"Dieci anni. Primo quadernetto, una fanfiction su Holly e Benji. Poi è venuto tutto il resto. Ho staccato per parecchi anni, in verità, durante il periodo dell'università e del lavoro in uno studio legale. Ma la scrittura è qualcosa di troppo forte, mi appartiene". ilLibraio.it ha intervistato Stefania Auci, l'autrice del momento, protagonista in classifica con “I leoni di Sicilia”. Che racconta com'è nata la sua passione per la scrittura, cosa l'ha spinta a raccontare la saga dei Florio. E parla, tra le altre cose, dei suoi riferimenti letterari di ieri e di oggi

Cominciamo dalla fine: Stefania Auci, I leoni di Sicilia, il suo romanzo edito da Nord (qui la trama e i particolari, ndr), è protagonista nelle classifica dei libri più venduti. Come ci si sente a essere l’autrice italiana più letta del momento?
“Strana. Sto vivendo il momento, me lo gusto e cerco di viverlo con leggerezza e con il giusto distacco. E con molta, molta ironia”.

Un passo indietro: quando è nata la sua passione per la scrittura? Come ha cominciato?
“Dieci anni. Primo quadernetto, una fanfiction su Holly e Benji. Poi è venuto tutto il resto. Ho staccato per parecchi anni, in verità, durante il periodo dell’università e del mio lavoro in uno studio legale. Ma la scrittura è qualcosa di troppo forte, mi appartiene. Quindi, di nuovo, altre fanfiction. E poi il passo successivo, la scrittura in un mondo ‘mio’. E beh… ora siamo qui”.

I leoni di Sicilia sarà tradotto in mezzo mondo (dagli Stati Uniti alla Germania, dalla Francia alla Spagna) ed è stato opzionato per la trasposizione televisiva. Per scrivere il primo volume della storia dei Florio ha fatto molte ricerche, setacciando le biblioteche e leggendo le cronache dell’epoca, ed è anche andata a cercare i possedimenti di questa famiglia. Ma cosa l’ha spinta a raccontare proprio questa vicenda?
“Mentre studiavo, mi sono resa conto che scrivere dell’ultima generazione sarebbe stato ‘scontato’. Nessuno aveva mai parlato a lungo di Vincenzo, o di Ignazio e Paolo. Erano sempre stati trattati in maniera frettolosa. Trattamento molto simile aveva avuto anche il senatore Ignazio. Ecco come nasce tutto. Con la voglia di rendere giustizia a persone che hanno segnato profondamente un’epoca”.

A proposito, sta già lavorando al secondo capitolo della saga?
“Eh sì. Mettetevi comodi”.

Veniamo ai suoi interessi da lettrice: quali sono le sue autrici e i suoi autori di riferimento, di ieri e di oggi?
“Potremmo parlarne per ore, e non dubito che accadrà, prima o poi. Sommariamente: i grandi autori inglesi classici in primis, da Dickens a Thackeray, che rimane il mio grande amore. Poi Ian Rankin, che adoro, la Rowling, Stephen King, E. J. Howard, Chelsea Quinn Yarbro. Tra gli italiani, anche qui, molti autori del passato: Prezzolini, Tomasi di Lampedusa e De Roberto, per ovvi motivi. E poi tra le autrici contemporanee: Loredana Lipperini (specie i bellissimi romanzi di Lara Manni), Alessia Gazzola, Valentina d’Urbano, Elisabetta Bricca, Eleonora Caruso, Virginia De Winter e, ovviamente, Nadia Terranova. Abbiamo delle voci straordinarie in Italia, e sono così tante che rischio di far un torno a qualcuno se non lo cito. Altri nomi, però, li devo dire, perché fanno libri fuori dal comune: Filippo Tapparelli (premio Calvino 2018, ndr), Domitilla Pirro, con la sua voce pazzesca, Francesca Maccani, che ha scritto un libro straordinario su Palermo e il duo gotico Corella – Soprani. Alcuni di loro pubblicano per case editrici minori, ma accidenti se non sono bravi”.

Lei è anche un’insegnante: come ha vissuto il caso della sospensione della professoressa Rosa Maria Dell’Aria, siciliana come lei, di cui molto si è detto in questi giorni?
“Male. Con grande rabbia. Perché il ruolo dell’insegnante è quello di portare i ragazzi al libero pensiero, aiutarli a percorrere delle strade nuove, insegnando loro a usare conoscenze e capacità di riflessione, favorendo negli alunni la nascita di uno spirito critico e autonomo. E invece, sempre più spesso, vedo che la scuola va in direzione opposta, che pensa a sfornare non cittadini ma un ‘pubblico’. Dovremmo riflettere su questo. Personalmente l’ho fatto insieme a Francesca Maccani, insegnante anche lei, con un piccolo pamphlet pubblicato da Tlon, che si intitola appunto La cattiva scuola, in cui parlavamo del come oggi l’istruzione non sia più uno strumento di mobilità sociale, quanto piuttosto uno strumento per consolidare uno status quo sociale. Credetemi, c’è poco da stare allegri”.

nota: la foto di Stefania Auci è di Yuma Martellanz

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