Milena Palminteri debutta con successo con il romanzo “Come l’arancio amaro”, che attraversa il ‘900 in Sicilia, narrando il dramma del “corpo femminile sottomesso, usato, colpevolizzato eppure portatore dell’immenso potere di sedurre e di generare” – Su ilLibraio.it un estratto

Tra le novità protagoniste della classifica dei libri più venduti quest’estate (qui, a proposito, oltre 300 romanzi, saggi e fumetti consigliati, selezionati tra le uscite degli ultimi mesi) troviamo un esordio targato Bompiani: quello di Milena Palminteri con il romanzo Come l’arancio amaro.

Nata a Palermo, l’autrici (che ha due figli “ormai grandi”), vive a Salerno, e ha lavorato a lungo come conservatore negli archivi notarili (che, come vedremo, entrano anche nella storia), “dove insieme alla memoria economica di paesi e città italiane vengono conservate e custodite anche le nostre vicende individuali e collettive”.

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Nel suo primo libro, che porta in Sicilia, Palminteri mette in scena il dramma del “corpo femminile sottomesso, usato, colpevolizzato eppure portatore dell’immenso potere di sedurre e di generare”.

La trama di Come l’arancio amaro porta ad Agrigento, nel 1960. La protagonista, Carlotta, ha trentasei anni ed è convinta che nessuna persona amata possa rimanerle vicino: suo padre è morto la notte in cui lei nasceva, la sua adorata bambinaia se n’è andata quando lei era piccola e sua madre è sempre stata simile a un’algida istitutrice.

Cresciuta durante il Ventennio e la guerra in una Sicilia dove da sempre tutto cambia per rimanere immutato, Carlotta ha imparato che il solo modo per non soffrire è annoiarsi con pazienza. Così, dopo gli studi di legge, anziché lottare per diventare avvocato si è rinchiusa a lavorare all’Archivio notarile. Ma il destino ci insegue anche se noi ci nascondiamo: è proprio uno dei polverosi documenti dell’Archivio a rivelarle la terribile accusa rivolta da sua nonna paterna a sua madre, di non averla partorita ma comprata.

Come l'arancio amaro

Carlotta comincia un’indagine che la porterà a scoprire le radici della rabbia e della sete che per tanti anni ha cercato di mettere a tacere.

Ci si sposta Sarraca (Agrigento), nel 1924, per andare alla scoperta di un altro personaggio centrale nella trama: è inutile essere giovane e piena di progetti, se sei nata nel tempo sbagliato. Mentre da Roma scende l’onda nera del fascismo, la diafana Nardina sposa il nobile Carlo Cangialosi ma non riesce a rimanere incinta, e questa colpa si allunga su di lei come un’ombra. E la bellissima e selvatica Sabedda, umile serva, si trova in grembo un figlio che non potrà sfamare.

I percorsi di queste due ragazze si intrecceranno grazie al piano scellerato ordito da Bastiana, madre di Nardina, e dal campiere don Calogero, in odore di mafia

Milena Palminteri

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Sotto i raggi cocenti del mese di luglio dell’anno millenovecentoventiquattro, l’avvocato Calascibetta, l’ombrello aperto a mo’ di parasole, alla testa di un drappello di viaggiatori in cammino, tuonò: “Indietro tornammo! Ve lo dico io che indietro tornammo!”. Per la terza volta dall’inizio del viaggio sulla sbalestrata corriera che da Girgenti conduceva a Sarraca, i passeggeri erano stati costretti a scendere per alleggerire il trabiccolo del loro carico. Avanzavano adesso a piedi, sconfortati, su una strada sterrata ferita di buche e gonfia di dossi, e approvavano sbuffando le lamentazioni di Peppino Calascibetta. Avvocato di peso anche nella figura, uomo maturo ma ancora prestante, del Pippineddu di anni otto gli era rimasta la vociata arruffapopolo di quando, al collo la cinghia e in mano le bacchette bianche e rosse, mazzoliava con forza un tamburo di latta. Ora dietro la corriera, lento pede come a un funerale, con fervore accusatorio Calascibetta lamentava una Sicilia morta, incapace di autonomia e che dopo i Borboni non aveva più conosciuto progresso. Mai ci fosse entrata nel Regno d’Italia, ché ci si era squagliata dentro come lo zucchero nel caffè. “E pure i Borboni ladri e sanguisughe! E come a loro tutti: inglesi, spagnoli, aragonesi, francesi.” Il Giornale di Sicilia arrotolato e usato a mo’ di fucile in una esecuzione era puntato verso invisibili usurpatori. “Concorso di persone nel medesimo reato, questo fu! Tutti vennero, mangiarono e s’ingrassarono.”

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Poi, smessa la posa da tribunale, scrosciò la rabbia dell’isolano tradito e abbandonato: “Ci abbiamo dato più soldi noi siciliani che tutti gli altri stati a quei piemontesi polentoni! Per fare che cosa? Nientemeno che il regno d’italia! E ora vediamo che sapi fare questo signor Benito che è italiano sì, ma della Sicilia non ne sa una minchia!”. La minchia siciliana ignorata da Mussolini, da anni per Calascibetta e non solo era invece un chiodo fisso: “autonomia” il suo nome scientifico, “la Sicilia ai Siciliani” la vulgata. Applausi, dissensi, consensi, fumo di sigari e colpi di tosse e intanto una nube di polvere si levava da quel gregge in cammino. Due suore alleggerivano la fatica del passo pregando il rosario. Le signore, i ricci sfatti dal sudore, sventolandosi camminavano in muto sodalizio, attratte l’una all’altra come gocce d’olio nell’acqua, le schiene piegate, i seni come giberne appese al collo. Gli uomini invece andavano in ordine sparso aggruppandosi solo se si conoscevano per mestiere o per quartiere, che alla fine era la medesima cosa. A Sarraca marinari, calafatari, purpiaturi, nassaroli e salinari brulicavano tutti alla Marina: il mare per mestiere, il mare depredato di così tanti pesci da riempire la barca quasi affondandola, il mare esattore che inghiottiva uomini con onde alte come mura d’acqua. Se non era il mare, era la campagna che dava di che campare: a nobili e borghesi, a coloni, campieri e massari. Ed erano vendemmie e raccolte di olive e grano e tutto un paesaggio di carretti e di jornatari sulle trazzere. Cingevano il paese latifondi macchiati di giallo e marrone che se ne salivano aridi e bruciati verso monte San Calogero dove pennellate di pecore e capre ruminavano restucce di grano e d’avena, tratteggiando un paesaggio bucolico. Finalmente, dopo una salitedda affrontata e vinta, la strada riprese un aspetto carrabile e la corriera, porte aperte e motore acceso, ingoiò per la quarta volta il popolo scontento dei viaggiatori (…).

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(…) Nella corriera ormai era tutto un bisbigliare sull’argomento: figli non attesi, gravidanze insperate di donne quarantine, figli a sorpresa di padri vecchi ma non saggi. Finito di rimestare, per distrarsi Bastiana si mise a guardare fuori il finestrino: nella corsa lenta della corriera, l’estate mostrava la sua fertilità: grano alto e maturo, albicocche, prugne, pesche, mandorle che senza pudore apparivano dal mallo già secco e spaccato, tutto sembrava fosse in grado di procreare tranne sua figlia. Pure lei, in verità, per qualche anno dopo il matrimonio aveva sofferto la condizione di sposa senza prole: non le mancava niente, quella ’ngiuria della “currera” affibiatale dai suoi paesani era stata il suo nome d’arte e la sua fortuna, Beniamino era bello e bravo che badava alla putìa e macari alla casa, le mancava solo un figlio per fare tombola ma non ne venivano proprio. Provvidenziale era stato il “Giro in bicicletta della Sicilia” che passò da Sarraca un tiepido mattino d’aprile. Una foratura costrinse un bel toso veneto a fermarsi appena una curva prima che si arrivasse al paese. Gna Bastiana, che lì si trovava per i suoi affari, non seppe resistere agli occhi cerulei del ciclista e al suo parlare tischi toschi. Un complimento di lui, un finto imbarazzo di lei, un opportuno oliveto fitto e frondoso, quel che ne accadde costrinse Nardina a scendere dal cielo. Il caro Beniamino non tornò dalla Grande guerra, e Bastiana e la piccola Nardina rimasero sole. Nella mente di Bastiana, ormai corda di arco tesa allo spasimo, scoccò proprio allora un’idea come freccia al bersaglio. Nella fretta di zittire quella stracchiola antipatica della consuocera e i sarracesi che se la ridevano di lei, cominciò a disegnarsi nella testa della currera un piano che qualunque persona di buon senso avrebbe definito criminale. Non un orfanello da adottare avrebbe procurato a sua figlia Nardina ma un figlio, un figlio vero davanti a Dio e agli uomini, con tanto di gravidanza e parto da scimunire pure il genero Carlo Cangialosi facendogli credere fosse suo. Ma come? Si poteva mai andare in giro a chiedere picciliddi? Il suo progetto avrebbe tollerato complici? Gna Bastiana cominciò a percorrere con la mente le strade più varie. Intanto si era alle porte di Sarraca….

Copy 2024 Giunti Editore S.p.A / Bompiani

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