Per Socrate la parola, pronunciata e non scritta, permette uno scambio che nessun libro può dare. Ma è proprio così? La riflessione di Simonetta Tassinari, scrittrice e insegnante di storia e filosofia al liceo

Siamo tutti figli della civiltà della parola scritta. Si legge e si scrive di continuo, benché non necessariamente libri cartacei, ebook  o giornali (ahimè), perlomeno per comunicare tra noi. Si scrivono e si leggono messaggi al cellulare e via email, si prendono appunti per lavoro o per studio, si scrive e si legge anche solo stilando l’elenco della spesa su una lavagnetta, un foglio volante o un post-it da attaccare al frigorifero. Per questo ci sembra addirittura quasi incredibile che un filosofo ancora così influente come il grande Socrate non abbia scritto assolutamente niente. Socrate non è l’unico, tra i filosofi, ad aver compiuto una scelta così radicale – per fare un altro esempio, non scrisse niente di sua mano neanche Confucio – ma di certo rappresenta un’eccezione, perché i filosofi sono, quasi sempre, dei lettori e autori tenaci e assidui.

All’inizio del loro corso di filosofia liceale, i ragazzi si stupiscono che il classico primo approccio con un autore (il cui nome, peraltro, tutti conoscono), quello con “vita e opere”, salti totalmente quest’ultima parte, ma si chiedono anche: se Socrate non ha scritto niente, com’è possibile che ancora oggi se ne parli? La posizione di Socrate, tuttavia, non era dovuta a un’acritica ostinazione, né a una preclusione immotivata nei confronti dei libri (anzi, sarebbe meglio dire “rotoli”); in gioventù ne lesse, eccome ma, in seguito, arrivò comunque al punto di rifiutarsi di scriverne, per una scelta precisa e meditata.

Tutto nasce, in lui, da un lato dall’amore per le parole, dall’altro dalla sua concezione della verità. La parola, per Socrate, è viva, fluente, diviene, è colorata dal timbro, dal tono e dell’espressione, si arricchisce mentre viene pronunciata; quanto alla verità, secondo lui non può essere un “fatto” privato e chiuso, limitato alla persona, bensì una conquista continua e dialogata, un continuo tentativo di condivisione e di chiarezza tra le persone, una costruzione collettiva.

Insomma, per Socrate la parola, pronunciata e non scritta, permette uno scambio che nessun libro può dare. Le pagine di un libro, pardon, i fogli di un “rotolo” che si svolge, sono ferme, non mutano, sono simili a un quadro o una statua, non interagiscono. Non ti rispondono se poni domande, non chiariscono il pensiero che sottintendono, non approfondiscono le curiosità che fanno insorgere. In sintesi, le parole, quando sono scritte, perdono la loro forza, si cristallizzano, si pietrificano e, quindi, in un certo senso, muoiono. Inoltre, rimangono un evento “a due”, tra chi le ha scritte e chi le legge, non hanno un’esistenza sociale fatta di occhi che guardano, orecchie che ascoltano, mani che si stringono o si aprono.

Non per dar torto al grande Socrate, ma è proprio così? Un messaggio perde di vigore quando è contenuto nelle pagine di un libro, o rotolo che dir si voglia? Non lo acquista, forse, non lo diffonde, non allunga la vita, non raggiunge volti inaspettati, non semina, non suscita echi, non fruttifica? Per l’appunto, da figli della civiltà della parola scritta quali siamo, e con tutto il rispetto che si deve al valore della conversazione – nella quale i Greci eccellevano, nelle loro poleis, e alla quale Socrate concedeva una così grande considerazione –  una casa senza libri è spoglia, e una persona che legge si arricchisce. Perché un libro resta sempre con noi, ne assorbiamo i contenuti, li scegliamo, li selezioniamo come si fa con gli amici. Il libro è uno strumento di lavoro, un piacere, una compagnia, una presenza che comprende elementi diversi nei confronti di una conversazione e che spesso ci dona più di una conversazione, sebbene lettura “singola” e conversazione tra “umani” vadano ovviamente fuse in un tutto organico, nell’unica scienza di stare al mondo tutti assieme. Com’era scritto sulla Biblioteca di Alessandria d’Egitto, i libri sono “medicina per l’anima”, medicina che perdura nel tempo se davvero possiede virtù risanatorie, e tale compito non può, sensatamente, essere assolto da un mezzo purtroppo così volatile come la semplice parola.

Bè, Socrate non ha scritto niente, e onore alla sua scelta (anche perché non è che ci siano molte alternative). Però c’è chi, fortunatamente, lo ha fatto per lui, altrimenti ignoreremmo il suo pensiero. Platone, certo, il suo più celebre alunno, ma anche molti altri hanno scritto libri e libri su Socrate, e ancora oggi si stampano, si vendono e si leggono un’infinità di libri su di lui. Sicché, nonostante il suo personale rifiuto, proprio la scrittura, e la conseguente stesura e circolazione di libri, hanno permesso la trasmissione delle sue parole…

L’AUTRICE – Nel 2015 Simonetta Tassinari ha pubblicato La casa di tutte le guerre, romanzo ambientato in Romagna nell’estate 1967. Nel 2016, sempre per Corbaccio, ha pubblicato La sorella di Schopenhauer era una escort, un libro per i genitori, per i ragazzi, per chi non è genitore e non è neanche un ragazzo, per i curiosi, per chi vuole sorridere, e leggere, della scuola italiana. Un ritratto divertente della generazione smartphone-munita. L’autrice, nata a Cattolica e cresciuta tra la costa romagnola e Rocca San Casciano, sull’Appennino, oggi vive da molti anni a Campobasso, in Molise, dove insegna Storia e Filosofia in un liceo scientifico. Ha scritto sceneggiature radiofoniche, libri di saggistica storico-filosofica e romanzi storici.

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