A circa 5 anni dalla scomparsa, tra aneddoti divertenti e passaggi toccanti, “Quel gran genio del nostro amico” raccoglie 38 ricordi del “Maga” Stefano Magagnoli, brillante editor dalla curiosità “onnivora e irrequieta”, “maestro”, “amico”, che nel corso della sua carriera (in cui non sono mancati momenti più complicati) è stato protagonista anche in tv…

“Perennemente in bilico tra il trionfo e la catastrofe”.

Così, l’amico scrittore ed editor Antonio Franchini, a lungo con lui a Segrate, sintetizza “la parte di Stefano nella vita”.

A circa cinque anni dalla morte (a inizio settembre del 2020, in pieno Covid), in tante e tanti si sono ritrovati, ospiti dello spazio milanese di via Cadore 33 e di Riccardo Cavallero e Teresa Martini, per ricordare l’amico (e spesso ex collega, come nel caso di Franchini) Stefano Magagnoli.

Lo spunto è stato un piccolo prezioso libro (non in commercio), Quel gran genio del nostro amico. Curato da Edoardo Brugnatelli e Stefano Izzo, raccoglie 38 ricordi, da cui emerge il ruolo che “il Maga” ha avuto per moltissime persone che nel corso degli anni lo hanno incontrato (non solo editoriali e autrici e autori).

Come si restituisce qualcosa a un uomo che ha dato tanto a tanti e che si schermiva se provavi a ringraziarlo?

“Dovremmo trovare un modo per ricordarlo, ma anche per raccontare alla sua famiglia chi è stato lo Stefano che abbiamo conosciuto noi. Come si restituisce qualcosa a un uomo che ha dato tanto a tanti e che si schermiva se provavi a ringraziarlo? Come si conserva traccia di uno abilissimo a non lasciarsi afferrare, uno che auspicava che l’arte di sparire, di aspettare in silenzio, venisse insegnata nelle scuole di editoria ‘a fianco dei calcoli sulla redditività, sull’incidenza, le campagne di sconti?'”, si spiega nell’introduzione del volumetto.

Magagnoli che, nel corso della sua carriera (in cui non sono mancati alti e bassi, come fanno notare alcuni degli interventi), ha lavorato a lungo alla Mondadori (con incarichi diversi), e per un periodo è stato in Rizzoli, prima del ritorno a Segrate, da consulente, in precedenza aveva diretto il Club Editori, l’edicola Mondadori e il Mass Market di Segrate.

Come sottolineano tanti commossi ricordi del libro, il “Maga”, ligure, non è stato soltanto, ad esempio, un bibliofilo e collezionista, uno scopritore di bestseller (su tutti Il codice da Vinci di Dan Brown, anche se all’inizio, pentendosene, a Segrate non gli diedero retta, come ammette ora lo stesso Gian Arturo Ferrari), e un appassionato di musica (amava suonare il pianoforte) e di arrampicata (nelle falesie liguri). Per un periodo, infatti, Magagnoli è stato protagonista in televisione, a Diritto di replica, su Rai3, insieme a Sandro Paternostro e al suo amico e conterraneo Fabio Fazio, che poi lo volle anche a Quelli che il calcio, nei panni di Stefano Paolo.

Una curiosità “onnivora e irrequieta”

Nei 38 testi (in cui ovviamente non mancano divertenti aneddoti) alcune espressioni tendono a ricorrere, a sottolinearne la genialità, l’entusiasmo, la versatilità, il fiuto editoriale, l’ironia, l’umiltà, la passione per il suo mestiere, la curiosità “onnivora e irrequieta”, l’attenzione per la famiglia e, soprattutto, l’umanità, la vicinanza ad amiche e amici, autrici e autori.

Per Cavallero (con trascorsi da Direttore Generale Libri Trade di Mondadori), Magagnoli “(…) non aveva nessun timore a tuffarsi a capofitto nella ‘letteratura bassa’, riassumendo in una sola persona la figura dell’editor, dell’uomo di marketing e, all’occorrenza, del venditore”, mentre per Patricia Chendi, venuta a mancare nel febbraio 2024, era “un grande maestro“; per Fazio “era buono, era proprio buono come chi sa che non ha alcun senso sprecare nemmeno un minuto della propria esistenza con il rancore, l’invidia o la cattiveria”; lo conferma Federico Moccia, presente al ricordo milanese, che fa notare come “perfino nei confronti delle cattiverie ricevute riusciva a essere buono”; Sandrone Dazieri mostra un altro lato: “Faceva sentire un po’ eroi tutti quelli che provavano a scriverne, anche se lo facevano sui muri”.

Nel corso del suo percorso professionale, come detto, non sono mancati momenti più complicati: e se il critico e autore Franco Cordelli ricorda quando alla Mondadori lo spinsero a lasciare la tv, lo scrittore Leonardo Colombati scrive che “(…) alla fine era stato emarginato. Tutti dicevano che era un genio, ma nessuno sembrava più fidarsi davvero del suo giudizio…”.

Qui di seguito, una piccola selezione di brevi estratti dai 38 ricordi di un libro che ha, tra gli altri, il merito di far scoprire ai più giovani, e a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo da vicino, una figura che manca non poco all’editoria italiana.

Quel gran genio del nostro amico di Stefano Magagnoli

La copertina del volume Quel gran genio del nostro amico di Stefano Magagnoli (nella foto di Basso Cannarsa)

“(…) Era una Brava Persona. Sembra poco, detto così, ma per una diffidente come me invece significa tantissimo. (…) È riuscito a insinuare in me la consapevolezza che il libro non appartiene mai, mai solo alla persona che lo scrive…” (Paola Barbato, scrittrice, sceneggiatrice e fumettista)

“(…) Era molto intelligente Stefano, anche molto colto, e non aveva bisogno di dimostrarlo (Alessandro Bertante, scrittore)

“A ripensarci, dopo tanti anni passati insieme negli open space di Segrate, Stefano aveva finito per diventare ai miei occhi una sorta di centauro: una figura mitologica metà uomo e metà dattiloscritto. Quando lo incontravi immancabilmente aveva sotto braccio fogli e fogli di testi da leggere, valutare eccetera, e lui immancabilmente si fermava e te ne parlava. Sempre entusiasta, sempre appassionato, tanto che gli si illuminava il volto mentre ti raccontava. Magari aveva per le mani la peggior schifezza mai vista (e Dio sa quante schifezze orripilanti, noiose, scadenti passano per le mani di un editor nel corso degli anni…) ma questo non gli impediva di accalorarsi, di abbandonarsi alle sue battute surreali e stralunate, di condividere con te il suo sorriso e qualche riflessione piena di saggezza editoriale…” (Edoardo Brugnatelli, editor)

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“(…) Era uno degli uomini più generosi che abbia mai conosciuto, cercava il meglio nelle persone e si dispiaceva quando lo deludevano. Amava tantissimo la sua famiglia, le sue figlie, anche se ne ho conosciuta solo una quando la portò alla festa per il mio trentaquattresimo compleanno. Non ha mai pensato a difendere il proprio territorio ma solo a lavorare bene, dando tutto sé stesso con passione, umanità, amore…” (Carlo Carabba, Direttore editoriale di Harper Collins Italia).

“(…) Stefano è un Maestro, un grande maestro, capace quindi di essere un ‘cattivo maestro’, un maestro che sa trasferirti le lezioni dei suoi maestri. Un maestro è uno che non se ne va. Ma se lo fa, resta ancora più presente. Ti accorgi che ciò che ti ha insegnato ti ha trasformata e ormai fa parte di te… (…) Con le dovute proporzioni – si può ridere? sì, anche – ritengo che Stefano sia stato un Buddha dell’editoria…”. (Patricia Chendi, editor)

“(…) C’è chi quando si ammala lo fa sapere a tutti, chi ci scrive sopra, chi racconta le terapie sui social. C’è chi non dice nulla e si rintana. Lui era di questa seconda schiera…” (Piero Colaprico, giornalista e scrittore)

“(…) Faceva ridere, questo lo sanno tutti. In almeno due occasioni ho riso con lui fino alle lacrime, fino al parossismo, fino a perdere ogni compostezza. Come non essergliene grata?” Francesca Cristoffanini (editor e direttrice della Scuola di Scrittura Belleville)

“(…) Stefano era buono, era proprio buono come chi sa che non ha alcun senso sprecare nemmeno un minuto della propria esistenza con il rancore, l’invidia o la cattiveria. Come chi sa volare molto in alto, Stefano sapeva anche volare molto in basso e divertirsi nelle cose apparentemente più distanti da quelle di cui si occupava” (Fabio Fazio, conduttore tv)

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“(…) Nonostante la formazione ‘classica’ Stefano amava il genere, la narrativa popolare, l’underground, e faceva sentire un po’ eroi tutti quelli che provavano a scriverne, anche se lo facevano sui muri. Aveva un insopprimibile amore per i gatti randagi, gli intellettuali eretici, i drop out, i devianti, gli irregolari, i marginali, tutti quelli che nessuno avrebbe mai invitato nei salotti buoni di Milano ma che sarebbero stati protagonisti perfetti di una canzone di De André o di qualche cantautore dei Navigli. Ne aveva adottati decine” (Sandrone Dazieri, scrittore)

“(…) Nel suo assoluto candore e nella sua affannosa ricerca di credenziali culturali, Stefano non si rendeva conto di possedere la qualità più preziosa: l’orecchio assoluto per i libri. Il fiuto. L’istinto. Contrariamente a quel che si crede, l’editoria non è il frutto di ponzamenti, ma uno scatto immediato, la manifestazione di un talento tanto radicato e invisibile da sembrare naturale. Avevo imparato ad apprezzarlo ma in fondo alla mia anima continuavo, senza saperlo, a essere un bonaciniano. Sicché molto tempo dopo, quando in uno dei famosi comitati editoriali Stefano presentò la sua ultima trouvaille, un giallo esoterico simbologico e complottista – era Il codice da Vinci di Dan Brown – che veniva via per pochi soldi, non esitai a bocciarlo. Lo trovavo macchinoso e barocco, non avevo capito che i gusti del pubblico stavano cambiando, abbandonavano il verosimile, prediligevano l’inverosimile purché montato su una robusta macchina narrativa. Salvo ricredermi dopo il clamoroso successo americano e impegnarmi in un’asta dove la spuntammo a un prezzo sanguinoso. Poi completamente recuperato dato il successo, altrettanto clamoroso, in Italia. Ma, in sostanza, era stato lui, Stefano Magagnoli, con le sue misteriose antenne e con il suo saltabeccare, e non noi, impettiti mondadoriani, ad aver capito tutto. Aveva ragione lui” (Gian Arturo Ferrari, ex numero uno di Mondadori Libri)

“(…) Anche se professionalmente aveva lavorato soprattutto sulla narrativa popolare, della quale era un riconosciuto esperto – o forse proprio per questo –, Stefano amava la grande tradizione letteraria e tributava ai pochi che ancora la incarnavano un rispetto e una devozione sinceri. Non era assolutamente blasé come la maggior parte degli editoriali vecchio stampo. Di base, era un entusiasta, a costo di apparire ingenuo. Degli editoriali della generazione precedente conservava, invece, la vocazione alla vita irregolare, ai riti della bohème novecentesca, una riluttanza istintiva all’efficienza impiegatizia. Era stato un uomo di spettacolo e a un certo punto lo avevano costretto a scegliere tra la televisione e l’editoria e aveva scelto la seconda senza troppe esitazioni, credo. E con un surplus di idealismo, aggiungerei…” (Antonio Franchini, scrittore ed editor)

“(…) Stefano era un amico vero, sempre presente. Anche quando è stato in difficoltà, quando molte persone lo avevano abbandonato, lui non aveva mai perso il suo sorriso e quel modo di fare gentile e delicato che era un tratto distintivo del suo carattere” (Marco Garavaglia, editor)

“(…) Di lui ho ammirato molte cose. La sua fragilità esposta. La curiosità onnivora, irrequieta. Il coraggio di sbagliare (ovvero la consapevolezza che per trovare l’idea giusta bisogna prima sparare dieci cazzate). La contagiosa abilità nel raccontare i libri. L’ossessione per lo studio. La stima per i più giovani e l’orgoglio silenzioso nel vederli crescere. I nomignoli affettuosi che inventava per tutti (io sono stato soprattutto ‘Stefàn’, ma qualche volta anche ‘The Fixer’ perché mi sbarazzavo dei manoscrittari che gli stavano alle calcagna). La capacità di riconoscere i meriti altrui, cui corrispondeva la poca cautela nel sostenere sé stesso. L’allergia alle gerarchie e alla difesa dell’orticello. La spericolatezza in certi comitati editoriali entrati negli annali dell’autolesionismo…” (Stefano Izzo, editor)

“(…) era proprio così, pieno di entusiasmo, pieno di incredibili follie, con il suo sguardo divertito sulla vita e soprattutto sulla gente. La cosa che ho amato di più di Stefano è stata la sua bontà: perfino nei confronti delle cattiverie ricevute riusciva a essere buono, cercava di capire, di giustificare, e riusciva a perdonare, ‘Andiamo avanti’ diceva” (Federico Moccia, scrittore)

“(…) Stefano aveva un potere: trasportarti in discorsi che ti lasciavano pensieroso, mai pesanti, ma che seminavano dubbi e domande. E ulteriori curiosità. Lo ricordo così” (Marco Mottolese)

“(…) L’esercizio della curiosità era per lui lo strumento di una vocazione personale profondissima, come in pochi colleghi editori ho potuto ritrovare negli anni successivi. Questa preziosa indicazione di metodo, insieme alla totale mancanza di pregiudizi culturali, è ciò che ho sempre ammirato in Stefano…” (Antonio Riccardi, editor e poeta)

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