Tempo di bilanci, l’inizio e la fine dell’anno. Anche i grandi diaristi della letteratura si concentrano su quanto è accaduto nell’anno, con riflessioni personali e storico-sociali... Da Buzzati a Gadda, passando per Prezzolini e molti altri, il viaggio de ilLibraio.it

1 gennaio 1921
Queste divisioni di anni non contano, perché il tempo non si spezza e le persone restan le stesse. Ma servono alle volte come di sosta per guardare indietro e orientarsi.
(Giuseppe Prezzolini)

Tempo di bilanci, l’inizio e la fine dell’anno. Anche i grandi diaristi della letteratura si concentrano su quanto è accaduto nell’anno, con riflessioni personali e storico-sociali. Tanti sono gli attraversamenti del tempo e i tentativi di dare un senso all’anno e alle Feste, ma solitamente non si fanno sconti né a se stessi né agli altri. Tuttalpiù, si prega senza tante convinzioni perché le cose migliorino, come fa Antonio Delfini sulle scale del Santuario bolognese nel giorno di Natale («ho anche rivolto un po’ la preghiera per me stesso»). Infatti l’io del diarista deve sopportare un mondo che non lo accoglie pienamente, e soprattutto se stesso, contro cui tende continuamente trappole, per dimostrare la propria inadeguatezza.

Ce ne dà una prova Dino Buzzati nel suo In quel preciso momento: all’inizio del 1944, lo scrittore fronteggia la proiezione di sé stesso (marcata dall’uso insistente della seconda persona singolare), andando a rimestare nel passato di un ricordo a lungo accantonato. L’effetto è quello di un’inquisizione narrativizzata, senza giustificazioni:

GENNAIO 1944. Un giorno lontano, ti ricordi?, hai aperto una porta che sapevi di non dover aprire. Una questione di pochi secondi. Poi hai continuato la tua vita tranquilla e quel fatterello da niente è scomparso dietro di te con altre infinite cose che si possono dimenticare senza pericolo. Un niente insomma concedesti al demonio, proprio una sciocchezza, poco più di un pensiero. Tuttavia apristi una porta che sapevi non era bene aprire. E ti sei rovinata la vita.

Così, non sono ammesse apologie («Con questi e altri pretesti cerchi ora di giustificarti ma intanto sei impallidito e balbetti»): il demonio torna a chiedere i conti anche «mentre l’uomo preme ancora la polvere di questa terra». La conclusione è totalmente negativa, senza possibilità di ripensamenti: «In un giorno lontano tu hai aperto una porticina sapendo che era vietato. E hai firmato la tua condanna. Per quella inezia? Per quella stupidaggine? dici tu. Bastava». Anche a fine anno, i bilanci di Buzzati sono altrettanto dissacranti: il 1960 viene analizzato in un’intervista fittizia a se stesso, realizzata a domande e risposte, che danno vita a un interrogatorio contraddittorio e sostanzialmente vacuo:

 

STORICO E STUPENDO. “Signore, il 1960 per te è stato un anno felice?”
“No”.
“Ti ha dato pene più che gioie?”
“Sì”.
“Dunque una schifezza d’anno, nel complesso?”
“Esatto”. […]
“Sarai contento che se ne vada, immagino”.
“No”.
“Tu sei un uomo assurdo, signore. Chi ti ha fatto del male se ne va, e tu non ne gioisci”.
“Mi ha fatto del male, è vero. Ma questo male è rimasto dentro di me, in questo preciso posto, e mi nutre”.
“Ti nutre?”
“Sì. E poi, per brutto che sia stato, per dispiaceri che mi abbia portato, il 1960 è finito per sempre, non tornerà più, passassero pure diciassette miliardi di sestiquilioni di secoli, le cose di cui era fatto il 1960 non si ripeteranno più, con rigorosa e categorica matematica più non si ripeteranno, erano uniche e perfette nella loro miseria e perciò sono già diventate lontanissime, piene di una loro misteriosa e romanzesca fatalità (che al momento mi sfuggiva). Capisci?”
“Mica tanto, a dir la verità”.
“Sì. Il 1960, con tutti i suoi guai, è stato un anno bellissimo, qualcosa di storico e stupendo, che per tutta la vita ricorderò con amore”.

Se in psicologia sono solitamente le tappe personali e soggettive a mettere in crisi il soggetto e a portarlo a riepilogare il trascorso, nel diario il calendario influenza notevolmente anche i contenuti. Nel Giornale di guerra e di prigionia,alla fine del 1915 Carlo Emilio Gadda «tira le somme» e verifica un «miglioramento nelle sue condizioni», in pieno contrasto con la «spaventosa tragedia» dei molti. Con il 1920 si conclude per Giuseppe Prezzolini l’esperienza letteraria cruciale per la sua formazione, ovvero il tentativo di dare vita a una nuova versione della «Voce», «trasportata a Firenze in mano di incapaci»: ne consegue la delusione, «parte per la sua inabilità come uomo di affari, parte per la compagnia scempia», «parte per i tempi difficili». Permane la sensazione di bruciante fallimento, in unvanitas vanitatum moderno e laico che coglie l’inutilità della propria fatica:

Il torto maggiore della mia vita, dal punto di vista del successo, è stato di non aver ambizione, insomma di preferire sempre la soddisfazione interna (la conoscenza, la rivelazione, l’amore) a quella esterna (ossia la posizione, la considerazione, in denaro). […]

Libero De Libero, nel suo Borrador, è affetto da maggiore malinconia alla fine dell’anno, quando valuta spietatamente sé stesso, e nel dicembre 1939 «chiude il suo esame di coscienza come un libro letto con gli stenti dell’uomo miope e meticoloso», giudicando con amarezza pessimistica gli eventi trascorsi. Anche il 1940 non è un anno migliore: la guerra gli trasmette l’«agonia lentissima e crudele» del tempo, «che pure eternamente non discende mai chine, pare voglia fermarsi stanco e limitare l’infinito a una landa desolata dai morti e dai vivi». Lo scenario apocalittico è rivolto alla gente che, «cupa di pensieri e di affanni, talvolta inasprita non cela il suo costante disprezzo per le contingenze», davanti alla disfatta che si preannuncia disastrosa. Ciò spiega lo spirito con cui, due giorni dopo, a San Silvestro, De Libero torni nella propria stanza prima della mezzanotte, per ritrovare e distruggere «lettere e fogli di appunti», riordinare libri e leggere qualche estratto da quelli non ancora aperti: «Hofrugato nei cassetti, in fondo ai bauli, ho bruciato qualche documento della mia vita trascorsa». Eppure, anche così, i ricordi permangono e tornano a bussare, suscitando un contraddittorio amore-odio che registra anche Tommaso Landolfi in Des Mois, all’inizio del 1964:

Ma ecco, perché diavolo sono stasera ai ricordi? Ricordare non serve… Eppure non si sa cosa si potrebbe fare di meglio.

L’alternativa a tanto scontento? Autocensurarsi ogni giorno, come suggerisce Bino Sanminiatelli alla fine del 1974 («Mi sono castrato in questo diario per farmi credere “per bene” di fronte a chi mi fa paura per troppo affetto e poca comprensione…»), oppure fingersi diversi da come si è, come accade a Delfini durante una festa di Capodanno:

«Mi sono abbastanza divertito per quanto il divertirsi di divertimenti non sia per me un divertimento. […] Per non lasciar trapelare i miei profondi e segreti pensieri dicevo tante sciocchezze e facevo la corte alle donne in maniera così goffa ed antica, che ormai tutti andavano mormorando essere io l’uomo più leggiero che ciascuno dei presenti avesse mai incontrato».

Accanto allo sguardo impietoso sul passato e sul proprio presente di mistificazione, non mancano poi i propositi, che spesso – paradossalmente – ripiegano verso il pessimismo. Così Giovanni Papini, ad esempio, dopo aver annotato gli sconvolgimenti stordenti del 1943 («31 dicembre. Stamani furiosa tempesta di neve e di vento. Il 1943 – anno di sciagure – finisce con la rabbia d’una bufera bianca»), all’inizio del 1944 si meraviglia di essere ancora… in vita!, e decide di tenerne traccia, instaurando un’inquietante scommessa per l’anno nuovo:

Durante l’altra guerra, nel 15 o nel 16, scrissi in un mio taccuino: «Morirò nel 1944». Era un calcolo fondato sopra un sistema fantastico assai più che sul presentimento. E il 44 mi sembrava, allora, così lontano che dopo non ci pensai più. Al 1944 sono arrivato. E il mondo è così sconvolto e l’Italia così piena di odio e di pericolo che tutto è possibile – anche l’avveramento della mia vecchia profezia. Il 31 dicembre potrò dire – se ci arrivo – che quella data era un ghiribizzo di gioventù. Ma ho voluto che in questo diario ne restasse traccia.

Se si ha l’occasione e la pazienza di passare in rassegna tanti anni di diari, si nota che generalmente, mentre il conto dei giorni si fa sempre più cospicuo, il diarista fronteggia la morte, eclissata solo temporaneamente con il proposito di lasciare il proprio “libro dei giorni” quale testamento. E intanto brinda alla propria auto-afflizione, che – quasi come un eroe che resiste titanicamente all’assedio di sé – sfida il succedersi dei Capodanni.

 

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