“La montagna era la nostra farmacia a cielo aperto…”. Nel suo nuovo libro, “Felice”, di cui proponiamo un capitolo, Mauro Corona fa i conti con la prematura morte del fratello, tra nostalgia e rimpianti. E porta in un aldilà immaginato come un’immensa solitudine…
Per Mauro Corona arriva un passaggio significativo nel suo percorso da autore: cambia infatti casa editrice (da Mondadori, e dopo i problemi con la stampa del libro precedente, a Giunti), per raccontare una storia intima e delicata.
Felice, che dà il titolo al nuovo libro, fu strappato alla vita quando era ancora un ragazzo, e ora suo fratello Mauro, nato nel 1950 e padre di quattro figli, “sfida il buio per ritrovarlo“.
“La montagna era la nostra farmacia a cielo aperto”
“La montagna era la nostra farmacia a cielo aperto. Appena avevamo bisogno di cure, mio fratello mi portava lassù, dove non c’era nessun giorno di chiusura e non servivano ricette”, racconta lo scultore, alpinista e prolifico autore bestseller.
Felice e i suoi fratelli, Mauro e Richeto, sono ben presto abbandonati dalla mamma, che all’improvviso se n’è andata, lasciandoli alla mercé di un padre incattivito dall’alcol e, a vegliare su di loro, soltanto le cime aguzze delle Dolomiti e una piccola biblioteca di libri che sarà la salvezza di Mauro.
Nel nuovo libro il dialogo con il fratello Felice
L’infanzia trascorre così, in mezzo a una natura che chiede di crescere in fretta, per misurarsi con la roccia e con il vento. Felice si fa grande in un lampo, non ha ancora diciott’anni ed è già alto quasi due metri. Armato soltanto della sua giovinezza, parte per la Germania in cerca di fortuna. Promette ai fratelli che guadagnerà i soldi per comprarsi un bel vestito, che a Mauro porterà un orologio…
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È il 1968, i giovani si preparano a cambiare il mondo. L’avventura di Felice Corona, invece, finisce sul bordo di una piscina, dove viene trovato morto pochi mesi dopo la sua partenza.
Un aldilà immaginato come un’immensa solitudine
A quasi sessant’anni da quel giorno, mentre la notte avvolge la valle del Vajont, Mauro Corona nel nuovo libro si misura con questa assenza. Come i poeti antichi, “osa varcare la soglia del regno dei morti” per incontrare Felice e affida a lui il compito di raccontare la propria storia.
Così, da un aldilà immaginato come un’immensa solitudine, in cui le anime vagano nel vento, Felice non fa sconti. Costretto, come lo sono i morti, a dire la verità, non risparmia al fratello le parole più dure e sincere, facendogli da specchio in un confronto crudele. Ma, al tempo stesso, rievoca gesti e memorie nei quali chiunque porti nel cuore la nostalgia per un destino spezzato potrà trovare qualcosa di sé…
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I libri di Mauro Corona
Dal suo primo racconto, Il soffio del gallo forcello, scritto oltre trent’anni fa, fino a I sentieri degli aghi di pino (Mondadori, 2025), Mauro Corona ha pubblicato decine di libri (qui il nostro speciale), tra cui, solo per citarne alcuni, Il volo della martora, Le voci del bosco, Finché il cuculo canta, Gocce di resina, Nel legno e nella pietra, Aspro e dolce, L’ombra del bastone, Vajont: quelli del dopo, I fantasmi di pietra, Cani, camosci, cuculi (e un corvo), Storia di Neve, Il canto delle manére, La fine del mondo storto (premio Bancarella 2011), La ballata della donna ertana, Come sasso nella corrente, Venti racconti allegri e uno triste, Guida poco che devi bere, La voce degli uomini freddi (finalista al premio Campiello 2014), Una lacrima color turchese, I misteri della montagna, Favola in bianco e nero, La via del sole, Nel muro, L’ultimo sorso, Quattro stagioni per vivere, Le altalene e Lunario sentimentale.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:
Tante volte ho pensato al mio nome. Perché, tra i miei fratelli, proprio io sono stato scelto per portare un nome che è come uno sberleffo del destino? Se penso al farabutto di nostro padre che mi appese al collo il nome di Felice, dico che quel nome fu un cappio. Un nodo che mi strozzava ogni sorriso. Ero Felice ma non lo ero, fin da subito.
I nomi li sceglieva lui, soltanto lui. Nostra mamma non contava nulla. Me lo disse un giorno che le domandai perché dovevo essere Felice solo di nome. Lei mi rispose che dipendeva dal destino. Esserlo anche di fatto, era un regalo del destino. Bel regalo mi ha fatto.
Forse mio padre volle quel nome per me perché era lo stesso di suo padre, nostro nonno. Morì travolto da un’automobile a ottantasette anni. Io sono morto a sedici in una città anonima della Germania. I Felice non hanno avuto fortuna nella nostra stirpe. Un cugino del nonno, Domenico Felice, morì sul Pal Piccolo nella Prima guerra mondiale. Gli fu concessa la medaglia di bronzo al valor militare. Un altro Felice nostro antenato morì travolto da un albero dopo trentadue anni in Austria a fare il boscaiolo. Mio fratello maggiore ne ha scritto la biografia cambiandogli il nome. Non voleva più sentirlo pronunciare.
I miei fratelli hanno avuto dei figli. Uno quattro, l’altro, il più giovane, due. Non si sono sognati neanche per un attimo di metter nome Felice a uno di loro. Per paura finisse in morte tragica come noi.
Il nonno aveva sei figli, quattro dei quali morirono di febbre spagnola. Avevano dai nove ai quindici anni. Uno di questi si chiamava Felice. Il nonno raccontava spesso la storia dei suoi figli sfortunati. Diceva che li aveva trascinati giù dal borgo alla chiesa caricandoli sulla slitta da fieno. Uno alla volta, perché si spensero a turno. Non l’abbiamo mai visto piangere. Quando raccontava guardava lontano, come se rivedesse la scena.
La nonna invece non disse mai niente di quella dolorosa faccenda. Noi fratelli le chiedevamo lumi per cogliere, se c’era ancora, quel dolore lontano. Ma dal suo volto marrone scuro, fatto di scaglie, e dalla bocca senza più un dente non uscì mai nulla. Se la cavava dicendo: “Dhilà, dhilà, no me pèins pi nìa.” Andate, andate, non ricordo più niente.
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I nostri nonni erano angeli senza ali. Alla fine anche senza luce. Finché poterono ci dettero calore. Quando alla sera stavamo accanto a loro, intorno al focolare, sentivo provenire dal corpo del nonno una specie di energia protettiva. Non dava mai abbracci o carezze; almeno, io non ne ricordo. Ma a un bambino impaurito non servono gesti delle mani o suoni di parole. A noi tre bastava sapere che abbracci e carezze il vecchio li pensava. Noi sapevamo che li pensava, ci bastava così.
La nonna invece era generosa in effusioni. A me piacevano e lei mi carezzava la testa. Mio fratello, invece, non voleva esser toccato. Neanche da adulto. Nemmeno dalle donne frequentate accettava coccole o carezze. E conosco il motivo. Nostra mamma non lo ha mai sfiorato con un dito quando era piccolo, né baci né abbracci né carezze. Mai. Di questo ha sofferto parecchio. Ecco perché da grande non ha più voluto saperne di smancerie. Quello che non ha avuto da bambino per ripicca oggi continua a rifiutarlo. Per esempio il gelato o la cioccolata, i dolci. Da bambino, invece, il nonno gli faceva bere vino e quello lo vuole ancora. Anche troppo.
Su tutto questo disgraziato gruppo famigliare vegliava come un angelo la vecchia zia sordomuta, sorella del nonno. Si chiamava Clementina, detta Tina. Pregava sempre, si capiva dal labiale. Quando era giovane parlava e sentiva. Poi una specie di meningite la mutilò di parola e suono. So per certo che sono state le sue preghiere a proteggere mio fratello dai tanti pericoli corsi. Sia da alpinista che da sbronzo.
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Ogni tanto il vento dei morti mi porta le loro voci. Anche quella della zia, che da morta l’ha ritrovata. Con la morte si perdono tante cose, ma se ne scoprono altre che in vita non conoscevamo. Vorrei sentirle di più, mi fanno bene. Mi ricordano i tempi in cui stavamo assieme, lassù al paese, impantanati in una povertà vicina alla miseria. Dal regno delle ombre oggi scopro che era la formula perfetta della felicità.
A volte mi giungono non solo le voci, ma anche l’odore che portavano addosso come una pelle invisibile.
Il nonno sapeva di muschio bagnato e foglie morte. L’odore stanco e misterioso che danno le vecchie madie quando vengono aperte dopo anni di silenzio. Masticava tabacco e sputava catrame, perciò il suo odore spesso cambiava. Diventava acido e tagliente che non lo avvicinavi.
La nonna sapeva di cenere spenta e latte cagliato. Con l’aggiunta di fumo quando i ceppi di carpino non erano ancora cenere. Su tutto faceva capolino l’odore di capra selvatica.
La zia sordomuta non sapeva di niente. Veniva reputata una santa e i santi non hanno odore. La verità è che curava molto il suo corpo, si lavava spesso e si profumava con petali di viole e ciclamini, messi a macerare in un litro di spirito. Ma, se proprio devo ricordarle un odore, dico che aveva quello tranquillo e sereno della pazienza.
Oggi i vecchi non hanno più alcun odore. Profumano di buono e di cosmetici. Molti fanno pubblicità ad apparecchi acustici e mutande per perdite urinarie. Alcuni si tingono i capelli, se li hanno ancora, altrimenti li trapiantano. Non vogliono invecchiare. Non s’accorgono, o non vogliono accorgersi, che così facendo diventano ridicoli. L’unica cautela a cui un vecchio deve scrupolosamente attenersi è quella di evitare di rendersi ridicolo.
Mio fratello non corre questi rischi. Si lava poco, e non serve che si profumi. Sa di pino cirmolo. A furia di scolpirlo, quel profumo di resine antiche gli è entrato sotto la pelle. Non fa trapianti di criniera, né tinge quella che gli rimane. Vorrebbe, questo lo so, farsi tirar su le palpebre cadenti da un amico chirurgo estetico. Come se le trova, sembra un vecchio cane bagnato e triste. Lascia stare, fratello. Sei un bel brutto, rimani così.
(continua in libreria…)
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Fotografia header: Mauro Corona, nella foto di Mattia Corona