di Maria Pace Ottieri

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Ottiero Ottieri è nato a Roma il 29 marzo del 1924 da antica famiglia toscana. Ha vissuto a Roma come un normale ragazzo di buona famiglia, ha studiato al Collegio Massimo dei Gesuiti e si è laureato in Lettere a 21 anni, con una tesi sulle operette amatorie di Leon Battista Alberti, una tesi stilistica di stretta osservanza scientifica, in cui si contavano anche le virgole. Ha cominciato a scrivere a quattordici anni, sulla terrazza di un alberghetto a Villabassa, descrivendo le Dolomiti. Per un certo periodo si dedicò alla letteratura greca traducendo (e pubblicando giovanissimo presso l’editore Capriotti) l’Agamennone di Eschilo, preceduto da un saggio introduttivo. Dopo la laurea ha seguito un corso di perfezionamento in letteratura inglese, ha tradotto un dramma elisabettiano di Cyril Toumeur, pubblicato nel volume “Teatro elisabettiano”di Sansoni e sul medesimo autore del dramma apparve un suo saggio su Inventario, nell’estate del 1950, dal titolo “I personaggi negativi di Tourneur”. Nel 1946 aveva cominciato a collaborare alla Fiera Letteraria, poi ad altre riviste e a quotidiani. Nel 1947 vinse il Premio Mercurio per un racconto dal titolo “L’isola” sulla rivista omonima, diretta da Alba De Cespedes.

Le collaborazioni sporadiche a riviste e giornali, tuttavia, non lo soddisfacevano. Era cominciata la crisi del dopoguerra, la rivolta contro la filologia specializzata, contro gli ambienti letterari chiusi, contro l’arte pura e le élites, era cominciata la scoperta della realtà sociale. Nel 1948 si trasferì a Milano. Ne “La linea Gotica” scrive: “Ho lasciato il 2 febbraio, a 23 anni, Roma per Milano. Ho lasciato la letteratura, la casa agiata dei miei, la nevrosi di figlio unico…..Il viaggio. Lo strappo, come tira al di là di Firenze. Solo, appoggiato con la testa sul tavolino dello scompartimento, dalla stazione scendo su una Milano nera dentro una malinconia nera”. E ancora: “Sono un intellettuale di sinistra, sono venuto per esserlo, come uno va a frequentare una scuola in un’altra città… Roma è il mio essere, Milano il mio dover essere”, la città del lavoro, dell’impegno civile e morale. A Milano, appena arrivato, vive in una modesta pensione e cerca lavoro, un lavoro il meno letterario possibile, per uscire dal mondo chiuso degli interessi umanistici, e affacciarsi agli studi sociali e psicologici. Fa l’analisi con Cesare Musatti, frequenta la sede del PSI e collabora all’“Avanti”, psicoanalisi e politica sono gli strumenti per entrare nella vita . Viene assunto dalla casa editrice Mondadori, come assistente di Guido Lopez, capo dell ’ufficio stampa. Pubblica in questo periodo articoli su “Pesci Rossi”, “Il pensiero critico” e “Omnibus”.

Nel 1951 entra a far parte dell’Anonima Periodici Internazionali svolgendovi attività giornalistica, fino a dirigere la rivista mensile di divulgazione scientifica “La Scienza Illustrata”. Questo lavoro lo aiuterà a scoprire il mondo della tecnica, il mondo dell’industria e dei rapporti umani del lavoro industriale, a vedere con i propri occhi il problema del rapporto fra l’operaio e la macchina così come l’aveva letto in Marx, fu questa, per lui, la vera scoperta di Milano.

Seguiva intanto anche l’altra pista culturale, quella della psicologia moderna, la psicologia del profondo (è stato redattore della rivista “Psyché”) considerandola “uno strumento per uscire dalla… incoscienza”. Così a Milano si era abbastanza bene avviato sulla strada della coscienza, quando si ammalò nel giugno 1953, di una meningite, improvvisa, un fulmine a ciel sereno. Fu ricoverato per quattro mesi nella clinica fiorentina del dottor Cocchi, l’unico, a quell’epoca, in grado di curare la meningite. Tre anni prima, nell’ aprile del 1950, a Lerici, aveva sposato Silvana Mauri, figlia di Umberto Mauri, futuro presidente delle Messaggerie Italiane e nipote di Valentino Bompiani, la prima di cinque fratelli. Si erano conosciuti a Roma, la sera del referendum del 2 giugno, in casa di amici comuni. Più tardi, si rividero nella redazione romana di “Italia Domanda”, un giornale diretto da Cesare Zavattini.

Il 1 marzo del 1955 con Silvana e una bambina, Maria Pace, si trasferisce a Pozzuoli. Fu per lui un periodo molto intenso e felice, la scoperta del Sud di cui conserverà per tutta la vita una grande nostalgia. Da quest’esperienza scaturirà, nel 1959, Donnarumma all’assalto, il suo libro più celebre, pubblicato da Bompiani, da ora in avanti suo editore per diciassette anni. Nel protagonista, un disoccupato senza qualifiche, disposto a tutto pur di avere un posto nella luminosa fabbrica aperta al sud da una grande industria del nord, Ottiero coglie tra i primi la drammaticità del contrasto tra il progresso tecnico e materiale e l’arretratezza culturale della civiltà contadina meridionale.

Adriano Olivetti gli offrì di restare a Pozzuoli come direttore del personale della fabbrica, ma Ottiero, a malincuore, rinunciò, temendo di non aver abbastanza tempo per scrivere. Tornò a Milano dove si accordò per un nuovo contratto di consulente a metà tempo. Olivetti gli offrì la promozione a dirigente che non si sentì di accettare, considerandola privilegio eccessivo nei confronti di chi lavorava tutto il giorno.

Dal 1948 al 1958, Ottiero aveva tenuto un diario. Calvino, a cui chiese di leggerlo per primo, pur giudicandolo molto significativo e interessante, non la ritenne un’esperienza abbastanza conclusiva da diventare un libro e gli suggerì di pubblicarne una scelta su “Nuovi Argomenti”. Lunghi brani del diario di Ottiero, usciranno così nel 1961, nel quarto numero de “Il Menabò”, la rivista di Vittorini e Calvino, con il titolo “Taccuino Industriale”, consacrandolo cosi il pioniere della cosiddetta “letteratura industriale”. Solo più tardi, nel 1963, l’intero diario, sarà pubblicato da Bompiani con il titolo La linea gotica e vincerà il Premio Bagutta di quell’anno.

Tre anni prima, nel 1960, era nato il secondo figlio, Alberto. Einaudi aveva pubblicato una commedia satirica sul linguaggio dei venditori, I venditori di Milano, rappresentata al Teatro Girolamo di Milano, per la regia di Virgilio Puecher. Dalla metà degli anni Cinquanta alla metà degli anni Sessanta, Ottiero collabora con “Il contemporaneo” e con ”Il Mondo” con articoli di attualità e racconti, e più a lungo, fino alla metà degli anni Settanta, con “Il Giorno”. La stagione industriale è esaurita, Ottiero è in cerca di una nuova materia letteraria, di una tensione esplorativa fuori dal mondo della letteratura nel quale e del quale vive ma che non lo ha mai ispirato.

Tonino Guerra lo chiama a Roma a collaborare alla sceneggiatura del film “L’Eclisse” di Michelangelo Antonioni, per raccontare la nevrosi che corrode esistenze e rapporti, e Ottiero scopre il cinema, se ne entusiasma e subito viene preso dalla smania di mettersi in proprio e misurarsi con questo nuovo “mestiere poetico organizzativo”. L’impagliatore di sedie (Bompiani,1964), è una storia realistica, immaginata come una sceneggiatura o racconto “comportamentistico” fatto di azione, gesti, linguaggio parlato. Dietro la tentazione di sperimentare una nuova tecnica narrativa si nasconde altro. Ottiero lo spiega nella prefazione: “Così ho tentato senza pudore e senza gusto dell’orrore di mettere in scena momenti in cui la ragazza, tanto ragionevole e intelligente peraltro, si abbandona ad attività interiori esteriori che di solito sono segrete perché (secondo il parere di un illustre psichiatra) chi le ha provate non può ricordarle, chi non le ha provate non può immaginarle, e chi le sta provando non può trascriverle”…

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