“Le ali in una stanza” segna il ritorno in libreria di Milena Palminteri, l’autrice del bestseller “Come l’arancio amaro” (Premio Bancarella 2025). Con il nuovo libro, di cui proponiamo un estratto, la scrittrice porta lettrici e lettori a Palermo, la sua città natale. Partendo dal 1914, fino ad arrivare al secondo dopoguerra, la trama segue i cambiamenti del capoluogo siciliano, tra virus tangibili come la poliomielite e altri più impalpabili, come quello della mafia…

Torna in libreria Milena Palminteri, autrice dell’esordio bestseller Come l’arancio amaro (Premio Bancarella 2025, e circa 350mila copie vendute), che ora firma il libro Le ali in una stanza, con cui porta lettrici e lettori a Palermo, la città in cui è nata.

La trama di Le ali in una stanza

La trama del nuovo romanzo di Palminteri, che ha lavorato per tutta la vita come conservatore negli archivi notarili, ha inizio nel 1914. Nella cornice di una città piena di profumi, in cui il fervore del Liberty sta spazzando via la polvere del tempo e negli alberghi approdano viaggiatori da tutto il mondo, si incrociano le ambizioni di Giulio Jacona e Irene Scordato. Giulio, brillante architetto, rifiuta di lavorare nello studio del grande Ernesto Basile, per dedicarsi al suo sogno: trasformare il piccolo albergo Kemonia ereditato dal padre in un gioiello di splendore e modernità. A un passo dal cielo, un giardino pensile ospiterà gli uccelli multicolori scelti da Irene, che con essi condivide la capacità di alzarsi fin dove il giudizio degli uomini non conta più e si è liberi di spiegare le ali.

Ma il volo di Giulio e Irene subisce un brusco arresto quando la Prima guerra mondiale squarcia l’orizzonte. E, dopo la guerra, un altro dramma: il virus della poliomielite entra in casa loro e lascia il suo terribile marchio.

Come l'arancio amaro di Milena Palminteri

Come l’arancio amaro, oltre al Bancarella, ha vinto altri premi letterari, tra cui il Rhegium Julii-Corrado Alvaro, il Città di San Salvo, il Città di Agropoli-Adele Di Gregorio, ed è stato tradotto in diciassette lingue

Si arriva dunque nella Palermo del 1950. Anche la Seconda guerra mondiale è passata, lasciando ferite profonde negli animi e nei luoghi. Tra le macerie di Palermo un nuovo virus allunga i suoi tentacoli: quello della mafia, che si nutre dell’euforia della ricostruzione per mettere le mani sulla città.

Dopo aver ospitato le truppe degli occupanti e dei liberatori, anche l’Hotel Kemonia avrebbe bisogno di una ristrutturazione, ma trovare le risorse sembra impossibile. Fino a che in casa Jacona non entra una giovane donna animata da una fierezza capace di cambiare ancora una volta il destino.

Quello di Milena Palminteri viene definito “un commosso omaggio letterario alla città dove è nata” (l’autrice oggi vive a Salerno e ha due figli ormai grandi), attraverso il racconto di donne e uomini che nessuna malattia o corruzione può piegare, perché sanno che “non sono necessarie ali grandi per un volo lontano e felice”.

Le ali in una stanza di Milena Palminteri

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Le campane della chiesa di Casa Professa suonano il mezzogiorno e Giulio Jacona già da un’ora discetta, nell’aula magna dell’Università di Palermo, della sua tesi in Architettura tecnica.

I raggi di un sole lugliesco, come tappeti di fuoco, entrando dalle finestre spalancate si srotolano invincibili sull’auditorio, e un sudore acido si accanisce bagnando colli e camicie, fronti e ascelle, crani lucidi e teste impomatate di pubblico e professori. Giulio, fresco come appena uscito dal mare di Mondello, sembra esserne stato graziato, ma la verità è che a mantenerlo asciutto sono la sua padronanza della materia e l’assenza in lui di ogni timore reverenziale nei confronti dei membri della commissione. È così consapevole di sé e delle sue capacità che la scena potrebbe leggersi a parti invertite: Giulio insegnante, i professori allievi intimoriti.

Dopo un breve confronto di sguardi, i docenti lo congedano. Pochi minuti e Giulio viene proclamato dottore in Ingegneria e Architettura.

Il Professore Ernesto Basile, suo relatore e direttore della scuola di Architettura, scuotendogli con vigore la mano, entusiasta si congratula con lui: “Un cavallo vincente, lei dottore è un cavallo vincente.”

E il Professore di cavalli se ne intende. Frequentatore dell’ippodromo romano delle Capannelle, è assiduo a ogni premio di corsa o derby di galoppo. Accetta ogni lavoro che lo porti a Roma, grande o inconsistente che sia, per assecondare la sua passione. Ma mai una scommessa, un incitamento scomposto e vociante rivolto ai cavalli; non conosce né è conosciuto da allibratori legali o clandestini che fossero. Lo esalta l’animale, la potenza dei suoi muscoli in corsa, la velocità senza rompere il passo, l’indole competitiva che al traguardo gli fa spingere in avanti il magnifico collo. Dice

del cavallo che è “arte in natura”.

Giulio Jacona, che ben conosce Basile e le sue passioni, lusingato di quel complimento e simulando un imbarazzo che per carattere non gli appartiene, ringrazia con eleganza invitandolo, a fine sessione di laurea, a un beneaugurante brindisi al caffè Maqueda. Il Professore accetta.

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Più tardi, vermouth e pasticcini sciolgono la lingua di entrambi e Basile reitera il complimento:

“Sì, sì, sì, lei è un cavallo vincente. La osservo da quando è entrato per la prima volta alla Martorana per frequentare la scuola di Architettura e devo riconoscerle che, in questi anni di studio della nostra materia, lei ha acquisito una profonda preparazione e una insolita competenza. Venga a lavorare con me: ho dieci collaboratori tra lo studio di Palermo e quello di Roma e presi insieme tutti e dieci non fanno lei solo.”

Giulio riacquista all’istante la sobrietà necessaria. Quella richiesta inattesa lo ha messo in allarme.

È in quel momento in cui ci si sente nella stagione migliore. Aspetta il suo futuro in uno stato di assoluta quiete, la sua è una strada sognata e segnata già in perfetto equilibrio, con tutti i giorni scritti e pronti da vivere. Uno stato di grazia. Alla laurea seguirà un lavoro che nella sua mente non è più un progetto ma un’opera conclusa: il restauro estetico e conservativo dell’Hotel Panormus. Di proprietà di suo padre, don Alfonso, pulito e ben gestito, è per Giulio di uno sconfortante anonimato, anche nel nome che ripete quello di un altro albergo più antico.

A lanciargli il guanto della sfida è stato il Grand Hotel delle Palme. Situato alle spalle del Panormus, ne è distante appena qualche centinaio di metri. Prima casa della famiglia Ingham, alla morte dell’ultimo erede è stata acquistata da un imprenditore del ramo alberghiero con il naso al vento degli affari: Palermo è diventata di moda e i turisti che la visitano portano in giro per il mondo il racconto della dolcezza del clima, della bellezza della Conca d’oro e la curiosità per tutte le tracce arabe, normanne, angioine, aragonesi, borboniche e via secoli cavalcando.

Ma c’è di più. A farne ulteriore motivo di sfida è stato proprio Ernesto Basile, che di quella casa ha curato la trasformazione in albergo.

Maestro del nuovo stile Liberty, Basile lo ha fatto suo fondendovi con originale intuizione e a futura memoria la straordinaria grandezza delle passate vestigia di tutti i popoli che dell’isola hanno

fatto ognuno una loro propria e personale Sicilia. Instancabile, eclettico e multiforme talento, completati a Palermo il Teatro Massimo, Villa Igiea e il Villino Florio, Roma e il mondo stesso portano la sua firma dall’aula della Camera al Transatlantico di Montecitorio, dalla progettazione a Rio de Janeiro dell’Avenida della Libertà alla sua autorevole presenza nella giuria per il concorso per il Museo delle Antichità egizie al Cairo.

Giulio non tradisce il trambusto interiore che ora gli viene dall’offerta del Professore ma una troppo ambiziosa gioventù lo invita a osare la sfida.

Ha immaginato per mesi il nuovo Panormus. Sarà altra cosa rispetto alla sfarzosa bellezza del Grand Hotel et des Palmes, pretenzioso perfino in quel nome francese: il suo nuovo nome sarà Hotel Kemonia, in memoria del fiume che insieme al fratello suo Papireto scorreva, uno a Oriente e l’altro a Occidente, a guardia del piccolo nucleo fenicio che nel tempo sarebbe stato capace di diventare la imperiale città di Palermo.

Nelle notti calde d’estate Giulio, insonne, progetta invece un giardino d’inverno. La facciata nella sua mente è già realtà.

Ora però il disagio in cui l’offerta del Professore lo confina è visibile. La faccia si è scangiata, come rannuvolata, e gli lascia ingrigita l’usuale espressione di chi è cosciente del proprio valore. Basso lo sguardo, Giulio segue sul pavimento la punta della propria scarpa che precisa come un compasso disegna soffocanti spirali. Le braccia conserte dicono al mondo che nessuna imbarazzante emozione gli sfuggirebbe.

“No! Tu mi vuoi dire di no! Io lo capii che ti vuoi negare!”

Il Professore Basile ora ride, gli occhi a fessura, la bocca aperta in una divertita sorpresa mentre una chiostra di denti regolari si affaccia su un pizzetto di barba sovrastato da un incredibile paio di baffi color della pece.

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Giulio, ormai snidato il suo pensiero recondito, si è fatto mutàngaru.

“I tuoi colleghi carte fàvuse farebbero se questa proposta l’avissi fatta a uno di loro. Ma nessuno ti vince alla corsa, vero, Jacona? Be’, comunque contento sono. Mi persuasi definitivamente che l’occhio e la testa mia ancora mi danno soddisfazioni.”

Poi il Professore si fa più serio: “Però una cusaredda te la voglio dire. Ti mangerai le mani, eccome se te le mangerai!” E mette la sua di taglio tra i denti.

“Non è una scelta facile, Professore. Ma farò di tutto perché vi ricrediate, è una sfida anche con me stesso.”

Si salutano con un abbraccio come fossero vecchi amici.

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(continua in libreria…)

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Fotografia header: Milena Palminteri nella foto di Isabella De Maddalena

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