frase:
“Quello che mi è successo non era normale.”
“Non era colpa mia.”
“Avevo il diritto di essere amato.”
Ogni parola restituita è un pezzo di libertà. Ogni volta che qualcuno trova il coraggio di dire “io ho sofferto”, “io avrei voluto essere visto”, “io merito amore”, qualcosa nella catena si spezza — o si aggiusta.
Non tutti possono essere amati come vorrebbero
Un equivoco diffuso: credere che guarire significhi trasformare un rapporto.
Come se la riparazione fosse un abbraccio tardivo, una lettera commovente, una riconciliazione cinematografica. A volte accade. Spesso no.
Ci sono madri che resteranno ostili. Padri che continueranno a fuggire. Nonne che non ricorderanno mai.
In questi casi, riparare significa qualcosa di più maturo: accettare ciò che è stato e cercare altrove ciò che non si è ricevuto.
Dire:
“Da te non ho avuto amore, ma non smetterò di crederci.”
“Da te non ho avuto ascolto, ma ora imparo a parlare.”
“Da te non ho avuto tenerezza, ma adesso posso praticarla.”
La psicologia lo chiama re-parenting: diventare per sé stessi il genitore che è mancato. Darsi cura, protezione, comprensione. Guarire non dall’amore, ma dalla sua assenza.
La libertà di non somigliare
“È più facile ripetere che cambiare”, diceva Virginia Satir.
Ed è vero: chi ha avuto un padre distante rischia di diventarlo; chi ha avuto una madre rigida rischia di ereditarne la durezza.
Ma la vita non è soltanto eredità: è scelta.
Ogni volta che un adulto parla con dolcezza a un bambino, sta cambiando il destino della sua famiglia.
Ogni volta che si dice “scusa” invece di gridare, che si abbraccia invece di punire, che si ascolta invece di umiliare, l’albero genealogico mette una foglia nuova.
Non serve essere perfetti per riparare: basta essere diversi.
Tessere con filo nuovo
La letteratura lo ricorda bene:
In Patria, di Fernando Aramburu, la violenza passa come un’eredità muta, finché qualcuno non ha il coraggio di interromperla.
Ne La figlia oscura, di Elena Ferrante, la ferita della maternità diventa pensabile solo quando può essere narrata.
In Cecità, di José Saramago, si sopravvive non grazie al sangue, ma alla cura.
Non si nasce “da” una famiglia: si nasce “dentro” una vicenda. E ogni vicenda può cambiare direzione.
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Abitare la propria vita, non subirla
Riparare la genealogia non è abbellire una ferita né dire che “in fondo è servito”. È riconoscere il segno, senza farne una condanna.
Forse guarire è questo: poter raccontare la propria infanzia senza tremare, guardare il passato senza sentirsi piccoli, dire: “Ci sono dentro, e adesso ci sto in piedi.”
Non tutte le case diventano luminose, ma quasi tutte possono diventare abitabili. La verità non salva da sola, ma salva dal fingere.
Costruire genealogie scelte
Una delle rivoluzioni più grandi del nostro tempo è questa: le famiglie emotive. Si può essere figlia di una maestra che ha creduto in noi più della nostra famiglia. Nipote di una vicina che ci cucinava minestre quando vedeva la nostra tristezza.
Erede di una comunità, di un’amicizia, di un libro.
Le genealogie non si esauriscono nel sangue: si allargano a chi ci ha fatto del bene. Non sostituiscono la famiglia biologica, ma la completano e, a volte, la riscattano.
Riparare significa anche questo: allargare il concetto di casa.
La libertà di cambiare gli antenati
Ogni volta che ci comportiamo diversamente da ciò che abbiamo ricevuto, stiamo riscrivendo il nostro cammino.
Quando una figlia trattata con durezza parla con rispetto, quando un figlio ignorato diventa un padre presente, quando una donna cresciuta nella menzogna sceglie la verità, quello è un atto genealogico e morale.
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Non tutto si aggiusta, ma quasi tutto si può abitare
Riparare non significa rendere perfetto. Ma ci sono esistenze che diventano più sopportabili. Ferite che non si chiudono, ma smettono di infiammarsi. Domande che non trovano risposta, ma non bruciano più.
La vera riparazione è potersi raccontare senza vergogna e senza tremore: “Ci sono dentro, e ora non soffoco più.”
Riparare significa lasciare che il passato resti passato e permettere al presente di non esserne prigioniero.
L’eredità più grande di una famiglia non è ciò che ci ha dato, ma ciò che scegliamo di portare con noi.
E la scelta più coraggiosa è questa: continuare a credere nell’amore, anche quando la sua prima versione non ha funzionato.
È la possibilità di guardare i propri antenati e di dire: “Da voi ho preso molto. Il resto lo costruisco io.”

L’AUTRICE – Simonetta Tassinari ha insegnato storia e filosofia nei licei e nel Laboratorio di didattica della filosofia dell’Università del Molise. Da anni coltiva la psicologia relazionale, la psicologia dell’età evolutiva, il counseling filosofico e divulga la filosofia tra bambini e ragazzi. Anima partecipati caffè filosofici e tiene conferenze in tutta Italia e all’estero. Collabora con la fondazione Quid+ e con Treccani Futura.
Ha pubblicato romanzi, testi di argomento storico e filosofico (tra gli altri, per Einaudi scuola) e il saggio “brillante” – sull’insegnamento della filosofia nelle scuole – La sorella di Schopenhauer era una escort (Corbaccio). Con Corbaccio ha pubblicato anche Donna Fortuna e i suoi amori, La casa di tutte le guerre, Le donne dei Calabri di Montebello e L’ultima estate in paese.
Per Feltrinelli ha pubblicato nel 2019 Il filosofo che c’è in te; S.O.S. filosofia. Le risposte dei filosofi ai ragazzi per affrontare le emergenze della vita, rivolto agli adolescenti; Il filosofo influencer. Togliersi i paraocchi e pensare con la propria testa (2020); per Gribaudo Instant Filosofia (2020) e Le 40 parole della filosofia (2021) e Il libro rosa della filosofia – Da Aspasia a Luce Irigaray, la storia mai raccontata del pensiero al femminile (2024). Il suo nuovo libro, uscito nel 2025, è Il bello tra le crepe – Manuale di riparazione della vita quotidiana.
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.
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