Nella raccolta di Alessandro Raveggi qualcosa sta per accadere o è appena accaduta, modificando irreversibilmente il corso degli eventi... Su ilLibraio.it uno dei racconti

Il grande maestro del racconto Raymond Carver affermava: “Mi piace quando nei racconti c’è un senso di pericolo o di minaccia. Ci deve essere della tensione, il senso che qualcosa sta per accadere, che certe cose sono messe in moto e non si possono fermare”.

Alessandro Raveggi torna in libreria con Il grande regno dell’emergenza (LiberAria, postfazione di Luca Ricci), raccolta di racconti in cui qualcosa sta per accadere o è appena accaduta, modificando irreversibilmente il corso degli eventi, facendoci incontrare, e amare, i protagonisti, ironici e complessi, che animano queste storie a volte grottesche, a volte delicate: fratelli che si mascherano da animali alla ricerca di un perché al funerale paterno, un maestro elementare che deve salvare i suoi alunni da numerose scosse telluriche, l’ultima fuga di un padre e di un figlio, la Firenze bombardata dell’agosto 1944, una partita con la Morte su un aereo di linea per Londra di un vecchio ipocondriaco, le vite fantastiche e impegnate di cinque esuli toscani all’estero, una storia sull’editoria contemporanea e le sue contraddizioni.

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Su ilLibraio.it, per gentile concessione dell’editore, proponiamo uno dei racconti

VUOLE PORTARTI VIA

È la fine di un giorno di lavoro come tutti gli altri, che si centellinano nell’anno come in un bacile pieno di rogna. Ho acceso il climatizzatore della macchina, sa di carne macinata. Siamo intasati in autostrada, si sente il suono di un’ambulanza che vibra tra le lamiere, come un bufalo morente che vuole accasciarsi, ma oggi non ha spazio tra quelle file. Il giorno si dilava ai lati delle carreggiate, siamo qui a far singhiozzare il motore verso nord – non ci importano le uscite secondarie, cerchiamo la Grande Uscita Unitaria che ci faccia sgorgare fuori da un fiato compresso, misurato come il timer dei cruscotti. Ogni guidatore è concentrato sul vetro posteriore della macchina davanti, in un tiro a segno ideale. Non tornano a casa, vanno in direzione opposta, in un venerdì sera, già iniziato in auto. Quanto basta per slacciarsi la cravatta, annusarsi le ascelle, essere pronti a un aperitivo furioso. Io sono passato da casa con una voglia matta di un aperitivo furioso, di quel whisky che ho ora sotto braccio. Mio figlio l’ho messo davanti con la cintura che gli passa sopra il viso. Lui pensa che lo lascerò dai nonni, per farmi un week-end in campagna, la mia bottiglia e io, mentre lui starà a diseducarsi con le fissazioni antiche di mio padre.

Procediamo lentamente. Gli metto su una cassettina dal nastro sciupato, una compilation di cartoni animati. Canticchiamo per un po’ assieme, muovendo stupidamente le facce. Fingo di conoscere le parole, mi tremano in bocca come una specie di vergogna. Alcune auto, disposte a grumi lungo la strada, hanno tamponato altre auto, ma continuano a spingerle in avanti con forza, soffocando l’accensione della macchina. Altre paiono più cortesi nel superare quelle barricate, ma le gomme attaccate all’asfalto si muovono sul posto, caviglie di ballerina. Oggi sono potuto uscire prima dal lavoro, non accadeva da anni. Domani non mi vedranno, a lavoro. All’asilo, non vedranno mio figlio, che finalmente un po’ si diverte adesso, dopo le canzoncine. Si interrompe solo per qualche occhiata di preoccupazione da sopra la pesante sciarpa. Con quei suoi occhietti femminili, dalle ciglia lunghe e confortanti, che ha preso da me. Lo porto via, ancora non so dove, il mio bambino.

Lei vorrebbe sottrarmelo per sempre, con la sua serietà sovrastante, da fenomeno naturale, il suo zelo immane. Lei non l’avrà, non me lo sciuperà, faccio il possibile nonostante la strada sia indistinguibile oramai dalla lamiera, l’asfalto dal cromatico tartaruga delle auto, tra le quali si stagliano due bianche ambulanze incidentate.

Accendo la radio per le notizie: non trasmette che un insulso rumore, un frignare, un fischio che potrebbe essere di lei, quando è montata su all’improvviso, ha attaccato la sua corsa verso mio figlio, fin da lontano. Sento come di riconoscere tutte le persone nelle macchine, è un istinto di comunità. Ci saranno anche i vicini, quelli del 103, che non si sa cosa facciano di lavoro: stanno sempre adagiati in pantofole, in vestaglia, a simulare d’essere genitori apprensivi, o abili giardinieri. Quelli del 103 mi superano infatti magicamente sulla sinistra, riconosco le vestaglie smerigliate e gli attrezzi da giardinaggio nel baule. Li ho visti salire in macchina poco dopo di noi, sono passati sopra il cane-robot di mio figlio, l’hanno schiantato lì, tra il pratino e il marciapiede, dopo aver sfondato il muricciolo in retromarcia. Quello schianto sordo della plastica del cane-robot che ho scorto dallo specchietto laterale, mi ha fatto male. Mio figlio, vedo, anche lui sente la mancanza di quella plastica cinese tra i polpastrelli, mentre gioca a spingere su e giù il pulsante di chiusura centralizzata della portiera, con il golfino macchiato di pastello rosso sangue. Passa il tempo e il tempo si ritira dietro di noi.

Lei vorrebbe cancellare la nostra affinità, le mie cure. Vorrebbe rendere tutto scontato, farne un attimo prima da dimenticare, nel suo rigurgito materno. Facciamo di tutto, per sfuggire all’abbraccio del suo petto.

Mio figlio giocherella ora con l’alzacristalli elettrico, io guardo il vetro fantasmatico ingrigire quando scende. Vorrei dire a mio figlio di smetterla, che è meglio tenere chiuso. Come servisse a qualcosa: visto che la minaccia di lei ti si insinua fin da subito nel cervello. La cartellonistica sospesa intanto tentenna, la gente corre a piedi più veloce, abbandonate le macchine a casaccio. Su di loro l’effetto di un vento cattivo che deforma le magliette sulle schiene, come seconda pelle. Mio figlio mi guarda corrucciato, con gli occhietti femminili, tira da dietro il sedile un suo plaid sdrucito, se lo mette sulla testa. Mi chiede d’essere così, io, implicitamente, il deus ex machina di una situazione che si sta facendo sgradevole: non vuole andarsene. E tu senti la materialità di quel piccolo prototipo di te che sta al tuo fianco e arriva coi piedi appena al bordo del sedile, con un po’ di moccio al nasino che si fa bolla, prima di nascondersi sotto la stoffa. C’è poco tempo, il tempo di una bolla di moccio. Quella bolla in lui ti chiede una buona dose di bene materiale al quale aggrapparsi. Lui te l’ha dato per circa quattro anni, a suo modo. Quando ancora un mezzo fagiolo ti pisciava in faccia. Quando si è nascosto nell’armadio in montagna, a tre anni, per mangiarsi le saponette del bagno, mentre eri già in un elicotterino della polizia locale a sorvolare le piste da sci. Ti ha dato dei motivi per pensare che stavi sbagliando: ti ha tenuto in improvvisazione. Anche quando ha confuso sua madre con tua madre, e si è trasferito con tutti i cani-robot, pastelli e plaid-fortino dai nonni, non considerandoti che alla stregua di un conoscente.

Lei vuole entrare dentro mio figlio, frantumare il cane-robot, sfaldare i suoi pastelli in pappa, divellere i plaid-fortino, far scoppiare la bolla di moccio. E gonfiarlo di lei, come a pulirgli gli organi di quello con cui io l’ho alimentato. Ma dentro di lui è ancora tutto apposto.

Il cruscotto della mia auto però freme. Non è dovuto al mio sgasare, visto che mi sono arreso addosso alla monovolume che ci precede, con i figli dei vicini del 103 che, sgraziati e verdognoli, mettono le mani al vetro posteriore e guardano sopra di noi, terrorizzati.

Lei ci sta raggiungendo, con tutti i suoi detriti, le sue parole sbriciolate, i suoi scarti di significato, l’arroganza che gli viene dal sapere di essere, certo, metri e metri più in alto di un padre e di un figlio, che si guardano per ricapitolare quattro anni vissuti nell’improvvisazione.

La natura, gente, dicono gli esperti, è fuori controllo: si sta ribellando alle devastazioni umane con devastazioni esponenziali. Questi esperti, per come parlano, è evidente che non hanno cura diretta dei propri figli, di una parte di te per il mondo che ti dà risposte sbagliate, solo se tu gli dai domande troppo certe.

Lei oramai ci ha raggiunti, di questa sera non rimarranno che i quattro anni passati ad aggiustare il bavero di mio figlio, ultimo flashback che mi permetto di succhiare dalla mente. Lo facevo spesso, perché non prendesse freddo fuori, e dentro, persino a ferragosto: ecco perché lui faceva sovente il finto malato con aria vittoriana.

Spero che non entrerà mai del freddo nel mio bambino.

Spero che conserverà le sue ciglia lunghe chissà dove.

Ahimè non sono affatto credente, nemmeno mentre moriamo con complicità, sotto la grande onda che barrisce, travolti da un muro d’acqua, fango, pezzi d’auto altrui volteggianti, altrui corpi come pupazzi, altrui animali come stracci, steccati e ombrelloni altrui, oltre il vetro che si frantuma, nello schiaffo, di tacco, dell’acqua. Di lei, che ci viene a gonfiare, dopo aver tirato su la virulenza del Pacifico sulle sue spalle.

Ed è la mia unica religione, quella manina di mio figlio che – sentila – si sta facendo adulta, pronta a lottare, come è bella da avere lì per un po’, e poi più.

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