“Perché, quando a commettere il crimine è una donna, si sente l’immediata necessità di ‘spiegarlo’? Come se il male causato da mani o menti femminili fosse ‘innaturale’…”. Su ilLibraio.it la riflessione della scrittrice e sceneggiatrice Paola Barbato, in libreria con “La Torre d’Avorio”, nel quale presenta cinque donne colpevoli di cinque atti “deviati”: “Non esistono il male maschile e il male femminile, esistono azioni, motivazioni, scelte che appartengono all’uno o all’altro sesso, per mille ragioni la cui origine si perde nell’alba dei tempi…”
Quando si parla di crimini, di atti efferati, di gesti estremi, la prima cosa che viene tirata in ballo sono i numeri.
Secondo i numeri, ed è impossibile negarlo, gli uomini commettono più atrocità delle donne.
Perché? Ma per mille ragioni, se valutiamo che la libertà acquisita dal nostro sesso (libertà, dico, non parità) è roba recente, paragonata a secoli in cui tutto il potere era maschile. Questa schiacciante prevalenza statistica, sortisce però uno strano effetto: quando a commettere il crimine è una donna, si sente l’immediata necessità di “spiegarlo”.
Come se il male causato da mani o menti femminili fosse “innaturale”. Deve sempre esserci un “perché” profondo, una motivazione radicata e nascosta, un disagio nell’ambiente in cui la criminale è vissuta che ha “seminato” le origini di questa malvagità. Come se la donna, in quanto tale, dovesse essere buona per natura.
Io sono donna, e no, non sono buona per natura. Mi riconosco aspetti poco nobili, so che la mia razionalità domina gli impulsi più deteriori e sono certa che, messa nelle condizioni di farlo, potrei fare del male. Nonostante io sia nata femmina, abbia ricevuto una buona istruzione, sia cresciuta in un ambiente civile e soprattutto (il grande lasciapassare) sia madre.
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Da dove nasca questa convinzione che la crudeltà femminile non possa essere innata ma debba obbligatoriamente derivare da qualcos’altro, non lo capirò mai. Perché per noi esistono solo delitti passionali, esaurimenti nervosi, reazioni a vessazioni e la sempre salvifica “follia”? Perché non ci viene attribuita la possibilità di essere, semplicemente, malvagie? Lo siamo, tanto quanto lo sono gli uomini.
Ragioniamo in maniera diversa, agiamo in maniera diversa, abbiamo freni inibitori alimentati dalla stessa società che li ha levati a loro, ma sarebbe ora che venissimo prese sul serio anche da questo punto di vista: ci può essere dell’oscurità, in noi, senza bisogno di giustificazioni. È quella che emerge nei branchi di ragazzine che si accaniscono su altre ragazzine.
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Fanno meno rumore delle cosiddette “baby-gang” maschili, eppure i segni che lasciano sulle loro coetanee non sono meno duraturi. L’impulso femminile a mortificare, ledere e schiacciare si manifesta con grande potenza sui social, dove in percentuale altissima, dato che siamo partiti parlando di numeri, sono le donne a infierire, soprattutto sulle altre donne.
Queste signore sono tutte vittime di un disagio, vengono vessate a loro volta, sono frustrate, sono pazze? Direi proprio di no. E infine, ad accanirsi sui più deboli, i bambini, gli anziani e i malati, numeri alla mano, sono quasi sempre le donne. Ma nel momento in cui si parla di loro, oltre alla condanna emergono sempre le analisi: perché una donna ha fatto del male? Signori: perché sì.
Questo è uno degli aspetti che cerco di indagare nel mio ultimo libro, La Torre d’Avorio, nel quale presento cinque donne colpevoli di cinque atti “deviati”. I loro crimini non sono simili, tutte e cinque, dopo averli commessi, sono state giudicate incapaci di intendere e di volere, ma non tutte lo erano. C’è almeno una donna, tra queste cinque, che ha seguito un impulso “naturale”.
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Quindi “l’ha fatta franca”? No, semplicemente non è stata riconosciuta per quello che era, dato che una donna che usa scientemente la violenza, se non ha dei trascorsi tragici, non è contemplata dalla società.
L’ho trattata come tutte le altre, senza sottolinearne la differenza, a dimostrazione che è possibile avere questa forma di cecità selettiva. Non esistono il male maschile e il male femminile, esistono azioni, motivazioni, scelte che appartengono all’uno o all’altro sesso, per mille ragioni la cui origine si perde nell’alba dei tempi.
Ma il male è lo stesso, non differisce né in quantità né in qualità. E se continueremo a voler fare distinzioni, ad abbassare la guardia davanti al femminile, certi che Medea, Lady Machbeth e Crudelia De Mon siano solo creazioni della fantasia, prima o poi la realtà ci presenterà il conto.
L’AUTRICE – Paola Barbato, classe 1971, milanese di nascita, bresciana d’adozione, vive a Verona con il compagno, tre figlie e due cani. Scrittrice e sceneggiatrice di fumetti, sceneggia dal 1999 Dylan Dog per la Sergio Bonelli Editore, oltre a partecipare a diverse altre serie a fumetti.
Ha pubblicato per Rizzoli, Bilico (2006), Mani nude (2008, vincitore del Premio Scerbanenco, da cui è stato tratto un film nel 2024), Il filo rosso (2010). Con Longanesi ha pubblicato Vista da qui, mentre con Piemme ha firmato Non ti faccio niente (2017), la trilogia Io so chi sei (2018), Zoo (2019) e Vengo a prenderti (2020), quindi L’ultimo ospite (2021), La cattiva strada (2022) e Il dono (2023). Dal 2019 collabora anche con Il battello a vapore scrivendo libri per bambini e ragazzi. Nel 2009, inoltre, ha scritto la fiction Nel nome del male per Sky.
Ora arriva in libreria per Neri Pozza il suo nuovo libro, La torre d’avorio, che l’autrice presenta a Lucca Comics l’1 novembre, alle 11.45, nell’Auditorium Fondazione Banca del Monte di Lucca (il 2 novembre Barbato sarà ancora a Lucca, all’Auditorium del Suffragio, alle 16.30, con Stuart Turton e R.L. Stine).
È possibile cancellare il passato e liberarci della persona che siamo stati? Mara Paladini ci sta provando da tredici anni, dopo aver scontato una pena in una struttura psichiatrico-giudiziaria per il tentato omicidio del marito e dei due figli. Il nome di quella donna, affetta dalla sindrome di Münchhausen per procura – una patologia che porta a far ammalare le persone che si amano per poi curarle e prendersi il merito della loro guarigione – era Mariele Pirovano, ma quel nome Mara lo deve dimenticare, perché quella persona non esiste più. Almeno questo è ciò di cui tutti vogliono convincerla.
Lei, però, non ci crede, e nella sua nuova vita in una grande città, a centinaia di chilometri dal proprio passato, ha costruito una quotidianità che la tiene lontano dal mondo, che le impedisce di nuocere ancora: non esce quasi mai e della casa procurata dai servizi sociali ha fatto una prigione di scatoloni e memorie, dove seppellire per sempre Mariele.
Un giorno, però, nella sua torre d’avorio si apre una breccia. Comincia tutto con una piccola macchia di umidità sul soffitto, che la costringe ad andare al piano di sopra per avvertire il vicino. Potrebbe essere cosa da nulla, invece la scena che le si presenta è un uomo morto, con i segni dell’avvelenamento sul corpo. Mara potrebbe non riconoscerli, quei segni; Mariele invece non ha dubbi, perché così ha quasi ucciso le tre persone che amava di più. Ora Mara sa che è stato tutto inutile, che il suo passato l’ha riagguantata: ora Mara sa che l’unica possibilità è la fuga, da chi vorrà incolparla di quell’omicidio e da chi invece lo ha commesso per incastrarla…
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