"Il Corpo è meschino. Vuole solo la sopravvivenza [...]. Sterilizzare, disinfettare, lavare, anche in mezzo alla notte, anche quattro volte prima dell’alba, perché il Corpo pesa tre chili ma ha zero grammi di compassione". Sara Ranfagni esordisce con "Corpo a corpo", un romanzo che racconta l'atto di essere madre in tutta la sua brutalità - L'approfondimento

Il Corpo è meschino. Vuole solo la sopravvivenza. Cemento, inquinamento, insolazioni, irritazioni, tutto gli dichiara guerra. Per lui è sempre troppo caldo o troppo freddo, per lui si mettono e si tolgono uniformi. Il grido del Corpo ferisce. A volte è per il sole cattivo, la sete, la fame; a volte non si sa proprio perché. Sterilizzare, disinfettare, lavare, anche in mezzo alla notte, anche quattro volte prima dell’alba, perché il Corpo pesa tre chili ma ha zero grammi di compassione”.

Cosa fai quando hai quarant’anni, un lavoro redditizio, una bella casa, una faccia anche carina e nemmeno uno straccio di uomo da portarti appresso, alle cene aziendali o nei locali in della provincia romana? Cosa fai quando ti senti sola, ma di una solitudine diversa, una solitudine che non è più garanzia di rispetto, forma di superbia, certezza di essere diversa dalla massa grezza, ignorante e inelegante? Cosa fai quando il tempo della trasgressione è andato, hai già dato col troppo fumo, col troppo bere, col troppo sesso, col troppo amore romantico?

Fai un figlio.

E se non puoi farlo con l’uomo che ami, poco importa: ecco la Human, la banca del seme, con tutti quei donatori dai nickname eloquenti c’è solo da scegliere, basta avere una carta di credito (le accettano tutte). Come lo vuoi tuo figlio?

Human ti fa scegliere la razza, e tu selezioni “any”, ma poi ti fermi e pensi che non lo vuoi un bambino con gli occhi a mandorla, perciò torni indietro e selezioni un più confortante “Caucaso”. Mr 8303 è un pescatore finlandese, Alpo ha le orecchie a sventola – e tu sei certa che non lo vuoi un figlio con le orecchie a sventolaAtro ha gli occhi da sorcio, Ilppo ha le guanciotte ciccione, scegli il pescatore finlandese.

Anche se a quarantadue anni la fecondazione assistita è lunga, dolorosa, spesso inconcludente, tu sei fortunata e rimani incinta subito; solo che quello che espelli, a grande fatica, non è proprio come te lo eri immaginato.

Certo, non è che sia bellissimo. Ha la faccia schiacciata, ha un colore che oscilla tra il verde e il blu, non comunica, al massimo frigna. Non hai fatto un figlio, hai fatto un Corpo.

Silvia Ranfagni Corpo a corpo

Silvia Ranfagni ce lo racconta proprio bene, il Corpo, attraverso una scrittura visiva, fatta di verità comuni anche se spesso taciute, una scrittura composta di vomito, bava, giorni insonni, pannolini sporchi. Nel suo primo romanzo, Corpo a corpo (e/o) le parole “Gioia” e “Maternità” non vanno di pari passo.

“Maternità” può, al massimo, saltellare con “Tragedia”, “Pianto”, “Stanchezza”, “Depressione”: infatti, avere qualcuno che dipende completamente da te non solo non è bello, è spaventoso. Specialmente se si considera il fatto che il Corpo non è per niente di compagnia; una volta sfrattato non è riconoscente, non saprebbe distinguerti da un qualsiasi altro paio di tette, potrebbero sostituirti con una scimmia e comunque non si accorgerebbe della differenza – diffidate delle madri che dicono il contrario – ed è tutto un susseguirsi di coliche, febbri, pianti.

Non lo ami, come potresti? Il Corpo ha la capacità intellettiva di un lombrico. 

Dell’insoddisfazione che pervade la tua vita ne parli con Cento Euro, lo psicologo che ti prescrive farmaci sui quali ti aggrappi per non cadere fagocitata dal Corpo. Impieghi otto mesi a capire che devi farti aiutare. Cerchi su internet quelle bellissime nannies inglesi, ma costano troppo. Ti ricordi che non sei razzista e cerchi filippine, polacche, congolesi, cingalesi, e alla fine opti per Elsa, l’eritrea, con lei il Corpo si comporta meglio e tu puoi riflettere su che pessima madre sei, mentre quello cresce tra le sue braccia.

Ci vorranno quattro anni per fare in modo che il Corpo smetta di essere solo corpo e diventi linguaggio, e diventi il Figlio.

Corpo a corpo, però, è più interessato alla Madre. È lei la vera protagonista della storia. Ranfagni ne racconta i pensieri, le incongruenze, il rapporto con l’Altro attraverso le discrepanze di ciò che dice, di ciò che pensa e di ciò che fa. L’arrivo della tata è un’occasione di dimostrare ora la magnanimità dell’Occidente, che accoglie e non domanda, ora la sua superiorità, mentre con un sorriso penoso si fa beffe dell’Altro, ora la sua invidia, quando il Figlio crede, crede ciecamente, crede in qualcosa che non è la Madre.

Seguendo un filone antico, nel quale possiamo annoverare i recenti Cattiva di Rossella Milone o Lo spazio bianco di Valeria Parrella, Lettera a un bambino mai nato e molti altri, Corpo a corpo racconta una Maternità che si fa carne, e lo fa con una leggerezza mai superficiale che si insinua nelle scene di vita comune, filtrate da un narratore in seconda persona che un po’ ti descrive e un po’ ti accusa.

Col suo ritmo incalzante si legge tutto d’un fiato, come il Corpo quando, pur di nutrirsi, dimentica di respirare. Certo, c’è chi potrebbe storcere il naso davanti alla verità; molto meglio continuare a raccontare del miracolo della Maternità asserendo solo al Cielo e mai alla Terra; ma, dopotutto, la letteratura ci ha donato mamme ben peggiori (Margaret White, Emma Bovary e Medea vi dicono qualcosa?).

Silvia Ranfagni ha vissuto per anni a New York e oggi insegna sceneggiatura e scrittura creativa alla Rome University of Fine Arts. Ha lavorato con Amelio, Bertolucci, Tornatore, e scritto sceneggiature con Verdone e Ozpetek. È mamma, e un po’ si sente.

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