"Chi, per manovre economiche, per fare negoziati non del tutto chiari, chiude fabbriche, chiude imprese e toglie il lavoro agli uomini, fa un peccato gravissimo". Parte da queste parole di Papa Francesco la riflessione di frate Alberto Maggi su ilLibraio.it: "La sapienza biblica ha individuato nell’ingordigia, la bramosia di possedere, l’origine e la causa di ogni ingiustizia e di ogni male..."

SEPOLCRI D’INGORDIGIA

La sapienza biblica ha individuato nell’ingordigia, la bramosia di possedere, l’origine e la causa di ogni ingiustizia e di ogni male. Alla base di ogni inganno, di ogni ruberia, di ogni sopruso e violenza, di ogni tragedia e di ogni lutto, c’è sempre e soltanto il dèmone della cupidigia. Vera e propria malattia dell’animo, l’avidità trasforma l’uomo in un essere bulimico, insaziabile, insoddisfatto, che più ha e più vuol avere, rendendolo un pericolo per sé e per gli altri, perché la ricerca senza freni di possedere sempre più, porta all’assassinio e i popoli alla guerra, come denuncia Giacomo nella sua lettera: “Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!” (Gc 4,2).

Già nei libri dell’Antico Testamento si manifesta l’avversione del Dio d’Israele verso la cupidigia che deturpa l’essere umano e la stessa creazione. L’uomo, che il Creatore ha voluto come sua immagine (Gen 1,27), abbandonandosi a ogni bramosia, ha sfigurato se stesso. Chiamato a essere il custode del giardino di Eden (Gen 2,16), lo ha devastato a causa della sua avidità, trasformando quel che doveva essere un giardino in un cimitero (“Quel luogo fu chiamato Kibrot Taavà [sepolcri dell’ingordigia], perché là seppellirono il popolo che si era abbandonato all’ingordigia”, Nm 11,34).

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Secondo il Libro del Siracide, “Per amore del denaro molti peccano” (Sir 27,1). Il peccato non è un’offesa a Dio, ma l’inganno al prossimo. Chi accumula beni pensa di trovare nei suoi averi la tranquillità, la sicurezza, e di dormire sonni tranquilli. In realtà più si ha e più cresce l’ansia, più si possiede e meno si è sicuri, come tratteggia, in modo efficace, l’autore del Siracide: “L’insonnia del ricco consuma il corpo, i suoi affanni gli tolgono il sonno. Le preoccupazioni dell’insonnia non lasciano dormire, come una grave malattia bandiscono il sonno” (Sir 31,1-2)

Quest’ansia di possedere sempre più, che porta alla distruzione dell’individuo, fu personificata nel mondo ebraico in una sorta di divinità, mamona, termine la cui radice significa quel che è certo e stabile, e indica la ricchezza, il patrimonio. Mamona è l’idolo che inganna e poi distrugge quanti lo adorano (“Niente è più empio dell’uomo che ama il denaro, perché egli si vende anche l’anima… Molti sono andati in rovina a causa dell’oro, e la loro rovina era davanti a loro. È una trappola per quanti ne sono infatuati, e ogni insensato vi resta preso”, Sir 10,8; 31, 6-7).

Mentre i rabbini distinguevano tra la mamona menzognera e quella verace, per Gesù la ricchezza è sempre disonesta, acquisita in maniera ingiusta. È significativo a questo riguardo che Gesù, rispondendo al ricco, che gli chiedeva quali comandamenti osservare per ottenere la vita eterna, omette i primi tre, gli obblighi verso Dio, che erano i più importanti, ed esclusivi di Israele, e gli elenca cinque comandamenti che sono validi per ogni uomo, ebreo o pagano, credente o no, e che riguardano basilari atteggiamenti di giustizia nei confronti del prossimo (“Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre”, Mc 10,25). Ma tra i cinque comandamenti elencati, Gesù, con abile mossa, inserisce anche “Non frodare”, richiamandosi a un precetto contenuto nel Libro del Deuteronomio: “Non defrauderai il salariato povero e bisognoso… Gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e a quello aspira” (Dt 24,14-15; Lv 19,13). Gesù è esplicito: il suo interlocutore è ricco e, se è ricco, certamente alla base delle sue ricchezze c’è stato l’inganno, la frode a scapito dei poveri, da sempre “pascolo dei ricchi” (Sir 13,19). In tutta la Bibbia emerge il severo rimprovero del Signore verso quanti si arricchiscono sfruttando i lavoratori: “Guai a chi costruisce la sua casa senza giustizia e i suoi piani superiori senza equità, fa lavorare il prossimo per niente, senza dargli il salario” (Ger 22,13). “Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore onnipotente” (Gc 5,4).

Il Nuovo Testamento mette in guardia da “quella cupidigia che è idolatria” (Col 3,5; Ef 5,5), perché i beni accumulati sono sporchi, non trasmettono vita, ma intossicano, chiudono il cuore al prossimo e quindi a Dio stesso, e Gesù avverte: “Badate di tenervi lontano da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni” (Lc 12,15). Questo di Gesù non è un invito, ma un comando imperativo. Chi accumula beni per sé mostra di non avere nulla a che fare con il Signore; non Dio è la sua divinità ma mamona: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?” (1 Gv 3,17). E Gesù ridicolizza il ricco, che pianificava il suo futuro basando la sua tranquillità sull’accumulo dei beni, e pensava “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni, riposati, mangia, bevi e divertiti”. Il Signore non solo non loda il ricco per la sua accortezza, ma lo biasima: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio” (Lc 12,19-21; Sal 39,7). L’avido ricco credeva di essere accorto, astuto, era soltanto uno stupido, perché è “come una pernice che cova uova altrui, chi accumula ricchezze in modo disonesto. A metà dei suoi giorni dovrò lasciarle e alla fine apparirà uno stolto” (Ger 17,11).

Per Gesù la serenità non viene da quanto si possiede, ma da quanto si è capaci di donare, quando si fa, scompare ogni forma di ansia e di preoccupazione, perché si sperimenta che, se si vive per il bene e il benessere altrui, si permette al Padre di occuparsi dei suoi figli in misura molto più grande del bisogno (Lc 12,22-31).

L’AUTORE – Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Roba da preti; Nostra Signora degli eretici; Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede); Parabole come pietre; La follia di Dio e Versetti pericolosi. E’ in libreria con Garzanti Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita.

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