Conversazione con Reinhold Messner autore di La Montagna Nuda ISBN:8879725793

Reinhold Messner è l’alpinista più famoso della nostra era, è stato il primo a scalare tutte le 14 cime degli Ottomila esistenti al mondo, il terzo a completare la salita delle 7 cime più alte della terra. In La Montagna Nuda rievoca la scalata del 1970 al Nanga Pargat, in cui morì suo fratello Günther. A 30 anni dalla tragedia Messner racconta finalmente la sua verità sull’ascensione che costò la vita al fratello minore e che segnò l’inizio della sua carriera di alpinista. In questo libro, il migliore e il più controverso del più grande alpinista vivente, troviamo il racconto intenso e drammatico della salita al Nanga Parbat e dei terribili giorni passati nella zona della morte. Un testo fondamentale per gli amanti di alpinismo, per coloro che vogliono capire che cosa sia veramente successo, per quelli che vogliono conoscere il lato umano di un mito. Ne abbiamo parlato con l’autore.

D. Che cosa ha significato per lei scrivere questo libro?

R. I ricordi e i rimpianti non mi hanno mai abbandonato. Nel 2000 sono tornato sul Nanga Parbat con mio fratello Hubert, volevo vedere se ero ancora «capace», e ho aperto una nuova via, anche se non abbiamo raggiunto la cima: i rischi erano troppo alti e non volevo perdere un altro fratello. È stato proprio lui, dopo il nostro ritorno a casa, a incoraggiarmi a scrivere questo libro, e ha voluto che raccontassi, molto semplicemente, come si svolsero le cose. Ricordo tutti i particolari perché le emozioni, le paure e le angosce furono tali che non si possono dimenticare, ma anche perché scrissi un diario dettagliato durante la spedizione e dopo, e perché i miei genitori hanno conservato le lettere che mio fratello e io scrivevamo a casa.

D. Questa disgrazia ha influito sulla sua vita e sul suo essere alpinista?

R. Fino ad allora mi ero sentito invulnerabile. Günther e io facevamo le cose più matte, eravamo convinti, come lo sono tutti gli esseri umani, che certe cose non potessero capitare a noi, che soltanto gli altri morissero in montagna. Quando mio fratello perì nella discesa, avrei voluto morire anch’io: ero solo, disperato, non riuscivo ad andare avanti, a camminare… Ma l’alpinismo, e le montagne, mi hanno dato tanto: l’alpinismo per me non è soltanto pericolo, è altezza, grandezza, divinità, e coraggio.

D. Si dice che il Nanga Parbat sia una montagna maledetta, a causa non soltanto degli insuccessi di molti alpinisti, ma soprattutto per le tante vittime.

R. Non è vero e non ha senso dirlo. È soltanto una montagna pericolosa. Günther e io abbiamo superato la parete Rupal, la più alta del mondo, un’impresa mai più ripetuta fino a oggi: è una parete con passaggi difficilissimi, punti friabili e un vetrato insidioso. Se è diventata la montagna del destino, è perché la montagna è infinitamente più grande di noi uomini.

D. Quali sono i suoi progetti futuri?

R. Vorrei salire una parete nel Karakorum e attraversare, dopo l’Antartide e la Groenlandia, un grande deserto. E poi c’è un progetto a cui tengo moltissimo, l’apertura di un museo dove vorrei esporre le verità dell’alpinismo; spero di completarlo per il 2006 o 2007.

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