Spesso è in ciò che le persone gettano via che si celano i più profondi segreti… Lo conferma la trama di “Io sono l’abisso”, il nuovo thriller di Donato Carrisi – Su ilLibraio.it un estratto (e i particolari sui numerosi appuntamenti su Facebook e Instagram)

Donato Carrisi, l’autore italiano di thriller più noto al mondo, è tornato: esce infatti per Longanesi Io sono l’abisso, il suo nuovo romanzo.

Lo scrittore, regista e sceneggiatore di Martina Franca, reduce dal successo de La casa delle voci, torna con un libro destinato ancora una volta a conquistare lettrici e lettori, non solo in Italia.

GLI APPUNTAMENTI SUI SOCIAL

Un libro che Carrisi presenta online in una serie di appuntamenti in diretta (e in streaming) sui social. A partire da quello, in anteprima, di domenica 22 novembre, alle 19, sulla pagina Facebook del Libraio, per il format LibLive. La diretta, tra l’altro, coinvolge anche numerose librerie italiane. Dopo LibLive, sempre dal 22 sera, segue sull’account Instagram dell’autore, @donatocarrisi, e, a seguire, su quello del suo fanclub @lettori_seriali_carrisi, una maratona di lettura dei primi capitoli.

Non solo: dal 23 al 27 novembre, alle ore 19, attrici e attori come Sabrina Martina,Vinicio Marchioni e Caterina Shulha interpreteranno in diretta, ciascuno dal proprio account Instagram, i tre protagonisti principali del romanzo; giovedì 26 novembre, alle 18.30, Carrisi sarà poi protagonista dell’evento targato Ibs-Feltrinelli Live (l’accesso all’appuntamento online è possibile solo per chi acquista il libro sui due siti, oltre che nelle librerie fisiche laFeltrinelli. L’evento registrato sarà invece accessibile anche in un secondo momento sulla piattaforma Feltrinelli Live, on demand).

LA TRAMA…

E veniamo così alla trama dell’inquietante Io sono l’abisso: sono le cinque meno dieci esatte. Il lago s’intravede all’orizzonte: è una lunga linea di grafite, nera e argento. L’uomo che pulisce sta per iniziare una giornata scandita dalla raccolta della spazzatura. Non prova ribrezzo per il suo lavoro, anzi: sa che è necessario. E sa che è proprio in ciò che le persone gettano via che si celano i più profondi segreti. E lui sa interpretarli. E sa come usarli. Perché anche lui nasconde un segreto.

L’uomo che pulisce vive seguendo abitudini e ritmi ormai consolidati, con l’eccezione di rare ma memorabili serate speciali. Quello che non sa è che entro poche ore la sua vita ordinata sarà stravolta dall’incontro con la ragazzina col ciuffo viola. Lui che ha scelto di essere invisibile, un’ombra appena percepita ai margini del mondo, si troverà coinvolto nella realtà inconfessabile della ragazzina. Il rischio non è solo quello che qualcuno scopra chi è o cosa fa realmente. Il vero rischio è, ed è sempre stato, sin da quando era bambino, quello di contrariare l’uomo che si nasconde dietro la porta verde.

Ma c’è un’altra cosa che l’uomo che pulisce non può sapere: là fuori c’è già qualcuno che lo cerca. La cacciatrice di mosche si è data una missione: fermare la violenza, salvare il maggior numero possibile di donne. Niente può impedirglielo: né la sua pessima forma fisica, né l’oscura fama che la accompagna. E quando il fondo del lago restituisce una traccia, la cacciatrice sa che è un messaggio che solo lei può capire. C’è soltanto una cosa che può, anzi, deve fare: stanare l’ombra invisibile che si trova al centro dell’abisso.

copertina io sono l'abisso donato carrisi

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

L’isola Comacina, con la sua vegetazione selvaggia, sembrava emergere come un relitto dalle acque del lago. Di fronte a essa, una piccola spiaggia lambita da deboli onde. Per raggiungere la breve striscia di sassi bisognava seguire un ripido sentiero che scendeva lungo un pendio alberato. Durante i fine settimana di primavera, era una delle mete preferite dalle famiglie con bambini per consumare una colazione al sacco o, semplicemente, per passeggiare. Ma nei giorni feriali non ci veniva nessuno.

Quel venerdì mattina, l’uomo che puliva era impegnato a sostituire i sacchetti all’interno dei cestini in legno posti lungo il percorso, ben sapendo che la settimana seguente sarebbe dovuto tornare lì per svuotarli. Aveva parcheggiato il camioncino nello spiazzo sovrastante ed era sceso a piedi lungo la stradina nel bosco. Intorno a lui, solo i suoni della natura. Gli uccelli, lo sciabordio dell’acqua sulla riva e una brezza leggera che scivolava dalle montagne e s’insinuava dispettosa nei cespugli di alloro, disperdendone il profumo.

Come sempre, l’uomo che puliva svolse il proprio lavoro con diligenza e attenzione. Quando ebbe finito, esitò un attimo prima di risalire il crinale, soffermandosi sul panorama delle Alpi che facevano da cornice allo specchio d’acqua. La giornata era tiepida ma lui aveva caldo, così recuperò dalla tuta un fazzoletto con cui tergersi il collo e la fronte. Nell’estrarlo, un piccolo frammento colorato precipitò ai suoi piedi. Si chinò per guardarlo meglio.

L’unghia smaltata di rosso che aveva trovato nella spazzatura della prescelta. La reliquia.

La raccolse, soffiò via la terra e si bloccò a fissarla, interdetto. Come era finita nella tasca della divisa? Per la prima volta, il suo granitico convincimento di riuscire a controllare tutto vacillò. Come era potuto sfuggirgli un simile dettaglio? Qualunque spiegazione non avrebbe comunque placato il bisogno di flagellarsi per l’errore commesso. Lo sapeva, era nella sua indole: non si sarebbe dato tregua. Ma mentre si sforzava di capire, si rese improvvisamente conto che non aveva alcuna voglia di rimettersi alla guida. In quel posto si stava bene.

Fece per gettare via l’unghia, ma si fermò. La rimise nel fazzoletto. Si disse che era meglio disfarsene in un luogo che non fosse riconducibile a lui ed era logico, ma non del tutto vero. C’era qualcos’altro. Non sapeva dire cosa fosse. Un brivido lo scosse. Quell’oggetto, all’apparenza insignificante, costituiva un pericolo. Tuttavia gli procurava una strana eccitazione. Anche le emozioni che non riusciva a dominare erano un rischio, allora per tornare in sé appoggiò la mano callosa alla corteccia di un cipresso e chiuse gli occhi. Immaginando il respiro dell’albero, fu pervaso da una nuova serenità.

Fu in quel momento che sentì le urla.

Aprì gli occhi e si guardò subito intorno, allarmato. Le grida cessarono e, per un attimo, ebbe la sensazione di averle solo immaginate. Ma poi ricominciarono, anche se per poco. Il cuore gli batteva forte, non riusciva a comprendere cosa stesse succedendo. Istintivamente, punto` lo sguardo in direzione del lago.

Attraverso i rami, intravide un corpo che si dimenava nell’acqua.

Chiunque fosse, era appena a una decina di metri dalla riva e stava annegando. Eppure, a quella distanza e con quella calma piatta, non doveva essere difficile rimanere a galla e raggiungere la spiaggetta. Allora l’uomo che puliva capì che lo sventurato era finito in uno dei vortici subacquei di cui parlava spesso la gente del lago. Ti coglievano di sorpresa e ti risucchiavano verso il fondo, senza lasciarti scampo. Si rese conto che non avrebbe mai voluto assistere alla scena. Quella morte lo atterriva. Forse perché era insensata, allora gli sembrava anche crudele. Ma, nello stesso tempo, non poteva distogliere lo sguardo.

Non riusciva a disinteressarsene.

Si mosse per seguire meglio la sorte del poveretto attraverso la fitta vegetazione. Lo vide sparire e poi riemergere più volte, annaspando disperato, in cerca di salvezza. Per un istante, riuscì a scorgere la sua faccia. Era un bambino. Ma non uno qualsiasi.

Era un bambino grassottello che indossava un paio di braccioli arancioni sgonfi.

Senza pensarci, cominciò a correre verso la riva, sfilandosi le pesanti scarpe da lavoro e abbandonandole sui ciottoli insieme agli occhiali da vista. Entrò nell’acqua dolce ma scura e gelida, facendosi strada a fatica nel liquido denso che sembrava non volerlo lasciare passare. Era come se il lago rivendicasse quella vita per sé, come se quel tributo di carne e sangue servisse per scontare il vecchio debito con una piscina colma di rifiuti.

Ma l’uomo che puliva non lo avrebbe permesso. Quando fu immerso fino alla vita, smise di camminare e si tuffò in avanti, mettendo a frutto l’unica lezione che sua madre si fosse premurata d’impartirgli, anche se involontariamente. Nuotare.

(continua in libreria…)

Abbiamo parlato di...