Nel suo secondo romanzo, "Te la sei cercata", l'autrice irlandese Louise O’Neill affronta il tema dello stupro e della violenza contro le donne, condannando la cultura patriarcale e sessista che, in casi di abusi sessuali, invece di accusare il carnefice, colpevolizza la vittima... - Su ilLibraio.it un estratto

Te la sei cercata (HotSpot – Il Castoro) è il secondo romanzo di Louise O’Neill, autrice irlandese, classe ’85, che aveva esordito nel 2016 con la distopia femminista Solo per sempre tua. Editorialista dell’Irish Examiner, dove scrive di femminismo, sessismo e diritti delle donne, O’Neill nel suo nuovo romanzo  affronta il tema dello stupro e della violenza contro le donne, condannando la cultura patriarcale e sessista che, in casi di abusi sessuali ai danni di ragazze e donne, invece di accusare il carnefice, colpevolizza la vittima.

Te la sei cercata cover

Emma O’Donovan è speciale: diciotto anni, bellissima, popolare, attraente. È sempre perfetta e ama sentirsi desiderata. Tutte le ragazze del paesino di provincia dove vive vorrebbero essere sue amiche, e tutti i ragazzi vorrebbero uscire con lei. Ma una notte estiva, durante una festa, Emma perde il controllo. Era troppo ubriaca per rendersi conto di cosa stava accadendo, ma le immagini, quelle foto che girano su internet e che tutti hanno visto, non le permetteranno mai di dimenticare.

Da questo momento la vita di Emma cambia. Se prima era considerata una ragazza speciale, adesso è diventata oggetto di accuse e insulti. Il suo nome è sulla bocca di tutti, ma davvero se l’è cercata? Davvero è sua la colpa? Senza punti di riferimento, Emma comincia a dubitare persino di se stessa.

Te la sei cercata ha riscosso attenzione negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, tanto che la tv nazionale irlandese ne ha commissionato un documentario trasmesso sulla rete nazionale e curato dalla stessa Louise O’Neill, che ha intervistato donne vittime di abusi e fornito il quadro dello stato attuale delle violenze in Irlanda.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it un estratto dal romanzo: 

Una delle ragazze ai lavandini si avvicina, esita fuori dal mio gabinetto. Vedo i suoi calzini grigi e le scarpe Dubarry.

Tiro su le gambe, premo i piedi contro la porta di truciolato coprendo il disegnino di un pene a pennarello rosa, il portapranzo cullato in grembo. «In che gabinetto sei?»

«Qui.» Un tonfo. «Sto sporgendo il piede in fuori.»

«Visto. Tieni.»

Qualche minuto dopo si sente lo sciacquone, la porta del gabinetto si apre, l’acqua scorre di nuovo dal rubinetto.

«Che si dice?»

«Niente di che», risponde la prima voce, alzandosi di volume per coprire il rumore dell’asciugamani elettrico. «Stavamo solo parlando del nuovo taglio di capelli di Lucy Dineen.» Risata. «Stupefacente, non trovi?»

«Come se qualcuno le guardasse i capelli, con quelle tette. Saranno grosse come la sua testa.»

«Se io avessi un seno così, mi metterei il burka o qualcosa del genere. Ma l’avete visto il top che si era messa sabato sera?»

«Appunto.» Uno sbuffo. «Volevo dirle ascolta, Lucy, non abbiamo quindici anni e non andiamo più all’Attic Disco.» «Però nessuno dei ragazzi le toglieva gli occhi di dosso.»

«Capirai! Che zoccola.»

«A proposito di zoccole», dice la prima voce. «Tu sei amica di quella Emma O’Donovan del quinto anno, vero?»

Il mio cuore rallenta fino a un tonfo sordo. Devo tirare lo sciacquone? Devo uscire e lavarmi le mani facendo finta di non averle sentite fare il mio nome? Ma allora scopriranno che pranzavo al gabinetto da sola. Nessun’altra vorrà più sedersi con me.

(Non puoi sederti con noi.)

«Non ci definirei amiche», dice la nuova voce. «Sono molto amiche le nostre madri.»

E allora capisco perché mi sembrava familiare. È Caroline Heffernan, la figlia di Sheila. Giocavamo insieme quando le nostre mamme prendevano il caffè sparlando di Bernadette Quirke. Appena arrivava Caroline piantavo in asso Conor, felice di avere un’altra bambina con cui giocare alle Barbie. Poi lei era entrata al primo anno e aveva cominciato a passare il tempo alla tavola calda in centro con le sue nuove amiche e io ero ancora in sesta e per lei non faceva figo farsi vedere in giro con una bambina che andava ancora alle elementari.

«Ma le avete viste quelle foto?», chiede la seconda ragazza.

«Ma ti prego!», risponde la prima. «Le hanno viste tutti.»

Mi chino e mi nascondo la faccia tra le mani. Non sta succedendo, non sta succedendo, non sta succedendo, non sta succedendo, non sta succedendo. Ripeto e ripeto queste parole cercando di farle diventare vere.

«Che grandissima troia.»

«Lo so. Sul serio, fa veramente troppo schifo. Ma chi è che fa una cosa del genere? Chi è che fa della merda del genere? E si lascia pure riprendere mentre la fa?»

«Pare che fosse strafatta», dice la prima ragazza. «Olivia ne parlava l’altra sera e mi ha detto che a quella festa Emma continuava a strusciarsi su Paul O’Brien, che lui continuava a ripeterle che ha una ragazza ma che lei, tipo, praticamente lo ha costretto a farlo lo stesso. Che cavolo, si crede così figa. Ve lo ricordate il gala della Federazione dell’anno scorso? Cioè, come se già non fosse abbastanza brutto che fosse stata invitata una del quarto anno, e doveva pure provarci con tutti i ragazzi presenti.»

«Be’, carina è carina, bisogna riconoscerglielo.»

«Sì, appunto, e lo sa benissimo.»

«Ma che cosa ci faceva poi Paul O’Brien a quella festa?», chiede Caroline. «Doveva avere perlomeno dieci anni più di tutti gli altri.»

«Olivia mi ha detto…»

«E Olivia come fa a sapere tutte queste cose?», la interrompe Caroline.

«Alla festa c’era sua sorella Mia», spiega la prima ragazza scandendo bene le parole. «E lo so che hai le tue cose, ma non c’è nessun bisogno di trattarmi male.»

«Scusa. È che…» Esita. «Voglio dire, quelle foto sono un po’ strane, non trovate? Emma sembrava completamente incosciente. Stava dormendo?»

«Non lo so», dice la seconda ragazza.

«Già, neanch’io. Però Olivia ha detto che Mia ha detto che Emma era fuori come un balcone, che di sicuro aveva preso qualcosa. Ha ballato per dei secoli e le è sceso il vestito ed è rimasta mezza nuda per tipo cinque minuti prima che Maggie Bennett se ne accorgesse e la rivestisse.»

Dentro di me si apre una crepa e tutto va in pezzi.

«E poi ha trascinato Paul nella camera da letto dei genitori di Sean Casey.»

«Che schifo! Nella camera dei suoi? Che orrore!»

«Lo so.»

«Già.» Caroline sembra ancora incerta. «Ma se fosse stata priva di sensi?»

«Eddai, Car!» La prima ragazza sta perdendo la pazienza.

«Nessuno l’ha costretta a bere o a prendere quella merda. E conosci un ragazzo capace di dire di no se gliela offri su un piatto d’argento?» Scoppia a ridere. «Cazzo, se l’è cercata!»

Poso per terra il portapranzo e mi alzo, pestando con forza i piedi, poi sbatto la tavoletta del gabinetto e tiro lo sciacquone.

Le tre ragazze si zittiscono, poi cominciano a sussurrare. Rumore di passi che si allontanano in fretta, una risata quando sono al sicuro. La risata mi segue ovunque vada.

Sono stanca. Sono così stanca.

Ho paura di addormentarmi. Ho paura dei miei sogni. Facce nell’ombra, mani, tante mani. (Ti piace.) (Non fare la bambina.) Quelle foto e quei commenti e altri commenti e altri ancora. (Certa gente se la merita, una bella pisciata in testa.)

Questa mattina ho detto alla mamma che non volevo andare a scuola. Sono scesa a fare colazione in pigiama. Mio padre era già uscito. Era come se stessi cercando di fluttuare via, di uscire dalla mia testa e di lasciarmi indietro il corpo, e ho dovuto aggrapparmi allo schienale della sedia per ancorarmi a terra. Ho la nausea, le ho detto. In effetti hai l’aria di non stare bene, ha risposto la mamma con gli occhi preoccupati mentre mi scostava i capelli dalla fronte, e allora ho ripensato a quando mi pettinava da bambina, e mi passava le dita sulla faccia, e alla gioia nella sua voce quando mi diceva quanto ero carina.

Quand’è stata l’ultima volta che lo ha fatto?

Per piacere, mamma, aggiusta questa cosa, avrei voluto dirle.

Per piacere, falla andare via.

Però poi la sua voce si è indurita e ha detto: Be’, però è un male che ti sei procurata da sola, giusto? Va’ a cambiarti, devi andare a scuola.

E ho capito che non poteva aiutarmi.

(Continua in libreria…)

 

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