"Sono forse l’unico libro, fra quelli che conosco, che sappia davvero prendersi gioco della morte, della noia, dell’orrore; della filosofia, tutta quanta, delle risposte facili, delle frasi fatte, della retorica...". Torna su ilLibraio.it la rubrica #lettureindimenticabili, con Ilaria Gaspari che parla dei "Saggi" di Montaigne, "un ritratto della contraddizione, del movimento continuo e inafferrabile dell’esperienza del vivere..."

All’università, chissà come, non ho fatto nemmeno un esame su Montaigne. I programmi monografici cambiavano da un anno all’altro, e non mi è capitato nessun corso sui Saggi; e così, se ho letto tanto Aristotele, parecchio Kant, molto Nietzsche e Hegel e Spinoza e Descartes, e Wittgenstein e pure Heidegger e Vico e Schelling, beh, mi sono laureata in filosofia senza aver letto una riga di Montaigne. Ma per fortuna, poi, l’ho incontrato, e proprio quando ne avevo più bisogno; e solo quando ho incontrato Montaigne, ho capito cosa volevo fare nella vita.

Dopo essermi laureata senza mai aver letto Montaigne, ho iniziato un dottorato in filosofia. Ero un po’ annoiata, di quella noia felice e rilassata che si respira in primavera nelle piccole città universitarie, e che anche se non lo sapevo, mi stava preparando al primo vero innamoramento intellettuale dal tempo in cui, da bambina, mi ero innamorata di un altro grande umorista, Mark Twain. Il dottorato prevedeva una serie di lezioni. Venne un professore di letteratura a parlarci dell’autobiografia. Mi interessava; volevo scriverci una tesina, ma per pigrizia, volevo anche riportare l’argomento al tema principale della mia ricerca. Ma perché non si legge Montaigne?, mi disse il professore. Penso che le piacerebbe. Aveva proprio ragione. Ho iniziato i Saggi, e tutta l’inquietudine un po’ annoiata che avevo si è trasformata in qualcos’altro. Leggevo, e sentivo che finalmente ero pronta a scrivere; perché avevo deciso che dovevo provare, a tutti i costi, a scrivere della vita, a non annoiarmi più, a non cercare più di disciplinarmi né educarmi in quella maniera puramente restrittiva che il mio severissimo super-io mi aveva prescritto per tutti gli anni dell’università, quelli in cui non conoscevo Montaigne.

Pochi libri somigliano alla vita più dei Saggi di Montaigne. Compresi tutti i romanzi del mondo. Perché i Saggi, vecchi di più di quattrocento anni, che non raccontano nessuna storia in particolare e intanto le raccontano tutte, sono forse il libro più vario e mutevole e discontinuo che sia mai stato scritto su quella cosa varia e mutevole e discontinua che è l’essere uomini. Pochi libri sanno, come i Saggi, consolare senza mentire su niente; e mostrarti la vita nuda e cruda, la bellezza delle sue contraddizioni, la forza del dolore e quella della felicità. E il mondo, il mondo intero, anche nelle sue parti più lontane e inesplorate, più selvagge, come il luogo della vita, e la meraviglia come la sola soglia possibile dell’esperienza.

Non sono un trattato di filosofia, i Saggi; sono proprio dei saggi, passaggi veloci e vorticosi nel mulinare della vita. Sono dei tentativi, e Montaigne stesso, edonista goloso fino al mal di pietre che lo consumava in un castello bello e solitario della campagna vicino a Bordeaux, lo dice e lo ripete continuamente, e senza risparmiare le metafore gastronomiche – perché il libro gli assomiglia più di qualsiasi altra cosa, e Michel Eyquem, la cucina, doveva amarla molto. Sono una fricassea – dice Montaigne – questi saggi, di tutti gli errori e i tentativi e i disordini della mia vita. E si contraddicono continuamente, dice, e io mi contraddico; ma proprio per questo, non contraddico mai la verità – e in questa frase c’è forse tutto quello che ogni scrittore dovrebbe sapere prima di iniziare a scrivere, tutto quello che si può imparare da secoli di filosofia e di storie raccontate e lette.

Di cosa parlano, i Saggi, è impossibile dirlo. Sono un ritratto della contraddizione, del movimento continuo e inafferrabile dell’esperienza del vivere. Montaigne era deciso a scriverli come una raccolta di motti e frasi celebri, com’era di moda nel tardo Rinascimento dell’Europa continentale. Ma la dotta raccolta di exempla e di commenti deflagra in un ritratto dell’uomo che quei motti e quelle frasi celebri non può che leggerli e meditarli a partire da se stesso e dalle proprie esperienze, perché è questo il solo modo di capire davvero qualcosa, e ancora di più, di raccontarla.

E nel raccontare se stesso, Montaigne si sporge per primo sul grande paradosso del conoscersi parlando di sé, e del riconoscersi impigliato nelle convenzioni che reggono la scrittura e la possibilità stessa di raccontarsi, impigliato nel movimento che salta da una contraddizione all’altra. I Saggi raccontano la storia di una vita, senza consequenzialità e senza cesure, senza un ordine cronologico preciso: e riescono a raccontarla proprio perché sanno fare a meno dell’ordine cronologico. Montaigne, mentre esplode il suo progetto di fare una raccolta di citazioni colte e il disegno iniziale si trasforma in un libro monumentale e caotico, capisce che raccontare se stessi significa raccontare tutti gli uomini, e raccontare gli uomini significa raccontare se stessi. Perché ogni uomo porta su di sé la forma tutta intera della condizione umana, dice Montaigne, che riesce a raccontarsi senza narcisismo, senza infingimenti: quando parla di sé, parla di sé proprio per poter parlare davvero di cos’è essere un uomo, ed essere, e quindi non essere, diverso da tutti gli altri.

I Saggi non danno risposte, non sono un antidoto all’orrore, alla noia, alla morte. Ma sono forse l’unico libro, fra quelli che conosco, che sappia davvero prendersi gioco della morte, della noia, dell’orrore; della filosofia, tutta quanta, delle risposte facili, delle frasi fatte, della retorica. E come dice Montaigne, prendersi gioco della filosofia è l’unico modo possibile per essere veri filosofi.

LA RUBRICA – Letture impossibili da dimenticare, rivelatrici, appassionanti. Libri che giocano un ruolo importante nelle nostre vite, letti durante l’adolescenza, o da adulti. Romanzi, saggi, raccolte di poesie, classici, anche testi poco conosciuti, in cui ci si è imbattuti a un certo punto dell’esistenza, magari per caso. Letture che, perché no, ci hanno fatto scoprire un’autrice o un autore, di ieri o di oggi.
Ispirandoci a una rubrica estiva del Guardian, A book that changed me, rifacendosi anche al volume curato da Romano Montroni per Longanesi, I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, e dopo il successo dell’iniziativa proposta recentemente sui social da ilLibraio.it, #ilLibroPerMe, in occasione della presentazione della ricerca sul rapporto tra lettura e benessere, abbiamo pensato di proporre a scrittori, saggisti, editori, editor, traduttori, librai, bibliotecari, critici letterari, ma anche a personaggi della cultura, della scienza, dello spettacolo, dell’arte, dell’economia, della scuola, di raccontare un libro a cui sono particolarmente legati. Un’occasione per condividere con altri lettori un momento speciale.

IlariaGaspari

L’AUTRICE – Questa volta è il turno di Ilaria Gaspari (nella foto): classe ’86, si è diplomata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa e ha debuttato nel romanzo per Voland, con Etica dell’Acquario. Scrive, tra l’altro, per ilLibraio.it

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