Intervista dei visitatori di InfiniteStorie.it a Nick Hornby autore di Come diventare buoni ISBN:8882463915

Rivolgere queste domande a Nick Hornby non è stato facile. Non per la sua disponibilità, si badi bene, ma per l’incredibile numero di organi di informazione che hanno chiesto di intervistarlo. E Nick non può stare lontano da casa molto a lungo a causa dell’assistenza di cui abbisogna suo figlio, quindi rimane in Italia soltanto due giorni (Milano e poi Mantova). Per stare con noi il tempo necessario, però, Nick ha rinunciato a pranzare. InfiniteStorie.it lo ringrazia per la sua disponibilità e soprattutto per la sua simpatia, che giustifica a fondo il suo successo e le 60.000 copie di tiratura iniziale (!) del suo nuovo romanzo in Italia. Ecco qui di seguito le domande dei nostri visitatori (erano moltissime a abbiamo dovuto accorparle) e le sue rispose.

D. Ogni volta che si legge un romanzo si pensa di averci trovato qualcosa di autobiografico dell’autore. Quanto ce n’è nei tuoi? (Chiara di Firenze e altri)

R. Quando uno scrittore scrive di fatti “realistici”, cioè legati alla realtà del suo tempo, capitati a persone che “potrebbero” effettivamente vivere accanto a lui e a noi, non può non riferirsi alla propria esperienza. È inevitabile. E così faccio anch’io. Ma nei miei romanzi non vi è niente di effettivamente autobiografico. Nessun fatto reale relativo alla mia vita, intendo. Niente che mi sia precisamente capitato in quel modo, in quel posto, con quelle persone.

D. Nei tuoi romanzi ogni cosa è vissuta in maniera estrema: il calcio, la musica, le donne. Questo atteggiamento riflette il tuo modo di vivere? Secondo te la febbre per il calcio può costituire una compensazione alle crisi private? (Antonio, Michele e altri)

R. Non credo che vi sia davvero questo “estremismo” nelle vicende che racconto, o nei miei personaggi. È certamente vero, però, che non mi fido delle persone che non affrontano le cose con passione. E il calcio, la musica, le donne, devono essere affrontati con passione. Dipende, naturalmente, dal livello di questa passionalità. Quanto al calcio, un eccesso di passionalità credo anch’io che possa nascondere qualcosa che non funziona bene.

D. Mentre scrivi i tuoi romanzi ti diverti come poi si divertono i tuoi lettori? Ti viene mai da ridere? (“sara78” e altri)

R. No, non mi diverto in quel senso, e certamente non mi capita mai di ridere, neanche quando mi rileggo. Mentre scrivo, devo pensare alla struttura del testo, a cercare le parole che mi sembrano più esatte per esprimere quella situazione buffa o quel gioco di parole, sono, insomma, troppo coinvolto per mettermi a ridere. Scrivere è un mestiere, e un mestiere difficile. E ancor più difficile è cercare di raccontare bene situazioni divertenti, che mettano ancora più in rilievo le complicazioni della vita dei personaggi. Meglio evitare di riderci sopra, mentre lo si fa. Io, perlomeno, non riesco. Tra l’altro a me i romanzi comici non piacciono. Non mi fanno mai ridere.

D. Il tuo romanzo ha l’ambizione di far diventare buoni? Ma, in breve, quali sono le cinque cose da fare per diventarlo? (Giuseppe Sardo e Aldo)

R. Assolutamente no. Il mio romanzo racconta una storia che credo del tutto plausibile in questo nostro tempo, ma non avrei mai la temerarietà di mettermi a insegnare come si fa a diventare buoni. Anzi, in realtà non volevo offrire risposte, ma al contrario addirittura porre interrogativi su che cosa si debba fare per diventare buoni.

D. Il problema dei tuoi protagonisti maschili sembra quello di non sapere crescere, diventare adulti. È così? È una condizione dei giovani di oggi? (Angelica)

R. È la stessa società di oggi che non ci incoraggia di crescere. Sono troppi gli stimoli a rimanere giovani. La salute, naturalmente, l’essere in forma, l’aspetto fisico, eccetera. Non passa minuto senza che si sia bombardati da un messaggio sonoro o visivo in questo senso. Si fatica persino a capire che cosa significhi “diventare adulti”. Un tempo esistevano valori precisi e codificati, era importante crearsi un buon reddito, una bella casa, bravi figli. Adesso tutto si è fatto molto più confuso, ci sono troppe opzioni. Una simile problematica, però, vale anche per le donne del nostro tempo. Anche loro faticano a crescere. Alcune di quelle dei miei romanzi, è vero — Katie, e la stessa Laura —, appaiono più adulte, più concrete dei loro partner, ma è una cosa voluta, che intende mettere in maggior rilievo la fragilità di questi personaggi maschili.

D. La raccolta collettiva di racconti Le parole per dirlo ha il valore di un manifesto estetico o di un piccolo movimento letterario britannico? Che cosa ti accomuna ad altri giovani scrittori famosi di lingua inglese, tipo Irvine Welsh o Roddy Doyle? (Barry2 e altri)

R. [Nick ride di gusto.] No, al massimo è il manifesto dei miei gusti personali. O meglio ancora il manifesto degli scrittori che hanno voluto aiutarmi nella mia iniziativa caritatevole . (I proventi del libro andranno infatti a favore dei bambini autistici. N.d.R.). Quindi, in sostanza, è il manifesto degli scrittori che conosco e, tra di loro, di quelli che mi hanno risposto di sì. Che cosa mi accomuna a loro? Il fatto che sono (come credo di essere anch’io), scrittori che definisco “non-letterari”, raccontano storie di oggi legate a un certo ambiente, semplici, facilmente comprensibili dal pubblico giovane, anche se magari lo fanno con un linguaggio complesso come quello di Welsh. Ma badate bene che non è affatto complesso per gli scozzesi ritratti nei suoi libri, che sono per loro natura i primi destinatari di ciò che Welsh racconta.

D. Che cosa ne pensi delle versioni cinematografiche dei tuoi libri? In particolare, cosa ne pensi del fatto che Robert De Niro impersonerà il protagonista di Un ragazzo? Vista l’età dell’attore è stata adattata la sceneggiatura? Non rischia di perdere di freschezza la storia con un uomo così adulto accanto a un ragazzo così giovane? (Ivan Fedele e Massimo Canetta)

R. No, la storia di De Niro non è vera. È stata diffusa da qualche organo di informazione perché è di De Niro la TriBeCa, la casa produttrice del film. Ma davvero sarebbe stato un attore troppo anziano per quella parte. Il ruolo è interpretato da Hugh Grant. Che cosa ne penso di questi film? Sono stati un’esperienza molto felice (anche se non ho ancora visto quello tratto da Un ragazzo), molto stimolante, anche se non direi mai che essi si basano fino in fondo sui miei libri: sono un’altra cosa. Ma è giusto che sia così. Raccontare con le parole e farlo con le immagini sono due attività molto diverse.

D. Scriverai un giorno la seconda parte di Febbre a 90’ con le partite che vanno dal 1992 in poi? (Quattro visitatori)

R. No, non potrei. Sono troppo cambiate le condizioni. Essendo diventato uno scrittore di successo, mi trovo in una situazione troppo diversa. Non sono più in quella del tifoso pronto a tutto pur di poter stare vicino alla sua squadra. Per fare un paio di esempi banali, a questo punto non ho più alcuna difficoltà a incontrare un campione di football, anzi, dopo la pubblicazione di Febbre a 90’ ne ho conosciuti molti, e in diversi casi sono stati loro a cercare me; e se voglio andare a vedere una partita non ho più il minimo problema, basta una telefonata all’ufficio stampa di una delle due squadre. E così via. Non è una situazione tipica del normale tifoso. Ripetere l’operazione di quel libro sarebbe un falso.

D. Parlaci del tuo modo di scrivere. Quali sono i 5 brevissimi consigli che daresti a un giovane esordiente? (Siuoxsie e altri)

R. Scrivere è ormai la mia professione. Quindi uso la disciplina e gli orari che una professione richiede. Dalle 10 del mattino alle 3, quando devo uscire per andare a prendere mio figlio a scuola. Uso naturalmente un computer. 5 consigli?
1) Leggere, leggere, leggere tutto. Soltanto leggendo si impara, e c’è sempre da imparare.
2) Scrivere, scrivere e scrivere. Sembra banale, ma è così. I libri vanno scritti, non nascono da soli.
3) Mostrare il proprio lavoro a più gente possibile. Ascoltare i loro pareri con umiltà. Rappresentano i futuri lettori.
4) Finire sempre ciò che si è cominciato. Se non si riesce ad arrivare alle dimensioni del romanzo, be’, si scrivano racconti, anche se è vero che i racconti si fa fatica a pubblicarli. Ma è di fondamentale importanza arrivare a padroneggiare il modo di concludere una storia, breve o lunga che sia.
5) Se senti l’impulso a smettere di scrivere, smetti. Ci sono tante altre cose da fare. Ma se non puoi smettere, allora vuol dire che sei uno scrittore, anche se nessuno ti pubblica. Sei uno scrittore.

D. Cosa stai facendo adesso? Hai già in mente un altro libro? È vero che ti vuoi dare al cinema? (Molti visitatori)

R. Non ho ancora cominciato un nuovo libro. Lo sto pensando, certo, ma ci vuole ancora un po’ di tempo. Quanto al cinema, come dicevo prima, è un’esperienza che mi ha affascinato e che intendo continuare scrivendo soggetti per film. Senza però smettere di scrivere libri.

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