Secondo un rapporto dell’Università di Stanford, la maggior parte degli adolescenti non è in grado di distinguere una notizia vera da una falsa sui social. E mentre si discute di “post-verità”, tirata in ballo per le cantonate dei sondaggi pre-Brexit e pre-Trump, su ilLibraio.it Daniele Bresciani riflette sul presente e il futuro del giornalismo, e si chiede: "Non è che i giornali muoiono perché hanno smesso di svolgere il loro compito? Non è che più che venire uccisi dai nuovi media si stanno suicidando?" - L'analisi

C’è stato un tempo in cui ho lavorato in un giornale che tentava di essere un giornale con un direttore che prima di tutto il resto (ovvero prima di tutte quelle prestazioni che oggi vengono richieste ai direttori: venditori di spazi pubblicitari, imbonitori, blogger, influencer, instagrammer) faceva il giornalista.

In quel tempo – erano i primi anni Duemila B.F. (Before Facebook) – arriva un’agenzia che riporta una di quelle notizie ghiotte e, pur con qualche variante, ricorrenti. Più o meno era così: un uomo viene ricoverato in ospedale dalle parti di Pavia in condizioni gravissime. L’uomo ha un cane che gli è talmente affezionato da seguirlo in ospedale e starsene buono buono sotto il suo letto. Passano pochi giorni e l’uomo purtroppo perde la sua lotta contro la malattia e muore. Poco dopo il padrone muore (di crepacuore? per disperazione?) anche il suo fedele amico.

Questa storia di amicizia e affetto che va oltre la vita viene ripresa da buona parte dei mezzi di comunicazione nazionale: quotidiani, settimanali e persino qualche programma televisivo pomeridiano di intrattenimento con relativi esperti – animalisti, psicologi, volontari ospedalieri – sviscerano l’eterno tema del cane migliore amico dell’uomo.Grande commozione. Applausi.

Nel frattempo, noi, al giornale che tentava di essere un giornale, ci poniamo una domanda semplice: però ne parliamo alla fine.


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Prima vi dico il motivo di questo ricordo.

Secondo un rapporto dell’Università di Stanford, basato su circa 8 mila studenti delle superiori e dei primi anni di college, la maggior parte dei teenager non è in grado di distinguere una notizia vera da una falsa sui social. Un’incapacità di interpretazione di news, post, commenti e di qualsiasi cosa, in immagini o parole, che provenga da siti o social network che ha dimensioni preoccupanti.

L’82% degli intervistati non sa distinguere tra una notizia vera e un contenuto sponsorizzato. L’82 (ottantadue) per cento: nemmeno due ragazzi su dieci. Due terzi del campione si è bevuto come verità assoluta l’affermazione di un dirigente bancario secondo il quale i giovani hanno bisogno di piani finanziari. Ma come, non ti poni il dubbio che quel signore voglia portarti come cliente alla sua banca? Senza parlare dell’incapacità di distinguere i profili ufficiali da quelli fittizi.

La conclusione è abbastanza evidente: saper usare i social media non significa saper giudicare se quello che vi si legge ha un minimo di senso, condividere o mettere una faccina sorridente non vuol dire capire quello di cui si sta parlando.

Ora, qui si potrebbe aprire un dibattito sconfinato.

Perché una marea di gente ha condiviso e commentato un presunto appoggio di Papa Francesco alla candidatura di Donald Trump alla Casa Bianca? Era così difficile intuire che fosse una bufala?  Come mai sono partiti gli insulti e le minacce (“non comprerò mai più un tuo libro!”: ma giura!) quando un signore spacciandosi per Umberto Eco ha postato “chi vota no al referendum è un imbecille”? A nessuno di quelli partiti lancia in resta è tornato alla mente che Eco era morto da mesi e che quel tizio con il professore aveva in comune sì e no la barba? No, perché più che i fatti certificati conta l’emozione che mi suscita quello che leggo. Quindi se vedo che Umberto Eco dice qualcosa che mi esalta o mi indigna, reagirò all’istante, e il fatto che Eco non ci sia più è un dettaglio irrilevante. E gli esempi potrebbero andare avanti senza sosta.

È la tanto citata “post-verità”, tirata in ballo per le cantonate dei sondaggi pre-Brexit e pre-Trump (di cui parla anche Annamaria Testa su Internazionale). In poche parole c’è chi per mestiere diffonde bufale in rete e se oggi quasi la metà della popolazione sceglie di informarsi (attenzione: il punto è tutto qui: non divertirsi, non scambiarsi le foto delle vacanze, ma “informarsi”) attraverso i social network il problema esiste. E la soluzione, ammesso che ve ne sia una, non mi sembra a portata di mano. Ma forse, dico forse, qualcosa si potrebbe fare.


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Nella desolazione dell’informazione istituzionale – quella fatta dai media canonici insomma, si tratti di carta, tv o siti web ufficiali – cercare di ritrovare una credibilità. E se di cantonate se ne sono prese sempre tante (Luca Sofri ci ha appena scritto un bel libro, Notizie che non lo erano, pubblicato da Rizzoli) forse è il caso di provare a porre qualche rimedio e, prima di pubblicare, porsi la domanda: ma sarà vero? Non è che i giornali muoiono perché hanno smesso di svolgere il loro compito? Non è che più che venire uccisi dai nuovi media si stanno suicidando? Certo, prendere un ragazzino che per due soldi butta su un sito ufficiale qualsiasi cosa venga propinata dai social è più economico che mettere lì un professionista attempato con contributi da pagare che magari (orrore!) usa ancora il telefono per telefonare e non solo per WhatsApp. Ma alla fine, paga?

È, come già detto, una questione apertissima ed enorme, e non ho la presunzione di avere risposte adeguate. Però ho ancora la libertà di farmi delle domande. E mi chiedo per esempio perché tutti i media hanno dato enorme risalto due mesi fa alla notizia del romeno 32enne che aveva stuprato e minacciato di morte la signora 87enne in provincia di Brescia ed è passato quasi sotto silenzio il rilascio dell’accusato dopo oltre un mese di carcere? Perché non si è data la stessa evidenza a quello che è emerso dopo gli esami del DNA, ovvero che le tracce erano del vicino 68enne della anziana donna e che alla base di tutto ci sia solo una squallida lite tra vicini?
Ecco, allora torniamo alla domanda dell’inizio, quella dell’uomo morto con il suo cane in ospedale.
Senza volerci dare arie da geni, noi quella volta ci siamo chiesti banalmente: “ma un cane può entrare in ospedale?”. Abbiamo mandato una giornalista sul posto per scoprire che di vero c’erano purtroppo le due morti: quella dell’uomo e quella del cane. Solo che mentre l’uomo era davvero deceduto in ospedale, l’animale, rimasto incustodito, era stato probabilmente investito da un’auto. Un solerte corrispondente dell’agenzia aveva unito le due morti e voilà, ecco la notizia.

Pensate che qualcuno abbia ripreso la nostra ricostruzione di quel fatto, seppure banale? No, nessuno.
E mi viene da dire che anche oggi, nell’anno 2016 P.F. (Post Facebook) il nostro articolo avrebbe straperso la corsa ai like e alle condivisioni rispetto alla storia inventata del cane morto per dispiacere assieme al padrone. Ma continuo a illudermi che il punto non sia quello.

daniele bresciani

L’AUTORE – Daniele Bresciani (nella foto sopra, ndr), classe ’62, ha fatto il giornalista per 25 anni (Gazzetta dello Sport, vicedirettore di Vanity Fair e diGrazia) prima di passare dall’altra parte della barricata e dedicarsi alla comunicazione d’azienda. Ciò nonostante ha scritto un romanzo, Ti volevo dire(Rizzoli, 2013) che ha persino vinto qualche premio ed è stato tradotto all’estero. Vorrebbe essere un padre migliore. Ci prova.

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