Lo scrittore spagnolo torna con un libro in cui traccia, in tre tappe, un tragitto di rinascita...

Elena e Antares, quindici anni insieme e poi divisi all’improvviso da una terribile ferita: la morte del loro bambino, così piccolo e indifeso, rende insopportabili i gesti quotidiani, il mondo conosciuto.

Scrivere. Per Antares è l’unica cura, l’unica speranza. Narrare un’infanzia negata, donare al Bambino di tutti, al piccolo Dio di Nazareth, l’infanzia che nessuno ha raccontato. Le prime parole, il primo bagno nel Lago di Tiberiade; il primo spavento, il primo amore. Il volo di un aquilone sul profilo della Palestina, il legno intrecciato da Giuseppe, la stoffa cucita da Maria, la corsa di un bambino che raggiunge la sua stirpe: bambini da bambini da bambini.

Un aereo scende su Creta, l’isola a forma di pesce. Helena non la guarda dal finestrino: pensa a un altro pesce, piccolissimo, che nuota dentro di lei. Su quell’isola, piena di luce e di misteri, un incontro l’attende: entra nella sua vita un uomo nascosto dietro troppi segreti. In lunghe notti, esposti alla bellezza delle stelle, si scambiano parole e silenzio, si riconoscono senza domandare; si fanno il dono più grande. E dopo un bacio sulle labbra fredde ricominciano a vivere con una nuova pelle.

In Bambini nel tempo (Marcos y Marcos) Ricardo Menéndez Salmón (Gijón, 1971) traccia, in tre tappe, un tragitto di rinascita. Dai fantasmi di una casa in riva all’oceano, all’infanzia di Cristo in Palestina, allo splendore solare di Creta: la vita ha una forza irrefrenabile, se in un libro troviamo la spinta per ricominciare.

 

Bambini nel tempo

Su ilLibraio.it un estratto da Bambini nel tempo
(per gentile concessione di Marcos y Marcos)
La ferita
XI

La tregua durò una settimana. La settima notte, intorno all’alba, Antares avvertì una specie di brivido a metà del sonno, come se gli passasse qualcosa di vischioso sulla pancia. Si svegliò da solo. Ancora prima di allungare la mano, in un gesto atavico e per questo commovente, capì che Elena non era a letto.
Si alzò senza far rumore né accendere la luce, badando di muoversi in silenzio. Uscì in corridoio e la cercò nelle altre stanze del secondo piano, sempre al buio. Non la trovò.
Tornato in camera, guardò dalla finestra e la vide seduta in mezzo all’orto, su una sedia di metallo che qualche giorno prima avevano sottratto alla rovina. La luna la illuminava. Stava fumando. Sul corpo aveva una coperta vecchia e malridotta.
Il suo volto svuotato e bianco non esprimeva emozione alcuna. Antares pensò agli occhi accecati delle statue.
Le foglie si ammucchiavano intorno alla sedia, come la pelle di un grande animale. C’era un’immensa pace nell’alba. Solo il respiro del mare, in lontananza, segnalava che il mondo era ancora vivo e allerta.
Elena non si mosse quando Antares si accucciò e le posò una mano in grembo. La coperta era umida.
«Torna in casa, amore» disse lui.
Sua moglie non lo guardò. La sigaretta, ormai consumata, ancora tra le dita.
«Ho sentito il bambino» disse lei.
Antares avvertì una fitta più acuta della fame o della rabbia. Era la paura, la prima sentinella delle cose e del mondo.
«Non c’è nessun bambino in questa casa».
«L’ho sentito con chiarezza. Prima ha parlato; poi l’ho udito piangere».
Capì che la stava perdendo. Capì che le parole erano un ostacolo terribile, che nessuna parola l’avrebbe fatta tornare dalla parte del senno, dell’abitudine, della pace di ciò che non muta.
Però ci doveva provare. Bisognava farlo.
«Sarà stato il vento» disse lui. «Il vento tra gli alberi».
«Era lui» insistette lei. «Il nostro bambino. Mio figlio».
Stavolta lo guardò. Pronunciando la parola figlio, il suo viso cambiò come quando si passa una mano davanti a una candela. C’erano ombre sulla sua bocca e sui suoi capelli. Un odore intenso di putrefazione li circondava.
«E se non è stato il vento, sarà stato il pavimento della casa. Questa casa è piena di rumori».
Antares mosse la mano sulla coperta, in su e in giù. Avrebbe voluto essere un gesto di affetto, ma ne uscì un movimento maldestro, assurdo, una carezza frustrata.
«Né il vento né la casa hanno la voce di mio figlio» disse lei intenta, ormai al di là dell’affetto condiviso, nativa di una regione mostruosa, «era lui; era il mio piccolo perduto».
Antares si fermò lì a lungo, a contemplare quella donna che fino a poco tempo prima credeva di conoscere meglio di chiunque al mondo. Tutto gli parve di colpo uno scherzo atroce. Non solo la morte di suo figlio, ma l’impossibilità di capire che cosa fosse successo dentro Elena, che meccanismo si fosse rotto al suo interno fino a trasformarla in quell’enigma che vedeva adesso, una presenza incomprensibile come il monumento funebre di una civiltà estinta.
«Torna in casa, amore» disse di nuovo. «Per favore».
Lei si alzò e si lasciò guidare. Antares la mise a letto e le rimboccò le coperte, massaggiandole le mani, le spalle, la fronte fredda e liscia come una lapide. La sentì assopirsi sotto le sue mani, il sonno conquistarla a poco a poco, come la marea ricopre una spiaggia. E finalmente vide il suo amore dormire, vinta ed estenuata dall’orrore di essere ancora viva.
Quando a sua volta si infilò nel letto, Antares capì che non si sarebbe più riaddormentato, quella notte. E capì anche che ciò che gli stringeva la gola erano le lacrime che si ingolfavano dentro di lui ormai da troppo tempo. Le stesse che fluirono in silenzio ma abbondanti, come la musica segreta del suo più intimo dolore.

(continua in libreria…)

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