Cosa significa tradurre e trovare le “giuste parole” per un saggio impegnato e politico come “Stranieri come me” di Ece Temelkuran, scrittrice turca che vive fuori dal suo paese da dieci anni, e che scrive in inglese un libro sulla necessità di costruire un linguaggio nuovo? Giulia Boringhieri – traduttrice di narrativa e saggistica, e voce della giornalista e autrice – riflette sulla complessità dei termini scelti e sul loro significato (anche simbolico): “La prima decisione che abbiamo preso è stata quindi di adottare il più possibile un unico termine (‘straniero’), come nell’originale, sperando che la contestualizzazione e la definizione data dall’autrice fin dalle prime pagine avrebbe aiutato il lettore a capire tutte le sfumature insite nella parola…”

Una scrittrice turca, che vive fuori dal suo paese da dieci anni, scrive in inglese un libro sulla necessità di costruire un linguaggio nuovo. È un linguaggio in cui la parte di umanità che non si piega al nuovo ordine mondiale – definito da una serie di crisi politiche (fascismo), ambientali (riscaldamento globale) e morali (barbarie e disumanizzazione dell’individuo) – potrà riconoscersi e dialogare, passando dal ruolo di vittima a quello di protagonista. Per il momento “si sta formando in luoghi invisibili agli stanziali, in enclave riservate agli stranieri”, ma con il tempo – questa è la speranza da cui prende le mosse il libro – dovrà uscire da queste oasi e diventare la nuova casa dell’umanità spaesata. “Intesseremo una nuova casa con le parole, l’unico materiale indistruttibile che ci è rimasto”, scrive Temelkuran nelle prime pagine di questo libro-viaggio epistolare di tre anni.

Una nuova casa con le parole. Un nuovo spazio condiviso in cui “sentirsi a casa”. Una nuova speranza per chi è attanagliato dalla paura. A metterle nero su bianco, in fondo, sono parole modeste, scrive Temelkuran: parole che ad oggi suonano “sdolcinate, kitsch, fiacche e melense”, come “amore”, “fiducia”, “cura”, “solidarietà”. Un giorno, però, torneranno a essere “i pilastri della vita” perché indicano l’unico percorso possibile per l’umanità: il sostenersi reciprocamente, lo stare insieme, il capire che la propria casa sono gli altri. Ma ci vorrà tempo, e dovranno essere incorporate in una prospettiva politica di cui ancora non si vede traccia.

Copertina del libro Stranieri come te di Ece Temelkuran

“Temelkuran getta lei stessa, per prima, le basi del nuovo linguaggio che è il fulcro della sua proposta teorica”

Nel frattempo? Nel frattempo, bisogna trovare le parole giuste per raccontare la propria condizione di senzacasa, evitando il doppio errore del vittimismo e dell’autocelebrazione, e trovando le parole giuste per descrivere l’esistenza che si vorrebbe al di là di una mera sopravvivenza priva di gioia e di scopo.

Sono le parole che cerca Ece Temelkuran in questo libro, mostrandoci il suo itinerario intellettuale in fieri, tra una città e l’altra, tra una coda per il visto e l’altra, tra un incontro e l’altro. Dando – letteralmente – corpo al proprio pensiero in quello che si può definire un “saggio narrativo”, cercando la propria nuova voce, Temelkuran getta lei stessa, per prima, le basi del nuovo linguaggio che è il fulcro della sua proposta teorica. Sono parole accuratamente scelte per descrivere un presente e disegnare un futuro che suoni convincente a tutti gli stranieri del mondo, siano essi di madrelingua inglese, tedesca, turca, o italiana.

Il classico, sacrosanto, doppio senso di responsabilità del traduttore nei confronti dell’autore e del lettore – perché il primo comunichi tutto quello che ha da dire e il secondo non perda niente di quello che deve sentire – di fronte a un testo del genere può provocare parecchi capogiri. La corda tesa tra due sponde linguistiche su cui, come un equilibrista, ondeggia sempre il traduttore, sensibile a ogni minimo spostamento d’aria, a ogni granello di polvere o raggio di sole negli occhi, quando deve attraversare un testo che intende smuovere le coscienze con una voce originale può tremare con particolare intensità.

È quel che è successo nell’affrontare la traduzione italiana di Nation of Strangers – Rebuilding Home in the 21st Century, che in italiano è diventato Stranieri come te – La nazione degli esclusi nel nuovo millennio. Perché non abbiamo tradotto alla lettera: “La nazione degli stranieri. Ricostruire la propria casa nel XXI secolo”? Perché sarebbe stato ambiguo e annacquato, o addirittura fuorviante, rispetto all’intenzione dell’autrice.

Stranger? In italiano nessuna parola ha questo doppio senso”

Il libro è costituito da una serie di lettere indirizzate a un interlocutore immaginario, a cui Ece si rivolge chiamandolo Dear stranger (o My dear stranger), e gli stranger sono i protagonisti assoluti del libro. La parola stranger, in inglese significa sì “straniero” nel senso di “forestiero” come in italiano (termine per il quale però si preferisce la parola foreigner), ma anche “estraneo”, “escluso”, “sconosciuto”. In italiano nessuna parola ha questo doppio senso. Quale scegliere? Meglio usarne una sola o alternare diverse parole a seconda del contesto? Dopo aver letto il testo nella sua interezza, abbiamo deciso di dare la priorità alla parola “straniero”, l’unico plausibile appellativo di un interlocutore epistolare (“caro escluso” “caro estraneo”? impossibile) e l’unico termine adatto a inglobare la moltitudine di individui a cui si riferisce l’autrice: profughi, esuli, antifascisti, attivisti climatici, intellettuali, senzatetto, e in generale tutti coloro che non si sentono più a casa propria. La prima decisione che abbiamo preso è stata quindi di adottare il più possibile (cum grano salis) un unico termine, come nell’originale, sperando che la contestualizzazione e la definizione data dall’autrice fin dalle prime pagine avrebbe aiutato il lettore a capire tutte le sfumature insite nella parola.

“Volevamo che la ricchezza di significato fosse subito evidente”

A questo punto, però, restando al titolo, volevamo che la ricchezza di significato fosse subito evidente, ed è sembrato all’editore che “Stranieri come te” eliminasse il dubbio che si trattasse di un libro su una presunta nazione di immigrati (!) e coinvolgesse il lettore in prima persona, com’è negli scopi del libro. Perché non si perdesse il secondo significato di stranger, lo si è messo nel sottotitolo, associando la parola “nazione” – che non poteva mancare e non ha posto problemi perché il suo significato inglese (nell’impiego che ne fa Temelkuran) corrisponde a quello italiano e si può tradurre alla lettera – a “esclusi”.

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La seconda parola chiave del titolo (anche se sulla copertina italiana, per le scelte che si è detto, non compare) è home, con i derivati homeless (senzatetto, o senzacasa) e unhomed (di cui dirò tra poco). La caratteristica principale dello straniero è di essere stato cacciato di casa, di essere senza casa dentro o fuori il proprio paese, sotto un ponte, in un campo profughi, in una società che ti respinge. La speranza è di poter edificare una nuova casa per chi non si sente a casa in questo mondo.

La parola home inglese è polisemica, come stranger. Significa “casa”, nei sensi di “dimora”, “rifugio”, “focolare domestico” ma significa anche “terra natia”, “paese”, “patria”, in maniera molto più decisiva che in italiano. Una parola perfetta, per Temelkuran, che sapeva, usando la parola home, di poter contare su entrambe le sfumature di senso. In traduzione abbiamo usato “casa” in quasi tutti i contesti, contando sulla pregnanza della parola anche in italiano. Ma alcune volte era indispensabile sciogliere l’ambiguità: si parlava chiaramente del proprio paese, il paese d’origine. E “paese” è stato.

Non c’era altra scelta. Mettere in bocca a Ece Temelkuran la facile, forse ovvia parola “patria” avrebbe comportato uno stravolgimento totale delle sue intenzioni e un inganno nei confronti dei lettori. Come si poteva infilare di soppiatto nel vocabolario di Temelkuran, che da anni mette in guardia l’Occidente dai pericoli del nuovo fascismo globale, un termine così legato a quella cultura politica?

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L’adozione della parola “paese” per tradurre home, in alternativa a “casa”

L’adozione della parola “paese” per tradurre home, in alternativa a “casa”, ha felicemente portato alla traduzione di un’altra parola chiave del libro: unhomed. Letteralmente significa “cacciato di casa”, e così infatti l’abbiamo spesso tradotto. Ma essere unhomed non è solo un’azione che si subisce: è anche una condizione esistenziale. E naturalmente riguarda entrambi i significati di home. Temelkuran la introduce a pagina 18, dove scrive: “In un modo o nell’altro, tutti noi stiamo perdendo la nostra casa. Tutti noi stiamo diventando dei senzacasa. Tutti noi siamo spaesati. Spaesati: un termine che rende bene l’idea di chi si sente fuori luogo anche dentro il proprio paese – di chi si sente distaccato, estraneo, come uno straniero”.

Se qua e là, in traduzione, qualcosa momentaneamente si perde, sbiadisce (com’è inevitabile), è anche vero che talvolta qualcosa si guadagna, con le pennellate giuste. In questo caso, le parole spaesato” e “spaesamento rendono perfettamente il doppio significato di estraneità a un mondo disumano, al proprio paese, e a se stessi: quella sensazione di disorientamento, di perdita della bussola, che si può e superare solo a patto di raccontarsela giusta, ovvero di usare… le giuste parole.

Ece Temelkuran (nella foto di Maximilian Godecke)

Ece Temelkuran (nella foto di Maximilian Godecke)

L’AUTRICE DELL’ARTICOLO – In occasione della partecipazione di Ece Temelkuran – giornalista, scrittrice e attivista turca costretta all’esilio nel 2016 – al Salone del Libro 2026, Giulia Boringhieri, traduttrice di saggistica e narrativa, riflette sulla resa in italiano di Stranieri come te (Bollati Boringhieri) e sulla complessità della traduzione della lingua di Temelkuran.

Giulia Boringhieri, laureata in filosofia e autrice di Per un umanesimo scientifico (Einaudi), nel corso degli anni ha tradotto (tra gli altri) Richard Rorty, Jo Baker, Evan Connell, Isabella Hammad, Charlotte Brontë, Chimamanda Ngozi Adichie, Joe Dunthorne.

GLI EVENTI AL SALONE DEL LIBRO Durante la fiera che si svolgerà al Lingotto di Torino, Giulia Boringhieri ed Ece Temelkuran saranno impegnate domenica 17 maggio, alle 14, nell’incontro Lo scrittore e il suo doppio (in collaborazione con L’Autore Invisibile, modera Ilide Carmignani).

La scrittrice turca presenterà il suo saggio Stranieri come te sabato 16 maggio alle ore 11, alla Biblioteca Italo Calvino con Fabio Geda, nel programma del Salone OFF; e domenica 17 maggio alle 11.45 in Sala Blu con Francesca Mannocchi.

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