“Questo libro è la mappa del mio viaggio nell’incantevole italia di ieri e di oggi... una geografia che prova a mettere ordine nel disordine della nostra storia”. Pino Corrias racconta i luoghi che hanno fatto il nostro Paese nel suo ultimo libro, "Nostra incantevole Italia"

“Questo libro è la mappa del mio viaggio nell’incantevole Italia di ieri e di oggi… una geografia che prova a mettere ordine nel disordine della nostra storia.”

Ci sono luoghi rimasti nella memoria collettiva del nostro paese, legati a eventi che ne hanno marchiato la nostra storia. Luoghi artistici, scene del crimine, ville private e luoghi che non esistono sono al centro dell’ultimo libro dello scrittore e giornalista romano Pino Corrias, già autore, tra gli altri, di Dormiremo da vecchi (Chiarelettere), Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano (Feltrinelli) e i racconti Disordini sentimentali (Mondadori). Nostra incantevole Italia (Chiarelettere) ripercorre settant’anni di storia italiana, coniugando cronaca e politica, per svelare aspetti ancora sconosciuti o ignorati.

NOSTRA INCANTEVOLE ITALIA di Pino Corrias

Dal Vajont al Lingotto, da Cogne a Vermicino, da Via Fani a piazza Fontana; c’è Ostia e l’ultima cena di Pasolini nella ricostruzione di Ninetto Davoli, le ville di Arcore, di Gelli e quella di Grillo, Sant’Ilario e Sanremo. Non mancano i luoghi sporchi di sangue, come Provenzano e la strage dei Capaci, Cogne, L’Aquila, fino ad arrivare a Lampedusa e a quel sangue che non si vede solo perché è inghiottito dal mare. Con il taglio giornalistico che lo contraddistingue, Corrias traccia una carta d’identità degli italiani, guidando il lettore tra le storie e i personaggi carichi di mistero e curiosità, tra tragedia e commedia, misteri e svelamenti. Con l’intenzione di non farci mai smettere di interrogarci, “nella speranza un giorno di rimettere l’Italia con la testa in su”.

Ecco un compendio dei luoghi nominati: Portella della Ginestra e la strage mafiosa – il Vajont – il Teatro Ariston di Sanremo – piazza Fontana – Ostia e l’omicidio di Pasolini – viale Mazzini – Vermicino e il piccolo alfredo – via fani e il sequestro di moro – il lingotto della fiat – il pio albergo trivulzio e l’inizio di Tangentopoli – Capaci e la morte di Falcone – Arcore e Berlusconi – Pontida e Bossi – Cogne – L’Aquila – casa Prodi e l’avvio dell’Ulivo – Lampedusa – Sant’ilario e la villa di Grillo – il Lungotevere di Dagospia – Cinecittà – il Quirinale.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it ne pubblichiamo un estratto dall’introduzione

La mappa dei luoghi

Le carte geografiche contengono il mondo. Quando siamo in viaggio, calcolano le distanze. Ci raccontano dove siamo. Cosa ci lasciamo alle spalle e cosa troveremo al prossimo orizzonte. Questo libro e la mappa del mio viaggio nell’incantevole Italia di ieri e di oggi. È fatto di luoghi dove il tempo si è addensato, dilatandosi in un racconto da tramandare con i testimoni di quel tempo, di quel luogo. E, insieme con loro, dirne l’intreccio che ne scaturi e le conseguenze che ancora ci riguardano. È una geografia che prova a mettere ordine nel disordine della nostra storia. […] Nostra incantevole Italia è il resoconto di un viaggio durato molti anni, alla fine del quale ho provato a rimettere ordine a storie che in tanti si sono esercitati a complicare anche quando erano semplici. Perché viviamo in uno strano paese scandito dal trasformismo delle classi dirigenti, dove tutte le verità sono sempre provvisorie. […]

Appesa a testa in giù

Siamo il paese del doppio Stato, delle doppie verità, della doppia velocità di crescita tra il Nord e il Sud, ammalato di quattro mafie. Siamo il paese delle commissioni di inchiesta. Ne abbiamo avute ottantasei in una settantina di anni, la prima, nel 1948, sulla miseria degli italiani, l’ultima, nel 2017, sulla ricchezza fraudolenta delle banche, affidata niente di meno che a Pier Ferdinando Casini, l’ex portaborse di Forlani, ex socio di Mastella, ex galoppino di Berlusconi, ultimamente alleato di Renzi. Siamo una incantevole Italia appesa a testa in giù, con 2300 miliardi di debito pubblico, il 130 per cento del nostro Prodotto interno lordo. Dipendiamo dallo spread e facciamo finta di dimenticarcene anche se pesa come una catastrofe sempre imminente. Evadiamo 111 miliardi di tasse ogni anno, senza riuscire a porvi rimedio, come sa fare qualunque altro paese, appena superato il confine di Chiasso. Tre milioni e mezzo di persone lavorano in nero.
L’economia sommersa vale 208 miliardi. Quella legale e ammalata di clientelismo, familismo, confraternite, cordate, tutte forme non sanguinarie della cultura mafiosa che coltiviamo dal basso. Perfezionando una trappola che mette in fuga migliaia di giovani laureati, ricercatori, imprenditori, artisti che cercano fortuna altrove, a Londra, Berlino, New York, lontano dalle falangi di raccomandati, figli, nipoti, portaborse delle infinite nomenklature che intasano tutte le tubature della Repubblica. Strilliamo contro gli immigrati, ma sappiamo come sfruttarli a fondo, nelle fabbriche del Nord, nelle campagne del Sud, persino nei centri di prima accoglienza, dove rubiamo loro gli spiccioli dell’assistenza, e dentro le casse dell’Inps, dove versano più di quello che otterranno. Vorremmo ributtarli in mare, salvo quelli che ci servono per la cura della casa, dei nostri figli, dei nostri anziani. Abbiamo la classe politica tra le più corrotte d’Europa, la più ignorante, ma che è lo specchio fedele di un paese che muore di furbizia e conformismo. Dove si venera a chiacchiere la famiglia, ma non si consente alle giovani coppie di avere un lavoro decente e di fare figli. Eppure.
Eppure andrebbe sempre ricordato da dove siamo partiti, cosa eravamo settant’anni fa, residui di un paese fascista, razzista, analfabeta, distrutto dalla guerra costata mezzo milione di morti, e nutrito dai massacri compiuti dai nostri italiani brava gente in Albania, Grecia, Jugoslavia, Eritrea, Libia, dove abbiamo stuprato, impiccato, torturato. Per poi essere sconfitti dagli angloamericani, puniti, sottomessi. E poi salvati grazie al riscatto finale della Resistenza, e agli equilibri della Guerra Fredda. Che ci hanno consentito di entrare nel nuovo consorzio di nazioni europee uscite anche loro distrutte dalla guerra, dalle dittature, dalla Shoah, dall’orrore. Tutti paesi in ginocchio, non solo noi e la Germania, gli sconfitti, ma anche l’Inghilterra e la Francia, i vincitori, coi quali abbiamo imboccato l’unica via di rinascita possibile, quella dell’Europa unita. Imperfetta, burocratica, lenta, ma che ci ha garantito uno sviluppo economico e culturale mai visto prima. La copertura della moneta unica, il mercato senza frontiere. Oltre a settant’anni di pace che ha voluto dire intelligenza non sprecata a ucciderci. Ha voluto dire democrazia, tolleranza, giustizia, emancipazione femminile, diritti delle minoranze, benessere sociale. Vantaggi che ci sembrano così naturali, dentro al nostro paesaggio di vita quotidiana, da non vederne più la lucentezza. Ipnotizzati dalla miserabile mistica delle piccole patrie, della piccola ricchezza conquistata lavorando dentro la complessità del mondo, dal quale crediamo di difenderci con la semplificazione dei muri. Senza neanche sospettare che i muri imprigionano più di quanto proteggano.
C’è un palazzo in cima al nostro bagnasciuga che è il simbolo di tutti i palazzi: il Quirinale con le sue milleduecento stanze, apoteosi del potere e dei pennacchi, che ho scelto come ultima tappa del viaggio. Immaginando quanto sarebbe bello chiuderlo per riaprirlo. Traslocando il presidente in un luogo più adatto alla sobrietà di una Repubblica, piuttosto che lasciarlo tra le ombre nere che furono dei papi, dei re, di quel potere distante, minaccioso e ottuso. Restituirlo agli italiani, in forma di spazio pubblico, sgomberarlo dai simboli che lo soffocano e finalmente riempirlo di ossigeno, riempirlo di vita, annunciare un cambio di stagione. Cominciare da lì a rimettere la nostra incantevole Italia a testa in su.

(Continua in libreria…)

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