Nel saggio "Salvare i media - Capitalismo, crowdfunding e democrazia", Julia Cagé propone di creare un nuovo statuto di “associazione non profit” per salvare i media, in crisi e alla ricerca di un nuovo modello. Su ilLibraio.it un capitolo, dedicato al web: "L’illusione dei milioni di internauti"

I media sono in crisi. Non solo la carta stampata, ma tutta la catena di produzione dell’informazione. Di fronte a una concorrenza spietata e a un calo inesorabile degli introiti pubblicitari, i giornali, le radio, le televisioni sono tutti alla ricerca di un nuovo modello. Basato su un’indagine inedita sui media in Europa e negli Stati Uniti, il saggio Salvare i media – Capitalismo, crowdfunding e democrazia (Bompiani) di Julia Cagé  (professoressa di Economia presso il Dipartimento di Economia e Scienze a Sciences Po, Parigi, e membro della Commission Économique de la Nation) propone di creare un nuovo statuto di “associazione non profit”, a metà strada tra lo statuto delle fondazioni e quello delle società per azioni, che concili attività commerciale e attività senza fini di lucro. Un simile statuto consentirebbe ai media di essere indipendenti dagli azionisti esterni, dagli inserzionisti e dai poteri pubblici, e di operare invece contando sui lettori, sui dipendenti e su metodi innovativi di finanziamento, incluso il crowdfunding. Julia Cagé propone un metodo ambizioso, che incrocia le sfide della rivoluzione digitale e la realtà del XXI secolo, e che si ispira a un presupposto fondamentale: che l’informazione, come l’istruzione, è un bene pubblico, e come tale va difeso. Il dibattito è aperto: ne va, molto semplicemente, del futuro della nostra democrazia.

Salvare i media - copertina

Su ilLibraio.it un capitolo, dedicato al web

L’illusione dei milioni di internauti

Nel contesto della crisi attuale, sorprende non poco l’ottimismo a volte ostentato dai direttori dei giornali. Con un unico e medesimo argomento: il numero dei lettori dei giornali non è mai stato tanto elevato. In Francia, per esempio, si vanta il boom del numero totale di accessi sui siti web dei quotidiani. In effetti, tra il 2008 e il 2013, il numero è passato da 50 milioni a quasi 180 milioni annui in media per ciascun sito: ovvero si è più che triplicato in cinque anni. Si tratta evidentemente di un successo di cui andar fieri. Tanto più se si considera la fortissima, oggettiva, disparità tra testata e testata; per cui, per alcune di esse, come “Le Monde” o “Le Figaro”, il numero può anche superare i 600 milioni annui. Sono cifre da capogiro, se confrontate con quelle delle tirature su carta, traducibili a fatica in poche centinaia di migliaia. Nel luglio 2014 il numero totale degli accessi a LeMonde.fr ha oltrepassato per la prima volta i 66 milioni. Nel gennaio 2015, nello speciale contesto delle vicende che hanno investito “Charlie Hebdo”, ha varcato la soglia dei 100 milioni. Una consacrazione? Sì e no.
Rifacciamo i calcoli. Innanzitutto, per avere un’idea dell’effettiva penetrazione dei siti web creati dai giornali, è più opportuno considerare il numero degli utenti unici anziché il numero totale degli accessi (su un sito un utente può effettuare più accessi nel corso della medesima giornata). Per “Le Monde”, il numero di utenti unici al mese arriva a più di 8 milioni, e ciascun utente effettua in media otto accessi mensili. La quantità media di utenti quotidiani viene così a ridursi a circa 1,5 milioni. Negli Stati Uniti, nel gennaio 2015, il numero di utenti unici sul sito del “New York Times” (NYTimes.com) è stato di circa 54 milioni, ossia meno di 7 milioni di accessi al giorno. E il numero dei lettori su carta? Se consideriamo unicamente i dati relativi alla diffusione cartacea (300.000 per “Le Monde”, 650.000 per il “New York Times”), dobbiamo ammettere che restano parecchio inferiori a quelli del web. Ma vanno sottolineati anche altri aspetti. Il primo. Per poter passare dalla cifra relativa alla diffusione del cartaceo a quella relativa al numero dei lettori su carta, dobbiamo moltiplicare il dato della diffusione con il numero medio di lettori per ciascuna copia. Vale a dire, secondo le ricerche di cui disponiamo, che nel caso di “Le Monde” la cifra va moltiplicata per 6, e nel caso del “New York Times” va moltiplicata per 6,5. In altri termini, la cerchia media dei lettori di “Le Monde” è di 1,8 milioni al giorno, quella del “New York Times” è di 4,2 milioni al giorno. Gli ordini di grandezza si assimilano in modo naturale e immediato, e il divario abissale spesso conclamato diminuisce di molto.
Il secondo. Il tempo dedicato alla lettura del cartaceo è molto maggiore. Sul sito di “Le Monde”, non è solo il numero di pagine mediamente visitate per ciascun accesso a ridursi a quattro; l’elemento più significativo è dato dal fatto che, online, l’attualità viene appena sfogliata. Su un sito d’informazione gli internauti passano meno di 5 minuti al giorno, dedicando meno di un minuto a pagina. Il tempo mensile medio passato singolarmente sui siti di attualità è di 54 minuti (20 minuti sul sito di “Le Monde”), ovvero pochi minuti al giorno. Sul sito Internet del “New York Times” i minuti scendono in media a 4,6. Mentre la consultazione di un quotidiano stampato dura tra i 25 e i 35 minuti.
Ecco spiegato il motivo per cui, al di là dei riscontri milionari, le entrate digitali effettive degli editori restano modeste. In Francia, nel 2012, le entrate di Internet sono risultate inferiori del 5% a quelle dei giornali su carta. I giornali online, infatti, non riescono a monetizzare la loro audience digitale. Anche se è a pagamento (gli “abbonati digitali”). Un lettore del cartaceo frutta così un numero di entrate pubblicitarie venti volte superiore a quello delle entrate assicurate da un lettore online.
Le enormi differenze nelle tariffe praticate dagli inserzionisti mettono in luce il minor livello di attenzione e il tempo relativamente molto minore passato dagli internauti e, più in generale, la mancanza di feedback registrata in concomitanza con l’audience digitale. A conferma del “valore” più modesto dei lettori digitali, oggi alcuni giornali scelgono di far pagare meno caro l’abbonamento su carta dell’abbonamento online (anche se, per un giornale, è molto più costoso consegnare una copia a domicilio che connettere un utente online e permettergli di scaricare il pdf su tablet). È il caso del “Greensboro News & Record” (un quotidiano della North Carolina appartenente alla Berkshire Hathaway, la holding di Warren Buffett), il cui abbonamento per l’edizione cartacea costa il 10% in meno di quello digitale.
Come è il caso dell’“Orange County Register”, quotidiano della California che fa pagare più caro l’accesso digitale dell’accesso digitale sommato all’edizione cartacea domenicale, il che finisce per indurre i lettori a leggere il giornale in versione cartacea! Anche il “New York Times” pare essersi avviato lungo questa strada: l’abbonamento all’edizione domenicale su carta dà diritto d’accesso a tutti i servizi digitali, il tutto a un prezzo inferiore a quello del solo accesso digitale. Possiamo essere sicuramente tentati di spiegare il fenomeno con l’intenzione, da parte dei giornali, di spingere i propri lettori a tornare al cartaceo. In realtà, siamo se mai in presenza del fatto che il “costo” effettivo di un lettore digitale è, per un giornale, più alto di quello di un lettore su carta, poiché un tale lettore rappresenta per il giornale una “sovvenzione” – le entrate pubblicitarie – alla quale non dà diritto di accedere il lettore online. Il tutto-gratis continua dunque a rimanere uno specchietto per le allodole. I giornali non usciranno certo dalla crisi moltiplicando il numero degli utenti online (che non pagano), in quanto non riusciranno mai a monetizzare quei lettori sotto forma di entrate pubblicitarie. L’accento dovrebbe invece essere posto sulla qualità, per stimolare i lettori a pagare per un determinato contenuto (non importa se si abbonano all’edizione cartacea o a quella digitale), in quanto è dagli abbonamenti (e dalle vendite in edicola) che scaturirà in futuro la maggior parte delle entrate dei giornali, non dalla lettura fuggevole di milioni di internauti frettolosi.
Si potrebbe obiettare che nessuno, oggi, è disposto a pagare per ottenere informazione, dal momento che tutti possono accedere gratuitamente all’informazione stessa. Si dà però il caso che, negli ultimi anni, abbiano riscosso un grosso successo certe strategie di monetizzazione dell’offerta, attuate tramite i paywall – a cominciare da quello del “New York Times”. È vero che la loro adozione può risultare costosa, in termini di tempo come di denaro, che essa deve poter contare su capitali sufficienti per testare i diversi modelli e adeguarsi alle specificità della cerchia dei lettori, e che, in ultimo, deve poter prendere dei rischi finanziari anziché inseguire da subito un utile a breve termine. Ma è altrettanto vero che i contenuti a pagamento rappresentano il futuro di un’industria i cui ricavi pubblicitari sono ormai in libera uscita, se non in fuga. Del resto, negli Stati Uniti, un paywall è già stato adottato dal 41% dei giornali. E nei prossimi anni dovremmo assistere a un dispiegamento ancor più massiccio dei modelli fondati su contenuti a pagamento.
I media, infatti, vivono delle forme di pagamento che mettono in campo. Delle loro proprie entrate. Dei ricavi degli abbonamenti, cartacei o digitali, e di pubblicità – anche se in misura sempre minore. E non dell’obolo di tutti quei francesi “che sborsano i loro soldi per pagare gente del genere”, per citare l’espressione usata da Bruno Ledoux, uomo d’affari, azionista e presidente del consiglio di amministrazione di “Libération”, per definire i giornalisti che ha preteso di salvare. Ecco un’altra illusione, che viene periodicamente a guastare il dibattito sul futuro dei media: quella secondo la quale i media vivrebbero a spese dello stato.

(continua in libreria…)

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