"Non superare le dosi consigliate", il nuovo libro di Costanza Rizzacasa d'Orsogna, segue le vicende della vita di Matilde, la protagonista, come figlia, sorella, fidanzata, giornalista e come persona con disturbi alimentari non altrimenti specificati. Una riflessione sul perfezionismo, l'autolesionismo, la menzogna e le dipendenze, di cui siamo tutti in parte colpevoli - L'approfondimento

Fat shaming. Body shaming. Binge eating. Grassofobia. Bullismo. Siamo tutti un po’ colpevoli, dovremmo farci un esame di coscienza. I disturbi del comportamento alimentare, come scrive la Società Italiana di psicopatologia dell’Alimentazione, sono classificati in anoressia nervosa, bulimia nervosadisturbo da alimentazione incontrollata e altri disturbi alimentari non altrimenti specificati. Altri.

“Il binge eating disorder, l’alimentazione incontrollata, è il disturbo alimentare più diffuso negli Stati Uniti. Si stima che ne soffra il tre percento degli adulti, il triplo di anoressia e bulimia insieme”.

La classificazione internazionale dei disturbi del sonno riconosce novanta tipologie diverse del problema. Solo quelli legati all’ansia e all’umore sono più di dieci, da cui si diramano per ognuno altrettante sottocategorie. I rapporti non sono molto diversi da un disturbo all’altro, eppure non c’è ancora una classificazione precisa legata all’obesità.

E se non esiste nemmeno a livello medico, come può esserci una sensibilità a livello sociale? Pensiamo di essere brave persone utilizzando termini come curvyformosimorbidi, ci sentiamo meglio con noi stessi quando pensiamo “lo faccio per il suo bene“. Ma può bastare?

Per chi è vulnerabile basta poco per sentirsi additato, segnato, escluso, anche solo con uno sguardo particolare. Come quello che lanciamo al signore grasso di fianco a noi sull’aereo. O quell’occhiata lanciata alla ragazza obesa dalla maglietta troppo stretta. E quell’uomo, che in banca si è avvicinato a Matilde, indicando un’altra donna, e dicendole “Vede? Quella è mia moglie: prima era obesa, poi si è operata. Perché non lo fa anche lei?“.

Matilde ha cominciato a ingrassare quando aveva sei anni, ed è affamata da sempre. Ama il pane, le brioscine, le patate. E prende il Dulcolax da una vita, da quando sua madre le faceva trovare due compresse a cena, fino a quando, a sedici anni, non ha iniziato a comprarselo da sola. Due pastiglie, poi quattro, poi otto, ora il blister intero. Proprio come faceva sua madre da giovane.

“Non c’è un problema che un farmaco non curi, mamma lo dice sempre. A casa nostra non si parla, si prendono medicine. Così lei mi dà il Dulcolax ogni sera perché sono una bambina grassa. Due compresse, quattro, otto. E io non so che legame ci sia tra il Dulcolax e una bambina grassa, visto che non dimagrisco…”

La storia di Matilde, protagonista di Non superare le dosi consigliate (Guanda) di Costanza Rizzacasa d’Orsogna (nella foto di Giliola Chistè, ndr), è il racconto della sua vita come figlia, sorella, fidanzata, giornalista e come persona con “disturbi alimentari non altrimenti specificati”. La bulimia della madre prima, la sua anoressia durante l’adolescenza, il vomito incoercibile, e infine l’obesità, i centotrenta chili che si uniscono ai tre anni chiusa in casa. Non esce, perché quando lo fa c’è sempre qualcuno che la guarda con disprezzo, che si permette di dire la sua, che la schernisce.

La grassofobia è la stigmatizzazione delle persone obese, è lo sbaglio che compiono molte persone magre – o più magre di qualcun altro? – ogni giorno, pensando di lottare contro l’obesità, invece stanno solo andando contro le persone obese. Chi sostiene di voler aiutare a guarire dal peso eccessivo, magari consigliando di mangiare meno o di fare attività fisica, non ha realmente idea di cosa sia l’obesità e le sofferenze che provoca.

“Essere obeso è, in un certo senso, come essere ammalato oppure vecchio: ti rendi conto di cosa significa realmente quando grasso ci diventi, proprio come quando all’improvviso ti ammali, oppure capisci di essere diventato ineluttabilmente anziano”, ha scritto Elisabetta Ambrosi su IlFattoQuotidiano.it, ed è esattamente ciò che pensa Matilde quando ritorna con la mente ai suoi momenti giovanili in cui ingrassava un po’ e, guardando le persone molto grasse si diceva: “Non sarò mai così“. Ma la realtà è che non si è mai sentita magra, nemmeno quando era anoressica, perché “c’è un peso che non si può perdere, anche quando l’hai perso tutto“.

È un peso che ti mettono addosso gli altri – la madre, il padre, le sue compagne, gli uomini – perché non ti vedono normale. Ma che cosa vuol dire normale? In sociologia il termine deviante sta a indicare tutto ciò che non è normale, atti e comportamenti che violano le norme, gli usi e i costumi e le abitudini di una qualsiasi collettività. In un gruppo di cannibali, noi verremmo considerati individui devianti. Queste persone vanno incontro a sanzioni, disapprovazione, condanne, discriminazioni per non essere “normali”. Proprio come coloro che sono obesi. Howard S. Becker, il sociologo che ha definito, tra le altre cose, la teoria dell’etichettamento, sostiene che una qualsiasi persona considerata deviata verrà etichettata come tale dalla società: da qui, la mancata accettazione, l’isolamento, la diffidenza, scatenerebbero un processo che trasforma l’individuo deviante in un criminale per autoconvincimento. O in un obeso che ha un peso che non può più perdere, anche se lo perde tutto.

Il libro di Costanza Rizzacasa d’Orsogna, laureata in scrittura creativa alla Columbia University e autrice della favola Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare (Guanda), vortica tra perfezionismo, autolesionismo, menzogna e dipendenze. Prosegue il dialogo lanciato con AnyBody – Ogni corpo vale, la rubrica su 7, il supplemento del Corriere della Sera, che l’autrice ha iniziato dopo aver raccontato il complicato rapporto col suo corpo. Rizzacasa d’Orsogna, tra l’altro, è anche autrice di un podcast a tema: Storia della mia grassezza (Corriere della Sera-Storytel).

Ogni corpo vale. E il primo passo per la lotta contro l’obesità non è far mangiare di meno le persone, è capire perché continuano a farlo. Non ci deve essere biasimo, né accettazione, solo aiuto consapevole. Matilde è stata molestata quattro volte, si appoggia economicamente al padre da sempre, ha perso la madre che venerava e da cui ha cercato approvazione per tutta la vita, ha avuto per sette anni una relazione violenta, si sente invisibile e vecchia. Ma “ce l’ha fatta”. E farcela non significa diventare magri, bensì arrivare alla propria rivalsa. Contro ogni previsione, è proprio il social delle apparenze Instagram a regalarle speranza. Una speranza che nasce da una bugia, ma arriva a cambiare la vita.

Non superare le dosi consigliate è l’ultimo atto dell’impegno dell’autrice contro la disinformazione legata ai disturbi alimentari; contro tutti coloro che nascondono i grassi dalla vista del mondo – grandi e piccoli schermi, letteratura, per citarne alcuni – o che tralasciano il problema medico; e ancora, contro tutti noi, che oggi senza accorgercene abbiamo costretto una persona in più a non uscire di casa domani.

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