Nel libro “Il profumo degli dèi”, di cui proponiamo un estratto, Silvia Ferrara e Laura Bellinato percorrono un viaggio nel mondo dell’antica civiltà micenea, in cui fragranze di varia natura erano considerate segno di potere e di bellezza. Attraverso città come Cnosso e Micene conosciamo il quadro di una società raffinata, popolata da continui scambi commerciali e caratterizzata da grandi competenze sensoriali. Da questo studio, in collaborazione con il Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica (FICLIT) e il Dipartimento di Advanced Cosmetics dell’Università di Bologna, è nato il Profumo di Arianna, creato a partire dagli ingredienti riportati su una tavoletta di 3500 anni fa…

Sulle antiche civiltà greche si è sempre detto molto: fin dalle pagine dei libri di scuola conosciamo le numerose usanze che le caratterizzavano, come simposi, giochi olimpici, feste in onore degli dèi… Ma come vivevano queste popolazioni i dettagli nascosti, eppure per loro fondamentali, della quotidianità?

Silvia Ferrara e Laura Bellinato, nel nuovo volume Il profumo degli dèi, edito da Il Mulino, ci raccontano uno di questi aspetti curiosi: quello delle fragranze.

Ferrara è una filologa specializzata nelle antiche scritture egee ancora indecifrate (come la Lineare A e il Geroglifico cretese) ed è oggi docente ordinaria di Civiltà egee all’Università di Bologna; Bellinato, che ha conseguito la Laurea Magistrale in Filologia, Letteratura e Tradizione Classica con una tesi sull’industria del Profumo Micenea, è ricercatrice in Filologia egea nel medesimo ateneo.

La ricostruzione storica di questo costume parte da alcuni segni scritti in Lineare B, uno dei sistemi di scrittura dell’età del Bronzo, rinvenuti su una tavoletta d’argilla risalente a circa 3500 anni fa: liste scarne che riportano semplici ingredienti come olio, coriandolo, rosa, salvia, miele e vino, custodi di segreti di un’essenza antichissima.

Copertina di "Il profumo degli dèi - Ferrara e Bellinato

 

Questo lavoro di ricostruzione è stato tutt’altro che semplice: inizialmente orientate verso la sola stesura di un testo, le autrici hanno poi deciso di uscire dalla zona di comfort e fare un passo in più. È nata, così, l’idea di ricreare davvero questo profumo: “Ma se non ci limitassimo a interpretare? Se portassimo di nuovo in vita questi profumi? Se facessimo lo splendido passo verso una cosa mai fatta prima? Questi profumi sulla carta, o sull’argilla, non sanno di nulla. Noi volevamo annusarli. Ritornare lì.”

Così, grazie a una collaborazione tra le due autrici, il Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica (FICLIT) e il Dipartimento di Advanced Cosmetics dell’Università di Bologna, è stato possibile ricostruire la ricetta originaria del profumo. Le formulazioni sono state adattate alle normative cosmetiche UE ed è stata completata con successo la prima fase di scaling-up tecnico, dando ufficialmente vita al Profumo di Arianna, reso quindi pronto per la vendita sia in Italia sia all’estero.

La memoria olfattiva è fortissima in ognuno di noi: basta un odore specifico per riportarci con la mente a un momento preciso della nostra vita. E quando si è giunti al profumo originario, l’immaginazione ha potuto spingersi fin là, tra le antiche civiltà mediterranee. È il frutto esclusivo di un lavoro filologico e archeologico, e appartiene a una categoria del tutto nuova: l’archeologia olfattiva.

Scopriamo così che il profumo, per gli antichi greci, non era un dettaglio superficiale, ma un elemento essenziale della persona. Parte del fiorente commercio miceneo si basava proprio sulle fragranze: esse erano materia preziosa, rituale quotidiano, segno di potere e di bellezza. E grazie a questa ricerca, oggi possiamo non solo conoscere i segreti dei profumi degli antichi greci, ma anche indossarli.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Il profumo miceneo comincia così: olio d’oliva, primo su tutti, rotondo, opaco, giallo oro. È proprio la sua densità che trattiene il profumo. Sa di mani che hanno raccolto, di frutti schiacciati, di luce imprigionata nel verde della sua base.

Poi c’è la rosa in duello con la salvia, ma queste arrivano al naso in ritardo. Le sue note di testa sono tutte oleose. Sono l’inizio del racconto, il momento in cui qualcosa nell’aria si muove, come se fosse un’onda breve, un sentore di macchia mediterranea, i suoi rovi e le sue bacche. La vegetazione a Creta, come nei pressi del palazzo di Pilo, in Messenia, è verdissima e satura. Da questi colori, da questo primo contatto insieme mentale e sensoriale, nasce tutto; da
questo momento nasce una storia.

Il profumo di tremilacinquecento anni fa non ha nulla a che vedere con i profumi moderni, costruiti sulla base dell’alcol, che evapora e scompare. Questo profumo non ha niente di etereo. Ci ricorda, a ogni passo, che pestiamo un terreno vecchio, pieno di radici, profondo. L’olio d’oliva fa da àncora, e determina il ritmo, la gravità, il peso di questo liquido. Perché questo profumo non è solo antico, è anche pesante. Questo è il suo segreto: il profumo deve aderire alla pelle, al tessuto, alle statue. Deve durare, rimanere appiccicato, e non deve evaporare.

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Nella profumeria contemporanea, le note di testa sono ciò che accade prima che il profumo diventi riconoscibile, prima che possa essere nominato o attribuito a una sostanza precisa. Nel lessico tecnico si dice che «aprono», ma in realtà non aprono nulla: sono così volatili, così anti-memoria, queste note, che già ci parlano della loro fine, di come si disperderanno allo stesso modo di una promessa non mantenuta. Nell’olio profumato miceneo le note di testa, invece di salire, scendono.

Micene civiltà micenea

L’antica Micene

Penetrano la terra, si sporcano. Le prime note sono l’esatto opposto di una fuga. È qui che avviene lo scarto più profondo tra allora e oggi, l’incastro della fragranza dentro la materia oleosa. Chiamare «note di testa» quelle di un profumo miceneo significa usare una lingua moderna per descrivere un’esperienza antica. E questo non funziona.

Il profumo miceneo è, in gran parte, fatto di olio purissimo. Anche oggi i greci hanno un rapporto speciale con le loro olive: le sfregano tra loro, le osservano, rispettano i loro tempi, le annusano, le espongono a un’essiccazione lenta. Ai tempi dei micenei non doveva essere diverso. File di ulivi ordinati su pendii aridi, il movimento continuo del vento, dell’aria e del calore, ne concentrano i composti aromatici, e danno l’odore e il sapore verde, amaro, a tratti quasi metallico.

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Come vedremo nei prossimi capitoli, l’olio profumato ungeva i corpi delle regine e dei re, addolciva la pelle dei vivi e preparava quella dei morti. Profumava i templi, mescolato a resine e fiori, e scivolava sulle statue come una seconda pelle. Parte tutto da queste olive coltivate da almeno seimila anni, da quando l’olivo era presente nel paesaggio, ma non dominava ancora. Poi la svolta, che avviene lentamente, alla fine del terzo millennio a.C., quando la produzione diventa più regolare e la conservazione più efficiente. È in questa continuità che si prepara il successo dell’olio nei palazzi minoici di Creta quattromila anni fa.

E poi con i micenei, quando la produzione diventa un’industria vera e propria, di scala. Contenitori, residui, tavolette con testi di lineare B ci parlano indirettamente di questa storia di successo, delle quantità di olio prodotte dai palazzi e destinate al deposito o all’esportazione, dei grandi pithoi con i residui oleosi appiccicati come patine testarde, linee scure sul fondo. Sembra un mondo perduto, e un’impresa senza senso ricostruirlo. Impossibile da carpire con le nostre narici moderne.

Eppure, per noi, questa storia impossibile è diventata un’ossessione di mesi, e poi di anni. Ricreare oggi un profumo di questo tipo non è stata un’operazione nostalgica, o un azzardo commerciale. L’azzardo è stato solo scientifico: un esperimento alchemico che ha messo in crisi le aspettative dell’industria dei profumi moderna, che ci ha fatto inciampare in mezzo alle letture incerte sulle tavolette di lineare B, con le loro liste di ingredienti che sembrano fuori posto. È stato un lavoro che ci ha costrette a ripensare che cosa significhi davvero l’inizio di un profumo. Soprattutto se la base di partenza, le note di testa, si reggono su un olio denso e torbido come miele, opaco come oro antico, ancora da decifrare.

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