A dominare "Undici treni", il nuovo libro di Paolo Nori, è la lingua parlata che l'autore utilizza come punto fermo della sua scrittura da parecchi anni. E a catturare il lettore è...

È un doppio binario quello su cui gioca Paolo Nori nel suo ultimo romanzo Undici treni (Marcos y Marcos). Da un lato c’è uno scrittore di professione, Ermanno Baistrocchi, personaggio già conosciuto ai lettori affezionati di Nori, qui impegnato in un triste ritorno alla realtà dopo quattro mesi passati ingiustamente in carcere; dall’altro c’è un vicino di casa, “Stracciari Augusto”, autore di servizi televisivi per le emittenti dell’Emilia-Romagna, un tipo in apparenza privo di forti emozioni, che con Baistrocchi condivide la frequentazione di un baraccio di quartiere e l’occasionale chiacchierata senza impegno. E poi Stracciari sparisce nel nulla, spedendo allo scrittore alcuni file audio, a cui affida il compito di raccontare una storia via via sempre più bizzarra, condita di false identità, segreti inconfessabili e dark ladies che sfoggiano nomi ordinari. (“Chi si crede di essere, una che si chiama Lidia? Cosa sei, una regione dell’Asia minore? Un regno dell’Età del ferro?”)

Undici treni Paolo Nori

Riassunto così, Undici treni sembra un noir, e in effetti poco ci manca. L’autore però se la prende comoda, portandoci poco alla volta all’interno dei molti misteri di Stracciari, aprendo mille parentesi e divertendosi a far funzionare tutti i giochini letterari permessi da questa versione del “manoscritto ritrovato”: Baistrocchi scompare dalla trama dopo sei pagine.

Per il resto del libro si limita a trascrivere le confessioni dell’amico scomparso, in cui diventa un personaggio minore simpatico e limitato, e il suo forte intervento narrativo sono le note a piè di pagina, dove arriva a smentire – o a correggere – la versione dei fatti offerta da chi non è più in circolazione. A dominare il testo, comunque, è la lingua parlata che Nori utilizza come punto fermo della sua scrittura da parecchi anni: il ritmo delle conversazioni è lo stesso del lungo monologo di Stracciari, dei ricordi (piacevoli o minacciosi) che ritornano a farsi vivi nella sua memoria, dell’attività quotidiana come video-operatore e montatore di servizi TV volti a rassicurare gli emiliani. “Loro vogliono essere tranquillizzati, loro vogliono che gli si dica che a loro, bolognesi, o ferraresi, o modenesi, o reggiani, o parmigiani, o piacentini, quella cosa lì brutta che è successa al loro concittadino, o corregionale, non succederà mai, perché loro abitano in Emilia che è un posto dove queste cose non succedono”. La bellezza del romanzo sta tutta qui, nell’apparente facilità con cui porta in scena oggetti, uomini e luoghi fisici, buttando la stessa luce opaca su fatti di cronaca nera e aneddoti tratti dalla vita quotidiana, e nella sicurezza con cui, un passettino dopo l’altro, cattura il lettore. Difficile alzare gli occhi dalla pagina senza sentirsi parte dello stesso mondo che Nori sta raccontando.

Nori_Cremona_Corde_Anima_3
LEGGI ANCHE – Il “giornalismo disinformato” secondo Paolo Nori

L’AUTRICE – Scrittrice, traduttrice e giornalista, Violetta Bellocchio è l’autrice del memoir Il corpo non dimentica (Mondadori, 2014). Ha fatto parte di L’età della febbre (minimum fax, 2015) e di un’altra antologia, Ma il mondo, non era di tutti? (Marcos y Marcos, 2016), curata da Paolo Nori.
A sua volta ha curato l’antologia di nonfiction Quello che hai amato. (Utet, 2015). Il suo nuovo romanzo, Mi chiamo Sara, vuol dire principessa, sarà pubblicato in primavera da Marsilio.
Ha inoltre fondato la rivista online Abbiamo le prove nel 2013, e l’ha seguita personalmente fino al 2016.
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.

Commenti