La letteratura fantastica di un’epoca "costituisce l’immaginario collettivo ed è un mezzo con cui una generazione si trasmette informazioni...". Su ilLibraio.it l'intervento di Silvana De Mari, che ritorna al fantasy con la trilogia "Hania" e che ci ricorda il ruolo che ha avuto questo genere letterario - che oggi deve confrontarsi con la concorrenza dei social network e dei videogiochi - nella storia...

La letteratura fantastica di un’epoca contiene la realtà storica di quell’epoca raccontata e letta mediante il linguaggio analogico, mediata dall’emisfero destro. Costituisce l’immaginario collettivo ed è un mezzo con cui una generazione si trasmette informazioni.

Siamo un’epoca che ha la passione per tre generi narrativi, il fantasy, l’horror e le distopie post apocalittiche, che sono quei film quasi sempre bui dove tutti danno la caccia a tutti, tutti sono guerrieri, prede, inseguitori e l’unica differenza che c’è tra maschi indistinti e femmine androgine è che le femmine hanno i capelli un po’ più lunghi. Gli alieni sono tutti cattivi. Generazioni di zombie si trascinano con passo disuguale. Altra irrinunciabile passione sono i social e i videogames. Quale è il collegamento? Siamo un’epoca sull’orlo della fine del mondo.

Apparteniamo a una cultura di morte, perennemente in bilico sull’orlo del baratro come non era mai successo nella storia. Siamo il secolo del genocidio, quest’anno compiremo questo terrificante anniversario.

La letteratura fantastica è la più antica, quella che nasce per prima, il genere fantasy è un genere straordinario che fonde due generi precedenti: il poema epico e la fiaba. Il poema epico contiene valori maschili, il coraggio, la lealtà e la cavalleria, mentre la fiaba contiene valori femminili, la fiaba contiene il desiderio di una donna di essere amata, la fiaba contiene il piacere di un bambino di essere amato, la fiaba contiene il dolore dei bambini non amati.

La letteratura fantasy nasce con due grandi libri che sono Il Signore degli Anelli e Le cronache di Narnia.  I loro autori ci hanno scritto nero su bianco che loro stavano mettendo nei loro libri la spiritualità biblico-evangelica che era rinnegata nelle due terribili religioni atee del XX secolo, il comunismo sovietico e il nazismo tedesco, a cui noi oggi figli del terzo millennio aggiungiamo il fondamentalismo islamico con il suo tripudio di miriadi di piccoli terroristi a volte suicidi e a volte no, che ha riempito il mondo di decapitati e crocifissi, rispetto ai quali i nostri film sugli zombie ricordano il mitico mondo del Mulino Bianco dove vivono Banderas e la gallina.  Gli orchi del Signore degli Anelli sono nati nel ventesimo secolo per esprimere l’orrore del genocidio e noi siamo immersi in una cultura di morte che viene rappresentata nel genere horror e nel genere fantasy. Gli orchi, Alien, Terminator, l’iceberg del Titanic, le scolopendre della Guerra dei mondi, i vampiri. Avete notato che siamo pieni di vampiri? Eduard di Twilight è il vampiro moderato, con annessa aspirante suicida come fidanzata. I vampiri  sono la versione aristocratica del non morto, la cui versione pezzente e sottoproletaria sono gli zombie. Persino i film per bambini, dai Pirati dei Caraibi a Hotel Transilvanya, sono pieni di mostri, che uno dopo l’altro fanno questa ciclopica danza macabra. Molte persone non hanno letto libri di storia, ma hanno visto i film sui Terminatori, le serie televisive sugli zombie. L’immaginario collettivo sta trasmettendo l’informazione di cosa è qualcuno che ha deciso di distruggerti: è qualcuno che non si fermerà davanti a nulla, qualcuno che occorre  fermare  militarmente perché qualsiasi possibilità di dialogo è annullata.

Siamo il secolo del genocidio e non abbiamo valori forti, non abbiamo identità; ogni nostra identità è stata massacrata: identità religiosa, identità nazionale, identità familiare, persino l’identità sessuale si spampana nel dubbio permanente del post moderno. Nel genere fantasy nascondiamo Dio e la Morte, il Cristianesimo e i valori della nostra straordinaria storia, una storia piena di atrocità, lacrime e sangue, ma che ci ha portato a livelli di compassione come mai era stato immaginabile: rinnegati e derisi dai cultori del nulla, sono stati nascosti in questo genere, l’unico e l’ultimo che osi affrontare i grandi temi, che parli dei grandi valori, il coraggio, la lealtà, la cavalleria, la difesa della libertà, questa parola così ridicola che è l’onore. In questo genere rappresentiamo anche un’identificazione con il nostro passato, con il medioevo, epoca dove la nostra civiltà si è formata, dove l’appartenenza a un gruppo era sentita, dove non esisteva crisi di identità, dove l’etica era forte e condivisa. Nel genere Fantasy nascondiamo l’informazione molto vera che può essere necessario combattere. Per combattere abbiamo bisogno di aver appreso una strategia e di amici. E qui arriviamo ai video games e ai social.

La diffusione dei social e dei videogames risponde alla stessa necessità cui risponde il fantasy. La necessità di relazioni, di avere amici, nemici, alleati, di dare un senso tangibile alla propria vita: nel momento in cui sono immerso in una battaglia contro gli alieni, i miei neurotrasmettitori sono alle stelle come in una battaglia vera e il mio cervello si riprende dalla mancanza di senso in cui è immersa la vita nel postmoderno. Nei videogames come nel fantasy la distinzione tra bene e male è netta e inequivocabile. Figli unici di genitori a loro volta figli unici, con famiglie sempre più piccole, trasferimenti e traslochi che vengono a infrangere le ultime reti sociali sempre più labili, i social riempiono il vuoto, riuscendo a volte a creare relazioni vere, tra persone distanti che non si sono mai incontrate, ma che dividono qualcosa. Se arrivano i terroristi dell’Isis, o se il piccolo terrorista della porta accanto si sveglia e decide che deve scannare proprio noi per conquistarsi il suo paradiso, se il clima cambia sul serio, se il sistema finanziario inghiotte tutto quello che avevamo, se la nostra presa sulla capacità di influenzare sistemi politici e giuridici diventa sempre più impalpabile, se gli alieni arrivano, meglio avere imparato a battersi, sia pure virtualmente, meglio avere degli amici.

Perché amiamo tanto il fantasy? Perché siamo il secolo del genocidio.

Perché amiamo così tanto i social e i videogames? Perché siamo il secolo del genocidio. Se va tutto bene, tanto di guadagnato, ci saremo solo divertiti, ma se dovesse capitarci di dover fuggire, di dover combattere, di dover fabbricare reti, ci saremo fatti un po’ di addestramento.

Il fantasy è il poema epico della nostra epoca, la narrazione dove abbiamo raccontato la nostra vera storia, lo scontro frontale tra culture di vita e cultura di morte e contiene anche l’altra realtà storica, che alla fine le culture di vita vincono su quelle di morte, la libertà sulla tirannide, la compassione sulla barbarie.

Alla fine andrà tutto bene.  Nel frattempo meglio imparare a combattere. E avere qualcuno cui importa di noi.

L’AUTRICE E LA SAGA – Silvana De Mari (nella foto sopra, ndr), nata nel 1953 in provincia di Caserta, vive a Torino ed è specializzata in chirurgia generale e in psicologia cognitiva. Ha praticato la professione di chirurgo in Italia e in Africa e attualmente si occupa di psicoterapia. Il suo romanzo L’ultimo elfo (Premio Bancarellino e Premio Andersen 2004) l’ha consacrata come una delle autrici fantasy italiane più conosciute. I suoi libri sono tradotti in una ventina di lingue e hanno ricevuto premi importanti. Con Giunti ha pubblicato Il gatto dagli occhi d’oro.

Copertina Hania. Il Cavaliere di Luce - De Mari

 E’ in libreria Hania. Il Cavaliere di luce, primo volume di una nuova saga, una trilogia fantasy per ragazzi. Quanto alla trama, Haxen, principessa del regno delle Sette Cime, è la ragazza prescelta dall’Oscuro Signore per dare alla luce la sua creatura. Haxen rifiuta di eseguire l’ordine ragionevole e doloroso di ucciderla. Come le ha insegnato suo padre lei è un Cavaliere e un Cavaliere non può uccidere un bambino, o il mondo perderà la sua anima. La principessa decide di portare la creatura a vivere nel deserto, dove non potrà nuocere a nessuno. Tutta la storia è vista da due punti di vista, quello della principessa Haxen e quello della bambina Hania, intelligentissima, scorbutica, cattivissima, irrimediabilmente muta. Hania già nel grembo di Haxen sa tutto e vede tutto. Ha capacità percettive fuori dal comune e analizza, commenta e si ribella all’apparente mollezza e inettitudine della madre, non sapendo che i modi della principessa celano invece una forza d’animo inaspettata….

 

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