Si può parlare di Shoah anche se non è il Giorno della Memoria? Oppure abbiamo ormai delegato al 27 gennaio il compito di assolverci, di pagare la nostra tassa annuale al tema, lasciandoci poi liberi di dimenticare negli altri 364 giorni dell’anno?

La Polonia ha approvato una legge contro l’«antipolonismo», nella quale viene dichiarato colpevole, passibile di tre anni di carcere, chiunque affermi che la nazione polacca ha avuto un ruolo nella Shoah; i polacchi non c’entrano niente, i polacchi sono buoni. Sorvoliamo – per legge – sugli episodi di violenza antisemita avvenuti in quel paese dopo la fine della guerra, quando i pochissimi ebrei polacchi sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti tentarono di riprendere possesso delle loro case, nel frattempo occupate da altri. A Kielce la folla ne linciò 35 nel luglio del ‘46. Da oggi ribadirlo può costare il carcere.

Piotr Cywiński, direttore del Museo e Memoriale di Auschwitz-Birkenau e autore del magnifico e toccante Non c’è una fine, aveva appena lanciato sui media il suo allarme sull’attuale deriva populista dell’Europa, ripreso anche in Italia da Repubblica in occasione del Giorno della Memoria. Poche ore dopo, il Senato del suo paese ripagava i suoi sforzi approvando una legge che di fatto nega la memoria e che, peggio ancora, impone una ricostruzione artefatta e edulcorata della complessa storia di quella grande nazione.

Si può parlare di Shoah anche se non è il Giorno della Memoria? Oppure abbiamo ormai delegato al 27 gennaio il compito di assolverci, di pagare la nostra tassa annuale al tema, lasciandoci poi liberi di dimenticare negli altri 364 giorni dell’anno?

Dimenticare cosa, poi? Lo sterminio di sei milioni di ebrei? No, non è solo questo, la memoria della Shoah non è solo questo. Nel suo libro Cywiński è chiarissimo, implacabile e affilato su questo punto: la memoria deve servire a prendere consapevolezza e la consapevolezza deve portare all’assunzione di responsabilità, altrimenti non serve a niente. Commemorare gli assassinati, tenerne viva la fiamma, deve renderci consapevoli – attraverso lo studio critico del passato – dei processi storici che hanno permesso che si verificasse quell’immane tragedia. È solo l’inizio di un percorso che dovrebbe creare una coscienza diffusa di quanto fragile sia la democrazia, di quanto facilmente possa cadere e di quanto in basso, in quale oscuro abisso, possa sprofondare un intero continente se questo avviene.

È proprio questo che viene colpito dalla nuova legge polacca: ora non si possono più indagare liberamente le cause dello sterminio, capirne la complessità, analizzare i comportamenti di quanti vi presero parte o restarono muti. Pena il carcere. È il modo migliore per rimuovere ogni ostacolo al sempre possibile ripresentarsi delle stesse condizioni, e dunque all’eventuale sviluppo di un altro, futuro genocidio.

La Shoah ci ha insegnato che i carnefici possono portare a termine il loro abominevole lavoro solo se la maggior parte della popolazione resta indifferente e non si oppone. Mai come oggi, in tutta Europa (e anche in Italia, dove l’autoassoluzione sulla Shoah è molto diffusa) sta nuovamente prendendo piede questa smemoratezza collettiva – scrive Cywiński –, che uccide la consapevolezza e fatalmente annichila il nostro senso di responsabilità. La Shoah non riguarda il passato, è un monito per la nostra vita qui e ora e per il futuro che vogliamo costruire. La Polonia può anche autoassolversi per legge, noi possiamo farlo per noia il giorno dopo il 27 gennaio, ma molte persone continuano a essere uccise dai carnefici sotto i nostri occhi e ben pochi di noi sollevano la propria voce per opporsi.

 

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