No, non c’è spazio per il professor Keating e “L’attimo fuggente” nella selezione preparata per ilLibraio.it dalla scrittrice e insegnante Giusi Marchetta. La scelta è caduta su film che non lasceranno molto sereni, ma forse potrebbe contribuire ad allargare l’orizzonte di quello che intendiamo quando parliamo di “storie di scuola”. Del resto, la rappresentazione della vita in classe al cinema “ha esaurito gli stereotipi sul professore/professoressa che, a dispetto di un sistema povero di risorse (nel migliore dei casi) e/o corrotto e deleterio (nel peggiore), riesce a salvare un o più studenti da un destino già segnato…”. Da “La classe” a “La sala professori”, passando per “Class enemy” (Razredni sovražnik) e “Una spiegazione per tutto” (Magyarázat mindenre), per arrivare a “Lesson lernead” (Fekete pont), “L’ultima ora” (L’Heure de la sortie) e il documentario italiano “Basileus, la scuola dei re”, una lista di pellicole che offrono una rappresentazione della scuola che evita di lasciarci fermi nelle nostre convinzioni…

La rappresentazione della scuola al cinema ha esaurito nel tempo gli stereotipi sul professore/professoressa che, a dispetto di un sistema povero di risorse (nel migliore dei casi) e/o corrotto e deleterio (nel peggiore), riesce a salvare uno o più studenti da un destino già segnato.

Negli ultimi anni la complessità del mestiere di insegnante e le sfide che impone l’insegnamento sono state oggetto di una riflessione a volte spiazzante, ma di sicuro più interessante soprattutto per chi ha un’idea monolitica della scuola, ancora frutto di ricordi della sua giovinezza, o per noi docenti che rinunceremmo a una celebrazione sullo schermo in più in cambio di una reale attenzione del Paese per i problemi che ogni giorno siamo chiamati ad affrontare.

film l'attimo fuggente

Nuovi film oltre gli stereotipi sulla scuola e sugli adolescenti

Se la nostra prima preoccupazione è ovviamente di tipo pedagogico e didattico (che modello didattico ed educativo mettere in atto nel mondo contemporaneo?) dall’altro non è possibile considerare l’universo scolastico come se fosse disgiunto dal contesto: in classe si manifestano solo i sintomi dalle disuguaglianze sociali, di un’educazione e un’abitudine alla violenza di genere, di un progressivo isolamento sociale o di un malessere che il più delle volte sfocia nell’autolesionismo. Il fatto che la società di tutto questo disagio sommerso veda solo il coltello che si usa per uccidere il compagno è molto triste. Che la politica pensi di risolvere limitandosi a bandire il coltello è inaccettabile.

Alcuni film consigliati (che non lasceranno molto sereni chi li vede, ma…)

Rimanendo nell’ambito delle riflessioni che possiamo fare su questo ambito così difficile mi permetto di dare qualche consiglio di visione per film che non lasceranno molto sereni chi li vede ma forse potrebbe contribuire ad allargare l’orizzonte di quello che intendiamo quando parliamo di “storie di scuola”.  Non si tratta dei migliori esempi di film sul tema che sono stati prodotti ultimamente, ma penso che messi insieme possano offrire uno sguardo interessante sugli aspetti centrali e più appuntiti del nostro stare in classe.

La classe (Entre le mures) di Laurent Cantet (2008)

Tratto dal romanzo omonimo di François Bégaudeau e girato come se fosse un documentario (non lo è), La classe racconta il lavoro di un docente di lettere in una scuola media delle banlieue parigine con tutte le difficoltà che di solito vengono bollate come povertà educative e che raccontano un disagio sociale diffuso e l’incapacità della scuola, anche quando si hanno le migliori intenzioni e si lavora moltissimo, di dare un’opportunità reale a ragazzi e ragazze. Il professore protagonista appartiene alla tradizione della “sinistra patetica” di Starnone e ce la mette tutta ma sbaglia, cade, termina l’anno senza essere promosso. Succede. Ed è bello che sia raccontato.

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La sala professori (Das Lehrerzimmer) di İlker Çatak (2023)

La sala professori (Das Lehrerzimmer) di İlker Çatak

Nella Germania di oggi, Carla, una professoressa ben intenzionata, figlia di una scuola comprensiva, moderna, accogliente, nel momento in cui fa valere un proprio diritto finisce per mettersi contro studenti e colleghi. Tutto parte da una sciocchezza: un piccolo furto in sala professori. Il problema è che a causa della denuncia di Carla, la madre di un alunno viene accusata del furto e perde il lavoro. La violenza con cui la scuola reprime ogni tentativo degli studenti e dell’alunno stesso di manifestare dissenso e dolore per quello che è accaduto travolge l’insegnante in un modo che è difficile da osservare senza provare un’amara empatia nei suoi confronti. A rendere il film interessante, però, è il finale che lascia al centro solo il ragazzo vittima di quello che è accaduto e una scuola che rinuncia ad essere scuola.

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Class enemy (Razredni sovražnik) di Rok Biček (2013)

Stavolta la lezione è ambientata in Slovenia: Zupan, un professore di tedesco molto severo, arriva a sostituire la professoressa in maternità e la classe non prende bene i suoi modi arcigni e la mancanza di comunicazione. A precipitare le cose è però il suicidio di una studente, Sabina, che porta la classe a una feroce protesta contro il docente che viene ritenuto indirettamente responsabile e in generale la scuola. Il confine tra quello che è giusto chiedere e la persecuzione si assottiglia, ma nessuno è innocente in questo affresco piccolo e un po’ plumbeo, a tratti opprimente, di una scuola inerme davanti a un gesto che ci riconduce a una guerra che si combatte in adolescenza e che forse ci accompagna anche da adulti.

Una spiegazione per tutto (Magyarázat mindenre) di Gábor Reisz (2023)

Una spiegazione per tutto (Magyarázat mindenre) di Gábor Reisz

Altro scontro tra docente e studente nell’Ungheria di Orbàn: al momento dell’esame di stato, un docente di Storia boccia un alunno che fa scena muta per evidente impreparazione. Il ragazzo, che viene da una famiglia nazionalista, dichiara di essere invece stato vittima delle convinzioni socialiste del professore che ha voluto punire così la spilletta col tricolore spavaldamente indossata dallo studente al momento della prova. Come spesso accade nella realtà, una notizia locale diventa nel giro di pochissimo di interesse nazionale a causa dell’intervento di una giornalista che ha cuore la carriera più che la verità. Si tratta di una pellicola dall’impatto altalenante ma ha un merito: ricorda che la scuola non esiste in un universo parallelo ma nel nostro mondo, con le sue leggi, gli ideali politici che guidano un Paese, la Storia con la esse maiuscola. Il tema è così alto che il regista quasi cerca di sfuggire alla fine, ma tanto il dado è tratto e tanto l’ultima parola su questo argomento non sarà mai scritta.

Lesson lernead (Fekete pont) di Bálint Szimler (2024)

Lesson lernead, (Fekete pont) di Bálint Szimler

Il più recente e il più classico della mia lista per quanto riguarda la trama: con grande apprensione per le sorti del suo anno scolastico (e della sua vita) seguiamo il giovanissimo Palkò costretto a trasferirsi con la mamma dalla Germania all’Ungheria di Orbàn. Non si può dire che la scuola lo accolga: tra burocrazia, diffidenza per l’immigrato, una didattica antidiluviana, un edificio che va in pezzi, l’istituzione e tutti quelli che contiene trattano il bambino come un fastidio che non si può più neanche fingere di sopportare. L’unica a dare un’immagine diversa di questo disastro pedagogico (e politico) è Juci, una giovane supplente che cerca disperatamente di dare vita a un altro modello educativo, ispirato a una pedagogia della cura in funzione della crescita degli studenti e nella formazione di cittadini e cittadine capaci di accogliere e non solo di obbedire, escludere, perseguitare. Il film è classico nell’affidare all’insegnante un ruolo simile a quello del maestro di Starnone: ben intenzionata, quasi eroica, destinata alla sconfitta. A rendere la pellicola più interessante però è la regia (particolare nella scelta delle inquadrature, nella scenografia realistica e al tempo stesso evocativa) e il fatto che sia un prodotto indipendente: in una contemporaneità in cui il cinema sembra sempre più un prodotto dei finanziamenti pubblici, questo piccolo manifesto antigovernativo si tiene in piedi da sé e offre una metafora sentita e sfrontata dell’Ungheria di oggi. L’immagine della finestra che crolla nel cortile già visibile nel trailer sembra davvero l’unico modo onesto per raccontare a chi guarda certe mattine di scuola.

ragazzi scuola

L’ultima ora (L’Heure de la sortie) di Sébastien Marnier (2018)

È di qualche anno fa questo film dal bellissimo titolo che inserisco in questa breve rassegna come una sorta di bonus track. Questo perché più che un film sulla scuola in sé può essere considerato un racconto surreale sulle cose che decidiamo di insegnare nelle nostre classi alla luce di quello che sta accadendo nel mondo. Il professore protagonista è un supplente chiamato a sostituire un collega che si è suicidato mentre faceva lezione. Nonostante l’orrore insito nella premessa, il lavoro sembra promettente perché la classe è composta solo dalle cosiddette eccellenze: ragazzi e ragazze ricchi, privilegiati, studiosi e con voti altissimi. Tra un episodio inquietante e un altro, il professore si renderà conto però che sotto la superficie borghese e gli sguardi neutri, questi studenti nascondono un piano ben preciso (per quanto assurdo) e metteranno in atto un insieme di comportamenti in apparenza inspiegabili e pericolosi per la loro vita capaci di portare lui al crollo mentale ma che nelle loro intenzioni sarebbero necessari per salvarli da un mondo che va alla deriva. Con la sua bizzarria L’ultima ora ci interroga quindi sugli strumenti che stiamo dando alle nuove generazioni per affrontare i mali da cui si vedono circondati: la crisi climatica, la guerra, la possibilità che tutto crolli non solo nel presente ma soprattutto nel loro futuro.

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Una rappresentazione della scuola che evita di lasciarci fermi nelle nostre convinzioni

La lista potrebbe essere più lunga, ma mi sembra che queste storie bastino per offrire qualcosa di molto importante a chi guarda: una rappresentazione della scuola che evita di lasciarci fermi nelle nostre convinzioni. Non c’è spazio per il professor Keating in queste classi: questi film ci mostrano il modo opprimente in cui l’istituzione soffoca gli esperimenti individuali di una didattica più consapevole, il disagio in cui si muovono gli studenti, la gravità di apprendimenti che si basano ancora su un’idea trasmissiva del sapere e non offrono né risposte né strumenti per affrontare il reale, la fragilità delle nostre competenze davanti all’enormità delle questioni sociali che compongono il tessuto scolastico. Soprattutto mi sembra che al centro mettano sempre la relazione tra docente e studenti rappresentandola come una relazione tra persone, cosa non scontata per chi scrive le Indicazioni nazionali della scuola e considera il “Magister” un’autorità assoluta (oltre che maschile e da scrivere con la lettera maiuscola).

L’altra parola che tiene insieme queste narrazioni senza essere mai pronunciata è democrazia. Il dramma di una scuola che va in pezzi (e permette che vadano in pezzi studenti e docenti) è possibile perché la scuola non è realmente democratica, né lo è il contesto in cui si forma.

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Nessuna delle storie che ho citato ci lascia soddisfatti, sereni o particolarmente speranzosi. Basta rinunciare alla retorica del docente white saviour (nel nostro caso non solo bianco, ma di una borghesia più ricca, fortunata, colta di chi abita le sue classi) e improvvisamente tutto crolla: non si salvano nemmeno quel paio di studenti che nelle pellicole di successo invece vediamo fiorire nell’arco di pochi mesi di lezione.

Per un confronto diverso, meno ipocrita e più efficace

Forse siamo pronti ad affrontare le responsabilità di una scuola che continua a “guarire i sani e respingere i malati”, che chiede di farsi riferimento di una generazione che come sostiene lo psicologo Matteo Lancini da tempo cerca con l’adulto e l’istituzione un confronto diverso, meno ipocrita e più efficace.

Non ci sono film italiani perché…

È forse questo il motivo per cui maestri e presidi di film e di serie tv nostrane non possono rientrare in una lista di (miei) suggerimenti sul mondo della scuola. Mi sembra che in questi prodotti si continui a cercare il singolo che risolve il problema di un altrettanto singolo studente senza cambiare il sistema, che si rimetta in piedi una scuola in un contesto che consideriamo degradato, senza interrogarci mai davvero su quel contesto, le sue origini, le sue esigenze. E noi spettatori vi cerchiamo ancora il docente che avremmo voluto, senza chiederci nulla della sua formazione, del suo lavoro, della sua salute mentale. Applaudiremo alla fine se ce la farà; saremo un po’ inquietati dal suo fallimento se fallirà ma comunque lo avremo, in fondo, previsto.

Con un’eccezione…

Basileus, la scuola dei re di Alessandro Marinelli

Anche questo alzare le spalle, però, non è concesso da queste pellicole: ogni storia rappresenta una chiamata alla responsabilità del Paese e in particolare a chi di scuola si occupa.

Per questo il titolo italiano che inserirei per chiudere bene l’elenco è un documentario del 2017. Basileus, la scuola dei re di Alessandro Marinelli è ambientato in una scuola media nel quartiere San Basilio di Roma, un contesto difficile in cui insegnanti e studenti vengono ripresi incessantemente: tra una lezione di musica a quella di matematica, una nota disciplinare a una parola incoraggiante dei docenti di sostegno, quella che si anima sullo schermo è la vita vera in una scuola ancora più vera. Una scuola in cui si arriva assonnati o non si arriva affatto, in cui ci si azzuffa e si scappa dall’aula, in cui si legge Kafka e si ascolta Mozart, ma senza che nessuno dei due possa o voglia coprire la voce di Christian, Aurora e di tutti gli altri che si raccontano senza saperlo confidando emozioni e segreti personali, pregiudizi ereditati dai genitori e tanta voglia incompresa di avere un posto in cui si può sbagliare, stare al sicuro e imparare a coniugare i verbi al futuro.

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