Flor Canosa, autrice argentina conosciuta in Italia per libri come “La seconda lingua madre” e “Tette”, torna in libreria con “Polpa” (di cui proponiamo un estratto), un romanzo in cui una relazione, immorale e passionale, può innescare una ribellione, in una società in cui provare qualsiasi tipo di emozione è proibito…
Una società in cui ogni emozione è messa al bando, un futuro delirante e un amore fatto di pulsioni febbrili. Questi sono gli ingredienti di Polpa, in Italia con Neo edizioni nella traduzione di Giovanni Barone.
Dalla penna dell’argentina Flor Canosa – autrice, sceneggiatrice e docente presso la Facoltà di Scienze Sociali dell’Università di Buenos Aires – fuoriesce un universo di personaggi che si muovono come allucinati, in una società-stato dove chi è al potere ha il controllo su tutto.
Su questo sfondo l’autrice, che è già comparsa sugli scaffali italiani con La seconda lingua madre (Future Fiction) e Tette (Tempesta Edizioni), delinea una storia d’amore decisamente non convenzionale, quella tra Irma, abituata sin da piccola a non provare emozioni, e Lunes, un uomo affascinato dalle aberrazioni, che ricerca nei libri messi a bando e nel deep web. Tutto quello che trova, pensieri, teorie, pratiche oscene, le sperimenta con la compagna; la loro è una passione indomabile vissuta senza nessun freno e che nasce da una fisicità portata all’estremo.
Scopri il nostro canale Telegram
Ogni giorno dalla redazione de ilLibraio.it notizie, interviste, storie, approfondimenti e interventi d’autore per rimanere sempre aggiornati
Lontani da loro, in un ufficio governativo, Enero, un agente del regime, li osserva con attenzione. La loro relazione clandestina, misteriosa e selvaggia, lo nutre e gli fa immaginare di sovvertire il sistema.
Il romanzo, pubblicato in patria nel 2016, è diviso in tre parti che seguono i pensieri dei tre personaggi principali, attraverso una scrittura che delinea “costrutti sociali già ipotizzabili e visioni di un futuro delirante, immaginifico”.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:
Prima che madre procedesse a polverizzare nonna, mi sono fermata un attimo a osservarla. Calcolavo che era morta da una settimana, giorno più giorno meno. Non avevo mai visto nonna prima. Madre si era distratta cercando soldi e gioielli negli armadi e mi aveva lasciata sola col cadavere in cucina.
La vecchia teneva ancora in mano una schiumarola e indossava un grembiule macchiato e logoro, su vestiti ugualmente macchiati e logori. Lei stessa era macchiata e logora, come notavo guardando le sue mani, macchiate di vecchiaia, logorate dalle rughe. Aveva i capelli rosa, in un vano tentativo di conservare traccia della sua antica capigliatura rossa. Rossi erano gli occhi, la sclera segnata da milioni di capillari esplosi. Le davano un aspetto che andava oltre la morte, la rendevano un soggetto da esperimento clinico, buono per le illustrazioni di un manuale scientifico. Volevo guardare quegli occhi e trovarci qualcosa di me. Ma, fanculo, in definitiva era mia nonna tanto quanto poteva esserlo una provetta; eppure qualcosa, in quella vita vissuta, mi spingeva a interrogarmi sulla mia vita ancora da vivere. Nonna aveva scelto madre che aveva scelto me. Doveva pur esserci qualche segreto ancestrale dietro quella catena di dna e decisioni. Comunque, negli occhi della vecchia non c’era altro che sangue coagulato e quel celeste di pupille mutanti che la genetica non aveva fatto arrivare a me. Avrei potuto avere dei figli con quel blu celestiale negli occhi, un mero capriccio biologico, ma per le mie pupille ormai era tardi.
Può interessarti anche
A quel punto ho notato due cose.
Due cose vicine, le uniche che potevo cogliere.
Ho guardato il braccio che teneva la schiumarola, il polso sottile e ossuto, e ho visto che era segnato da cicatrici. Non erano cicatrici da taglio, un tentativo fallito di suicidio, no: erano vecchie punture. Qualcosa che era rimasto conficcato nella carne per molto tempo.
Io avevo dodici anni, non potevo sapere di cosa si trattasse. L’ho capito solo qualche anno dopo. Non era un fatto casuale, perché anche sull’altro polso aveva gli stessi segni, quasi identici, come un marchio.
L’altra cosa che ho notato, questa volta nella mano libera, quella che non stringeva la schiumarola, erano dei piccoli segni rotondi, fori microscopici, in ogni dito e sul palmo. Non c’era nessuno schema, almeno credo. Era come se avesse esercitato una forte pressione su centinaia di spilli conficcati in una tavoletta o in una porzione di sughero, ma sparsi a caso, senza alcun disegno. Una sorta di horror vacui. Non c’erano tracce di sangue. Erano secchi, cicatrizzati. Non capivo se fosse quella la causa del decesso della vecchia o se quei segni risalissero indietro nel tempo. Tutto in quella cucina era lontano dalle mie capacità di comprensione, ma comunque non mi sembrava che quei segni fossero letali.
Scopri la nostra pagina Linkedin
Notizie, approfondimenti, retroscena e anteprime sul mondo dell’editoria e della lettura: ogni giorno con ilLibraio.it
Madre è entrata in cucina con le mani piene di cose. Ha lasciato tutto sul tavolo di formica, dopo averlo sgomberato dai resti di cibo sintetico già vecchio di giorni e ormai solidificato. In quel momento si è accorta della mia presenza. Mi ha vista in ginocchio accanto al cadavere di nonna. Ha schioccato la lingua con disgusto.
«Che fai?»
«Guardavo la morte».
«Non è niente, è come quando lasci del cibo fuori dal frigo. Si rapprende o si secca».
«Guardale gli occhi».
«Che spavento. Ho sempre voluto anch’io i suoi occhi celesti, ma adesso non più».
«Ha molte cicatrici».
«Spostati, che devo polverizzarla».
«Ora?»
«Vai nel patio. Ci sono delle piante morte che bisogna estirpare. Non capisco perché la vecchia ha lasciato morire le piante. Pensavo che curare le piante fosse una cosa da vecchie».
Me ne stavo andando quando madre mi ha fermato.
«Irma, provi qualcosa?»
Ho fatto no con la testa.
Non provavo niente.
Madre mi aveva insegnato perfettamente la mancanza di empatia, e in più quel cadavere apparteneva a una vecchia a caso. Una vecchia che era mia nonna solo per un capriccio storico.
Quando era morto padre, avevo avuto un principio di incomprensione. Con madre l’avevamo chiamato così. Non sapevo che succedeva né cosa sarebbe successo. Madre invece aveva avuto un breve attacco di entusiasmo, l’aveva chiamato così, seguito da un certo stato di liberazione che le era passato subito. Più tardi ho capito che padre non era stato la migliore scelta di madre, ma era il momento di decidersi per un compagno e lo spirito di ribellione di madre era una macchinina telecomandata che viaggiava per vie alternative dentro di lei. Non era una rivoluzionaria. Era solo una nostalgica dell’epoca della barbarie che si era adattata al nuovo ordine. Comunque, non mi aveva fatto il lavaggio del cervello. Preferiva non rispondere alle mie domande, non scendere nei particolari. Sapeva che l’unico modo per sopravvivere era la cieca obbedienza.
Qui, ora, nessuno piange.
In questo ci siamo trasformati come società. Ciò che una decina di anni fa poteva considerarsi una piaga sociale, oggi è un vantaggio rispetto al resto del mondo. Non provare grandi emozioni, se non per la curiosità e l’istinto di sopravvivenza, è meraviglioso.
(continua in libreria…)
Scopri le nostre Newsletter
Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it