Quando Jim Gystad, produttore discografico disilluso, sente suonare il trio Thorsen, capisce di aver finalmente ritrovato uno scopo: "Norwegian Blues" di Levi Henriksen è un libro sul potere che la musica ha su di noi - Su ilLibraio.it un capitolo

Norwegian Blues (Iperborea, traduzione di Giovanna Paterniti) di Levi Henriksen, scrittore, giornalista, paroliere e musicista rock norvegese, è un romanzo che racconta la magia della musica e l’imprevedibilità della vita.

Protagonista di Norwegian Blues è Jim Gystad un produttore discografico esperto di blues e un quarantenne deluso dal mondo e dalle persone, la cui esistenza ha una svolta inaspettata quando, barcollando in preda ai postumi di una sbornia epocale, varca la soglia della chiesa di Vinger per fare da padrino al battesimo del figlio di un amico. Sentir cantare i tre fratelli ottuagenari Maria, Tulla e Timoteus Thorsen è un’esperienza divina, un’epifania che lo fa sentire “vivo” con la stessa intensità di “chi è appena strisciato fuori dalla carcassa di un’automobile incidentata”.

L’idea di lanciare sul mercato il Trio Thorsen diventa da subito un’ossessione, un chiodo fisso che incarna la volontà di Jim di scrollarsi di dosso quell’apatia, quell’insoddisfazione umana e professionale che a poco a poco avevano finito per soffocarlo: a Maria dirà “Non sono più stato me stesso dopo avervi sentito cantare”. Scoperto il tempo lontano in cui il Trio Thorsen aveva girato gli Stati Uniti in tour vendendo centinaia di migliaia di dischi con incredibili hit dal sapore spirituale, l’intraprendente produttore si trasferisce a Skogli in una casa in affitto che dà sul fiume e un lavoro part-time da elettricista che gli lascia tempo ed energie per investire nel suo progetto musicale.

Il Trio Thorsen è chiuso, bizzarro, enigmatico, incatenato a un passato e a un’immobilità misteriosa, ma tra imprevisti che sfiorano il comico, scherzi di un destino spietato e beffardo e un umorismo travolgente, Jim Gystad riuscirà a guadagnarsi la fiducia dei talentuosi vecchietti e a far breccia nei dolori del loro passato. D’ora in poi la vita di Jim ruoterà attorno a una sola cosa: far tornare i fratelli Thorson a cantare il loro “Norwegian blues”.

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Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo su ilLibraio.it un estratto del libro:

La prima volta che vidi i fratelli Thorsen fu in chiesa a Kongsvinger. Mi trovavo lì per fare da padrino a un battesimo, e raramente avevo avuto un peggior faccia a faccia con una domenica mattina. La sera prima era finita in un disastro totale. Un gruppo di musicisti locali – che a detta del padre del battezzando avevano fatto più di qualunque altra band norvegese per modernizzare il blues – aveva tenuto un concerto privato. Ma come produttore discografico ho un palato un po’ più esigente degli avventori mezzo sbronzi dei pub, e quel tentativo di servire roots music in veste nuova mi aveva solo spinto a cominciare a bere. E, ancor peggio, a continuare, io che non ho mai retto i distillati bruni. Quando la domenica mattina avevo disseppellito la mia faccia dal vapore sullo specchio del bagno, mi era parso altamente improbabile riuscire a recuperare un decoro sufficiente per presentarmi davanti a un fonte battesimale, senza contare che avrei dovuto sostenere lo sguardo del pastore il tempo necessario a pronunciare il nome Hubert senza farlo suonare come uno scongiuro.
Cercai di farmi forza visualizzando il volto del defunto chitarrista di Howlin’ Wolf, in onore del quale il battezzando avrebbe ricevuto il nome, ma tutto quello che riuscii a rievocare fu un gorgo nero che risucchiava tutto il mondo. Mi ci vollero due caraffe di caffè per rimettermi in piedi e trascinarmi in chiesa, ma già all’altezza della penultima panca dovetti far cenno al resto della comitiva che avevo bisogno di sedermi un attimo prima di raggiungere le file riservate a padrini, madrine e genitori.
Non sono mai stato particolarmente credente, ma mentre me ne stavo seduto lì in fondo, nel tempio di Dio, non potei fare a meno di ripensare a una storia della Bibbia che mio nonno amava raccontare: quella di san Paolo che cadde a terra sulla via di Damasco e dovette diventare cieco per riuscire a vedere. Quando mi precipitai fuori dalla chiesa e passai sopra a una discreta serie di tombe nel tentativo di raggiungere il bagno prima che la catastrofe diventasse realtà, feci appena in tempo a domandarmi se anch’io non fossi stato messo alla prova come lui, poi spalancai la porta del gabinetto e mi gettai in ginocchio davanti alla porcellana.
Tornato in chiesa mi sforzai di barcollare il meno possibile, mi lasciai cadere all’estremità di uno dei primi banchi e cercai di non respirare in faccia agli altri, mentre la nuova moglie del mio vecchio migliore amico assottigliava eloquentemente gli occhi. Raddrizzai la schiena e tentai di contrarre gli addominali, ma la forza di gravità mi strattonava come mai prima. Il sudore mi bruciava negli occhi e un brivido gelido lungo la colonna vertebrale, come se la Morte la percorresse su e giù con l’indice, spingeva il cuore a pompare a doppio ritmo.
C’erano tre bambini ad attendere il sacramento e la chiesa era quasi piena. Hubert Malling sarebbe stato l’ultimo a bagnarsi in quelle due dita d’acqua davanti all’altare e io mi resi conto che non sarei mai stato in grado di arrivare alla fine della cerimonia. La navata della chiesa sembrava inclinarsi di lato, le tavole grezze del pavimento in legno erano invitanti come l’interno di una cassa da morto, ed ero ormai sul punto di capitolare quando i fratelli Thorsen mi salvarono. In seguito avrei ripensato alle loro voci come alla mano che ti afferra nell’istante in cui stai per sparire sott’acqua per la terza volta.
Non saprei spiegarlo diversamente: i Thorsen toccarono il mio cuore inaridito di produttore discografico come nessun’altra voce mai prima. All’inizio non osai voltarmi per paura di sollecitare il sudore e l’emicrania, ma quando partì la terza strofa, «Nessuna pena e nessuna gioia li priverà della mano del Signore», non potei fare a meno di girare la testa. Mi aspettavo di ritrovarmi ad ammirare la dentatura smagliante di una procace sirena del gospel, e dovetti guardare due volte prima di capire davvero chi fosse a cantare con quella intensità. L’uomo era al limite del pingue, i capelli sottili e candidi come il cotone idrofilo gli stavano incollati sulla sommità del cranio come i paralleli di un mappamondo. La donna più alta aveva una chioma corvina, e il fard rosso le accentuava a tal punto gli zigomi nel volto sottile da ricordarmi un uccello a becco lungo. L’altra donna nascondeva i capelli sotto un copricapo desueto, ma si capiva subito che un tempo parecchi uomini dovevano essere inciampati in cavalletti pubblicitari o andati a sbattere contro lampioni al suo passaggio.
Seduti spalla a spalla, tre file di banchi dietro di me e molto più a nord nella vita, c’era ben poco in quei tre cantanti così avanti negli anni che lasciasse intuire un antenato comune, ma le loro voci avevano lo stesso dna musicale e non potei fare a meno di stupirmi per la maestria che dimostravano. In chiesa ci saranno state forse duecento persone, di cui almeno la metà stava intonando il salmo, eppure distinguevo nitidamente le voci di quei tre, che pronunciavano ogni singola parola come fosse un frammento di vita che avevano vissuto in prima persona. Il loro canto aveva in sé qualcosa di imponderabile, una lunga linea di movimento che cancellava i contorni di tutto ciò che mi circondava. Che innalzava il mio fragile corpo dalla valle d’ombra della morte e mi colmava di umiltà. Quando arrivò il momento di prendere posto intorno al fonte battesimale mi sentivo vivo come immagino possa sentirsi solo chi è appena riuscito a trascinarsi fuori dalla carcassa di un’auto incidentata. Senza alcuna difficoltà pronunciai forte e chiaro il nome Hubert e le lacrime che spuntarono negli occhi del padre mi indussero a chinare il capo, come in soggezione nel trovarmi così vicino a qualcosa che nella vita di un’altra persona veniva percepito come pura, autentica felicità. Dopo che la pastora* ebbe sollevato Hubert davanti all’altare, in modo che l’intera comunità potesse dargli il benvenuto, tornammo a sederci e il sagrestano salmodiò qualche passo della Prima lettera di Pietro. Mi sentii invaso da una pace celestiale e feci in modo di sedermi il più scomodamente possibile per evitare che mi si chiudessero gli occhi. Dentro di me avevo già allungato la mano verso la prima Budweiser del rinfresco, e quando la pastora invitò tutti a unirsi nella preghiera del Signore, credetti per un istante che i tre cantanti avessero cominciato a parlare in altre lingue. Poi riconobbi il Padre Nostro, ma le loro parole suonavano ben diverse da quelle che uscivano da tutte le altre teste chine intorno a me.
“Che succede?” domandai a Malling facendo un cenno del capo all’indietro.
“Protestano contro la riscrittura del Padre Nostro, rifiutano la nuova versione in uso proprio da oggi”,** mi bisbigliò lui con lo sguardo fisso sul foglio che teneva in mano.
“Chi sono quei tre vecchi?”
“Sono tre fratelli. Vengono da un villaggio qui vicino. Hanno inciso parecchi dischi e sono stati anche piuttosto famosi nello scorso millennio.”
“Che genere di musica facevano?” chiesi sempre a bassa voce.
“Sono pentecostali. Canti cristiani”, rispose Malling per poi concentrarsi di nuovo sulla preghiera.
Quando mi voltai i tre si erano alzati in piedi e qualcosa nel loro aspetto mi rievocò una delle foto più emblematiche della storia del rock.
Fu scattata a Oakland, in California, nel 1970 e mostra l’accoglienza che il pubblico riservava ai Creedence Clearwater Revival all’apice della loro carriera. Il fotografo ha immortalato la marea umana dal fondo del palcoscenico. E in quella moltitudine di volti esaltati, braccia alzate e corpi pressati si distinguono tre ragazze. Svettano di parecchio al di sopra degli altri, probabilmente sono sedute sulle spalle di qualcuno, ma mi è sempre piaciuto credere che fosse la capacità di lasciarsi trasportare dalla musica a innalzarle e sostenerle. Anche se i Thorsen non scuotevano la testa febbrilmente, i loro volti ardevano della stessa passione. In compenso, se il John Fogerty della foto ha l’aria di essere del tutto a proprio agio nel suo ruolo e solleva il braccio sinistro come a impartire una benedizione sulla folla, la pastora di Kongsvinger sembrava piuttosto impacciata. Assistere al suo tentativo di guidare la comunità nella recita del nuovo Padre Nostro era come guardare una trasmissione tv con l’audio fuori sincrono: vedevo muoversi le sue labbra, ma quelle che sentivo erano le voci dei tre Thorsen.
Terminata la cerimonia ci disponemmo davanti all’altare per una foto ricordo, ma il mio sguardo era inesorabilmente attirato dai tre cantanti che in quel momento stavano uscendo di scena.
Notai con sorpresa che da lontano sembravano molto più vecchi e che l’uomo camminava con un deambulatore. Ma poi riconobbi l’atteggiamento di un complesso rock abituato a lasciare il palco con una coreografia di movimenti ben rodata: in testa il leader della band e dietro gli altri, in diagonale, perfettamente sincronizzati.
Stavo per fare qualche altra domanda a Malling sul loro conto quando i flash cominciarono a crepitare tutt’intorno, e passai i minuti successivi a sfoggiare il mio miglior sorriso da popstar. Mentre uscivamo dalla chiesa mi trovai accanto alla pastora. La ringraziai per la bella predica e le chiesi chi fossero quei tre che cantavano così meravigliosamente.
“Maria, Timoteus e Tulla Thorsen”, mi rispose.
“Davvero carismatici”, dissi sforzandomi di non tradire la mia impazienza, perché volevo riuscire a dare un’ultima occhiata al trio prima che scomparisse.
“Hanno sempre fatto questo effetto sulla gente.”
“Quindi li conosce?”
Lei si strinse nelle spalle.
“Direi piuttosto che so bene chi sono.”
“Non credevo che i pentecostali andassero a messa”, dissi.
“La loro chiesa è stata distrutta da un incendio. Anche se in effetti non saprei dire se ci andassero regolarmente… Ho sentito che già prima avevano l’abitudine di frequentare altre comunità religiose della città.”
“Perché?” chiesi.
La pastora si strinse di nuovo nelle spalle.
“Forse perché hanno le idee molto chiare su come andrebbe praticata la fede.”
“Vuol dire che sono molto conservatori?”
“Tutt’altro. Per certi versi hanno posizioni contraddittorie, sulle questioni teologiche fondamentali, e anche e soprattutto su quelle minori.
Fra l’altro, una delle due donne è ospite fissa del nostro cimitero, o almeno in passato ci veniva più volte a settimana. Io stessa ho cercato per anni di convincere tutti e tre a cantare nella nostra chiesa. Solo una volta hanno accettato, e abbiamo avuto a messa più gente che a Natale.
Un giornalista presente disse che il loro canto potrebbe resuscitare i morti. Io non avrei usato quell’immagine, ma un tempo i loro dischi erano i più venduti dell’Hedmark.”
Quando uscii sulla scalinata il sole primaverile mi fece lacrimare gli occhi, e di nuovo mi sentii sprofondare all’inferno. Solo dopo aver inforcato gli occhiali scuri riuscii a dirigere lo sguardo verso il cimitero e vidi i tre Thorsen accanto a una lapide a ridosso del muro della chiesa. Ma c’erano ancora mani da stringere e felicitazioni da ricevere per conto di Hubert, e quando finalmente potei aprirmi un varco tra i fotografi improvvisati, le due sorelle erano già scomparse fra le auto parcheggiate. Raggiunsi Timoteus proprio mentre stava uscendo dal cimitero.
“Mi scusi”, gridai costringendolo a fermarsi.
“Volevo solo dirle che è stata un’esperienza fantastica sentirvi cantare in chiesa. È stato davvero… magico.”
“Sei ubriaco?” mi chiese lui con un’occhiataccia tale da farmi abbassare lo sguardo.
“Prego?” dissi sentendomi avvampare i lobi delle orecchie.
“Hai bevuto? Puzzi d’alcol.”
“Mi sono fatto un paio di bicchierini ieri sera”, risposi e deglutii.
“Lo sai, vero, che cosa si dice dell’alcol?”
Scossi la testa.
“È l’acqua in cui si bagna il diavolo”, disse con la voce chiara e limpida che ci si sarebbe aspettati da un uomo di vent’anni più giovane.
Poi prese a spingere il deambulatore in direzione delle sorelle.
“Mi scusi”, ripetei, posando la mano su una maniglia del suo apparecchio.
“Dicevo davvero. Credo di non avere mai sentito un canto che mi vibrasse così forte sotto la pelle.”
“Allora spero che tu abbia la pelle dura.”
“Sono un produttore discografico.”
Per la prima volta ebbi l’impressione che il suo sguardo si posasse su di me, invece di trapassarmi, e i suoi occhi scintillarono come quelli di un animale che all’improvviso fiuta nell’aria qualcosa che non dovrebbe esserci.
“Un produttore discografico?” ripeté.
Annuii con un sorriso.
“Sempre a proposito del diavolo… sai che si dice dalle mie parti?” chiese.
Avrei voluto ribattere con qualche battuta sagace, ma finii per scuotere la testa.
“Non è sempre detto che valga la pena di avventurarsi in una lotta con il diavolo. Anche ad avere la meglio, ci si ritrova pieni di bruciature. Le mie sorelle mi aspettano. Attento all’Harley.”
Lo guardai senza capire.
“L’Harley?”
Timoteus Thorsen non rispose, si limitò a passarmi sopra il piede con il deambulatore.
“Mi scusi!” gridai cercando a tastoni il portafoglio.
“Ti scusi più di un quacchero», disse Timoteus senza mostrare alcuna intenzione di fermarsi.
“Posso lasciarle il mio numero di telefono? Mi piacerebbe scambiare due chiacchiere con lei e le sue sorelle”, dissi facendo un passo doppio per portarmi accanto a lui mentre tentavo di tirar fuori dal portafoglio un biglietto da visita.
Come se non mi avesse nemmeno sentito, Timoteus continuò la sua traversata del parcheggio.
Solo in quel momento mi accorsi che la più giovane delle sorelle lo stava aspettando davanti a una gigantesca auto americana bianca e blu.
L’altra era già seduta al volante.
“Glielo infilo in tasca, se permette…” dissi e, visto che lui non rispondeva, lo feci e basta.
“Ok. Le auguro una buona giornata”, aggiunsi esitante. “Magari preferisce che la chiami io. Vuole lasciarmi un numero a cui posso raggiungerla?”
Non mi aspettavo che mi rispondesse e stavo già per voltarmi quando lo sentii snocciolare meccanicamente una serie di cifre. Fui lì lì per scusarmi di nuovo, ma mi trattenni.
“Potrebbe ripetere?” gli gridai. E questa volta mi appuntai il numero sull’agenda.
“Fantastico! Grazie!” risposi restando a guardare Timoteus Thorsen che raggiungeva la macchina.
La sorella ripiegò il deambulatore, salirono, e la gigantesca auto americana bianca e blu attraversò lenta il parcheggio per poi immettersi in strada con la freccia lampeggiante.
Il sole splendeva ma non era poi così caldo, e trovai azzardato da parte di Timoteus Thorsen abbassare il finestrino. Poi vidi che lanciava qualcosa fuori dalla macchina. Aspettai che l’auto scomparisse in direzione della città prima di incamminarmi sull’asfalto, ma non dovetti nemmeno chinarmi per riconoscere il mio biglietto da visita.

* Le chiese protestanti ammettono il sacerdozio femminile.

** Nell’ambito della riforma liturgica della Chiesa Evangelica Luterana di Norvegia, nel 2011 è stata introdotta come facoltativa una nuova e dibattuta versione del Padre Nostro.

(Continua in libreria…)

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