Ci sono storie in cui meno si dice meglio è: “Come animali” – della scrittrice francese Violaine Bérot – ne è un esempio perfetto. Lavorando in sottrazione, l’autrice racconta di un piccolo paesino tra i Pirenei francesi sconvolto da un mistero inspiegabile: il ritrovamento di una bambina, arrivata da chissà dove, all’interno della “grotta delle fate”. Tra realtà e leggenda, il romanzo si sviluppa attraverso le testimonianze degli abitanti e quelle di una seconda voce, che sfida gli scettici e porta a riflettere sul significato alla base delle leggende…

I racconti, le leggende e i miti si sa, nascono da quell’impellente bisogno tutto umano di trovare una spiegazione o una soluzione a qualcosa che non si comprende; oppure per elaborare una forte emozione, che sia di gioia o di dolore; oppure ancora per trovare, attraverso personaggi “alti”, migliori di noi, il coraggio di lasciarsi alle spalle quello che non vogliamo portare con noi.

È vero, come società crediamo di esserci evoluti al punto di non avere bisogno di questo “conforto emotivo”, di riuscire ad affrontare alla luce del giorno qualsiasi dolore, senza ricorrere alle storie di chi, prima di noi, forse è riuscito a mettere da parte il proprio orgoglio e si è lasciato cullare dalle parole dei cantastorie

copertina di Come animali di Violaine Bérot

Questo lo sanno bene i personaggi del piccolo borgo nascosto tra i Pirenei francesi, protagonisti del romanzo Come animali della scrittrice francese Violaine Bérot.

Un racconto corale dalla struttura narrativa particolare

Edito da La Nuova frontiera, nella traduzione di Camilla Diez, il libro si presenta come un racconto corale, con una struttura narrativa piuttosto particolare.

La trama è minima: in una casa più isolata rispetto alle altre vivono Marinette e suo figlio (chiamato da tutti l’Orso, per la sua forza straordinaria). Entrambi sono guardati non senza sospetto dagli abitanti del borgo: all’apparenza lui e la madre non hanno mai voluto integrarsi con il resto della comunità.

In particolare, il ragazzo non sembra essere interessato al mondo degli uomini: la sua dimensione è quella degli animali, con cui riesce a connettersi a un livello incredibilmente profondo, arrivando a percepire i loro bisogni e curare le loro ferite e le loro malattie.

Poi le ha posato le mani sui fianchi, così, in tranquillità, come si fa con un gatto che sonnecchia sul divano. E la mucca niente, se ne fregava altamente. Be’, mi creda, è stata una cosa straordinaria. Sembrava che le cullasse le reni, e lei lo lasciava fare. […]
Con il passare dei minuti, non sapevo più chi cullava chi, se era lui a cullare la mucca o la mucca a cullare lui. Credevo di avere le allucinazioni”.

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Gli equilibri di questa piccola comunità di montagna vengono rotti da una scoperta sconcertante: in quella che viene chiamata “la grotta delle fate” viene ritrovata da un’escursionista una bambina di cui nessuno sa niente, ma che sembrerebbe essere collegata all’Orso.

Da qui prende il via il romanzo, che si sviluppa attraverso le voci e le testimonianze degli abitanti locali.

Sembrava che tutti gli animali presenti sorvegliassero gli umani. Come se fossero sconvolti dal trambusto degli ultimi giorni, o turbati dalla scomparsa dell’Orso e della bambina. Abbiamo sentito distintamente quell’atmosfera particolare, nuova, tesa”.

Violaine Bérot

Violaine Bérot fotografata da Stéphane Lessieux. Nata nel ’67 in un paesino dei Pirenei, è autrice (tra gli altri) di “Le parole mai dette” e “Caduta dalle nuvole” (entrambi Edizioni Clichy) 

Tra realtà e leggenda

Tra realtà e leggenda, si affacciano sulle pagine le testimonianze dei cittadini che, a differenza di quello che ci si potrebbe aspettare, fanno breccia comune per difendere l’Orso da chi, in maniera un po’ frettolosa, crede di aver già congiunto tutti i punti e trovato una soluzione al mistero della bambina.

Pescando a piene mani dalla tradizione della tragedia greca, l’autrice mette in dialogo due cori: da una parte le parole della comunità del paesino, chiamata a testimoniare per risolvere il mistero; e dall’altra una voce d’eccezione, che rompe gli equilibri della realtà e porta il romanzo in una dimensione che va verso l’onirico.

Tra una testimonianza e l’altra, infatti, a prendere la parola sono proprio le fate di cui parlano gli stessi abitanti, le fate che vivono nella grotta dov’è stata ritrovata la bambina.

Come un secondo coro che dialoga con il primo, le fate offrono una chiave di lettura diversa per risolvere il mistero; una soluzione che spinge a riflettere sui significati delle leggende e sulle motivazioni da cui queste prendono il via.

Lo sanno
quelle che
madri
non vogliono essere.

Lo sanno
che i loro piccoli
a noi
fate
quelle che madri non vogliono essere

a noi
fate
li possono affidare.

Ci sono storie in cui meno si dice meglio è: Come animali ne è un esempio perfetto. Violaine Bérot lavora in sottrazione, disseminando le pagine di dettagli sfuggenti, mettendo alla prova chi legge attraverso non detti e impliciti. Ne viene fuori una lettera aperta in difesa di tutti gli innocenti e una riflessione acuta sui significati nascosti all’interno dei miti e delle credenze popolari.

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Fotografia header: Violaine Bérot nella foto di Stéphane Lessieux

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