Le atrocità commesse dall'ISIS sono un tale affronto alla nostra umanità da aver coinvolto emotivamente il pubblico generalista occidentale, di solito poco interessato alle questioni internazionali. Ma ora c'è il rischio che l’attenzione su questi orrori offuschi le varie e complicate ragioni della guerra in Siria... Su ilLibraio.it l'analisi di Barbara Serra, giornalista di Al Jazeera English

L’espressione inglese per spiegare che tutto ha un lato positivo è “every cloud has a silver lining”: ogni nuvola ha una striatura argentata. Una frase sicuramente troppo poetica ed elegante per essere associata alle barbarie che l’ISIS commette nel suo territorio fra Siria e Iraq. Ma se proprio dobbiamo cercare la cosiddetta “silver lining”, forse essa sta nel fatto che le atrocità dell’ISIS sono un tale affronto alla nostra umanità da aver coinvolto emotivamente il pubblico generalista. La frase che per anni ho sentito da direttori di tv e quotidiani, “Al pubblico italiano non importa degli esteri”, è ora sicuramente soppiantata dalle storie di decapitazioni, crocifissioni, pulizia etnica e schiavitù di cui l’ISIS si vanta sui suoi canali mediatici. Un pubblico informato e coinvolto può influenzare le azioni di un governo. Ma ora c’è il rischio che l’attenzione sull’ISIS offuschi le varie e complicate ragioni della guerra in Siria.

Le prime proteste contro il governo di Bashar al-Assad iniziarono nella primavera (araba) del 2011. Alla fine del 2012 la Siria era in uno stato di vera e propria guerra civile. Ma il consolidamento dell’ISIS è avvenuta solo dal 2013. Anche se gli attacchi della coalizione anti-ISIS si rafforzassero e se riuscissero a sradicare l’ISIS dal territorio siriano e iracheno (e qui i “se” sono abbastanza enormi), ciò non risolverebbe i problemi del paese: un Presidente che ha perso credibilità, ma che rifiuta di andarsene; un’opposizione frammentata; lo scrigno di Pandora delle divisioni e degli odi settari irrecuperabilmente aperto, con tutte le interferenze straniere che ciò comporta in Medio Oriente; un Consiglio di Sicurezza Onu diviso; un paese distrutto; un popolo traumatizzato.

Sono stati i paesi confinanti con la Siria ad accogliere le vere ondate di rifugiati dalla guerra. Il 95% dei 4 milioni di uomini, donne e bambini fuggiti dalla Siria si trovano ora in 5 stati: 1,9 milioni di persone si trovano in Turchia, 1,2 milioni in Libano (dove oramai una persona su 5 è un rifugiato siriano), e gli altri fra Giordania, Iraq e Egitto.

Parliamo quindi di una crisi umanitaria che dovrebbe scioccare il mondo. Eppure, quando ho recentemente intervistato Brian Hansford dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati su Al Jazeera, lui ha confermato che fino ad ora l’Onu ha ricevuto solo il 40% delle donazioni promesse per gestire i campi profughi che circondano la Siria. E a sua avviso, una delle ragioni per cui il numero di rifugiati che sta puntando l’Europa è cresciuto così tanto, è proprio il fatto che i vari campi profughi dei paesi vicini sono ormai al limite: troppe persone, scarse risorse, poca speranza. Perché dopo tanti anni di guerra, anche chi sperava di poter un giorno tornare a casa, sta considerando un futuro per sempre fuori dalla patria.

Ovviamente, il brutale avanzamento di ISIS gioca la sua parte nell’enorme movimento di persone a cui stiamo assistendo. Ma l’ISIS è uno dei prodotti del caos regnante in Siria e nel resto del Medio Oriente, non la sua causa primaria.

In un momento in cui l’opzione di un attacco più concreto contro l’ISIS sta prendendo slancio in molte capitali occidentali, vale la pena ricordare che anche se quest’ultimo dovesse riuscire a sradicare l’ISIS dal suo territorio, non sarebbe comunque una garanzia di sicurezza e stabilità per il mondo arabo e, di conseguenza, per noi.

L’AUTRICE – Barbara Serra, giornalista e scrittrice, è nata a Milano nel 1974 (da padre sardo e madre siciliana). Dopo gli studi in Danimarca e Inghilterra (alla London School of Economics) entra alla BBC a Londra nel 1999 come collaboratrice. Diventa reporter a tempo pieno nel 2003, quando passa a Sky News. Due anni dopo è a Channel 5, prima straniera alla conduzione di un TG nel Regno Unito.
Dal 2006 lavora per Al Jazeera English come presentatrice e corrispondente.
Da Londra partecipa al programma di Rai3 TV Talk.
Con Garzanti ha pubblicato il libro Gli italiani non sono pigri.

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