Carmelo Calì gestisce la Libri&Bar Pallotta di Ponte Milvio, un progetto di vera e propria resistenza culturale. Il libraio è di origini siciliane, e da ragazzo ha conosciuto la mafia, che ha colpito direttamente la sua famiglia...

Siamo a Ponte Milvio, a Roma. Qui, ogni giorno, con energia e passione, Carmelo Calì della Libri&Bar Pallotta, porta avanti un progetto di vera e propria resistenza culturale. Quest’estate la sua libreria sta promuovendo un ciclo di incontri all’aperto apprezzati dai residenti (tra i prossimi appuntamenti, quelli con Francesco Piccolo e, a seguire, con Marco Travaglio).

Nei giorni scorsi Carmelo ha ospitato una delle serate più importanti, per lui, da quando lavora in libreria. Quella con gli autori del libro-inchiesta I Re di Roma (Chiarelettere), Lirio Abbate e Marco Lillo.

E con il consenso del libraio, riportiamo qui di seguito alcuni passaggi della lettera che Carmelo Calì, siciliano, ha voluto scrivere agli autori, in cui spiega perché l’incontro dedicato a “Mafia Capitale” lo ha così coinvolto: “Ricordo sin da bambino cosa significa avere a che fare con la malavita. Mio padre era titolare di un’attività commerciale a Caltagirone. Ricordo la preoccupazione di mia madre, che io non capivo, quando tornavo a casa in ritardo. Preoccupazione che nasceva dalle telefonate minatorie che arrivavano quando a mio papà veniva chiesto il pizzo. E in cui veniva comunicato dove stavo giocando a calcetto. Ricordo che mio padre non ha mai accettato e ricordo il fumo della bomba che ha fatto saltare per aria il negozio quando avevo poco più di sei anni. Ricordo anche mio padre al lavoro per rimettere in piedi tutto. Ricordo quando, iniziata la crisi negli anni ’90, il negozio di mio padre e mio zio ha chiuso. Ricordo l’ufficiale giudiziario in casa con la cartellina in mano a segnare tutto, numero di sedie, il tavolo, la tv, persino il mio Commodore 64. Abbiamo perso il negozio, e la casa che era sotto ipoteca. Ricordo la dignità di mio padre che ha iniziato a lavorare come bracciante agricolo a 60 anni dopo la chiusura del negozio, per aiutare mia mamma e permettere a me e mia sorella di finire l’università. Tutt’ora mi emoziono al ricordo di vederlo uscire da casa alle 4 del mattino con i guanti da lavoro e la tuta felpata per combattere il freddo, quando ero stato abituato per tutta la vita a vederlo uscire con giacca e cravatta. Io sono cresciuto con questi valori e ne sono orgoglioso e ci credo fino in fondo. Ma mi indebolisce pensare che chi dovrebbe tutelarci, chi invita la società civile a ribellarsi, a denunciare, a combattere la corruzione, il malaffare, si trova allo stesso tavolo con la vera malavita. La vostra presenza a Ponte Milvio è stato il mio modo per dire, tramite la sua voce, quello che penso…”.

Una testimonianza forte, quella di un libraio che ogni giorno si batte contro in difesa della cultura.

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